Figlio di Reza Pahlavi, divenuto scià nel 1925 in seguito a un colpo di Stato, Mohammad Reza Pahlavi nacque nel 1919. E’ stato l’ultimo Scià del suo paese, ha regnato tra il 1941 ed il 1979

Nel 1941 Stalin e Churchill, preoccupati dalle relazioni amichevoli della nazione con la Germania Nazista, si misero d’accordo per invadere l’Iran, l’antica Persia,costringendo all’esilio la scià Reza Pahlavi, padre di Reza. La Persia divenne un caposaldo per un’eventuale offensiva tedesca e, al contempo, gli inglesi e i russi si assicurarono il controllo delle risorse petrolifere. In assenza di valide alternative gli Alleati permisero, anzi incoraggiarono, Mohammad Reza a diventare Scià, il 16 settembre 1941, all’età di 22 anni, con la promessa di regnare come monarca costituzionale. Il nuovo scià partecipò attivamente all’elaborazione della linea politica del Paese, opponendosi o ostacolando l’attività di alcuni dei Primi Ministri più volitivi e eliminando avversari politici, divenendo il difensore liberale del medioriente contro la minaccia marxista e l’integralismo religioso. Nel 1949, a seguito di un tentativo di assassinio, si ebbe la messa al bando del partito Tudeh (filo-sovietico e ritenuto responsabile dell’attentato) e vennero ampliati i poteri costituzionali dello Scià.

Il potere assoluto

Nel 1951 fu fatto Primo Ministro Mohammad Mossadeq, personaggio che entrò subito in forte contrasto con lo scià, soprattutto a causa di una diversa visione nella politica economica. Nel 1952 si verificò l’eppisodio che segnò la frattura tra i due. Il Parlamento accettò una legge di Mossadeq contro il volere dello scià, che tuttavia la promulgò senza avvalersi del suo diritto di veto. Il rapporto tra i due divenne sempre più difficile, Mohammad Reza Pahlavi avrebbe preferito un’intensificazione dei rapporti con gli Stati Uniti, al contrario di Mossadeq, che infatti, nel 1953, costrinse lo Scià a lasciare il paese dopo aver nazionalizzato l’industria petrolifera. La risposta non si fece attendere: lo Scià ordì un contro-colpo di Stato con l’appoggio dalla CIA e dal SIS britannico. Il Primo Ministro fu rovesciato, lo Scià sospese le garanzie costituzionali e assunse i pieni poteri. L’esercito, già largamente contro Mossadeq, si schierò con gli insorti eliminando i pochi reparti fedeli al governo legittimo. Lo Scià a 34 anni divenne così il padrone incontrastato della Persia, il suo potere divenne assoluto. Reza Pahlavi quindi attuò una forte repressione contro i gruppi religiosi che si erano opposti alla sua riforma agraria (la cosiddetta “Rivoluzione bianca”) che aveva espropriato molti beni di mano morta controllati dalle gerarchie religiose. Contro di esse furono messe in atto torture e numerosi esponenti religiosi furono uccisi o costretti all’esilio. Nel 1963 l’ayatollah Khomeini (1900 – 1989) organizzò una congiura contro la Scià ma fu presto scoperta e Mohammad Reza Pahlavi, con un gesto di insolita generosità, ne decretò il solo l’esilio.

Repressione delle opposizioni

Il regime repressivo dello scià Mohammad Reza Pahlavi conobbe negli anni 1970 un ulteriore inasprimento. Nel tentativo di fare dell’Iran la potenza principale della regione medio-orientale, lo scià accentuò il carattere nazionalista e autocratico del suo regno, impegnando la maggior parte delle risorse economiche del Paese nella costruzione di un potente e modernissimo esercito e nell’autocelebrazione della monarchia.
L’Iran aveva infatti ottenuto dagli Stati Uniti l’assenso per l’acquisto di ogni tipologia di armamento, ad eccezione di quelli atomici, e i sontuosi festeggiamenti per i 2500 anni della monarchia persiana nel 1971 costarono alle casse dello Stato 250 milioni di dollari. Al crescente malcontento della popolazione, le cui condizioni di povertà si erano aggravate negli ultimi anni, il sovrano decise di rispondere con la forza. Negli anni ’70 la polizia segreta (SAVAK) compì arresti in massa, migliaia di cittadini vennero torturati e molti (si stima circa 7.000) vennero uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza.

Le Rivoluzione islamica

La resistenza a questa politica repressiva fu immediata. A guidare la guerriglia furono all’inizio i fedayyin-e khalgh (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Le forze di sinistra ritennero erroneamente di poter gestire e limitare il potere del clero in un paese ormai laico e moderno, dove l’applicazione della sharia sembrava un’ipotesi lontana dal potersi effettivamente realizzare, ma il clero sciita divenne in breve tempo l’unico riferimento della rivolta esautorando i gruppi di ispirazione politica.

Il 19 agosto del 1978 circa 430 persone persero la vita nella città di Abadan, a causa di un incendio di origine dolosa scoppiato all’interno del cinema “Rex”. La strage venne attribuita allo Scià e al SAVAK. In tutto l’Iran scoppiarono sommosse e manifestazioni represse duramente dalla polizia, finché l’8 settembre in Piazza Djaleh a Tehran intervenne l’esercito che aprì il fuoco sulla folla di manifestanti compiendo un orrendo massacro. La rivolta divenne allora inarrestabile.

Khomeini dal suo esilio parigino incitava alla rivoluzione, attraverso messaggi registrati su audiocassette che venivano diffuse in tutto il Paese, mentre lo scià compiva l’ultimo disperato tentativo di salvare il suo trono mediante la nomina del democratico Shapur Bakhtiar a primo ministro, il quale accettò a condizione che il sovrano lasciasse temporaneamente il Paese. Reza Pahlavi partì quindi per il Marocco nel 1979, ma la popolazione, seppure entusiasta per l’avvenimento, non cessò la lotta, considerando la partenza dello scià un’ulteriore prova della debolezza e dell’imminente crollo della monarchia.
Bakhtiar concesse la libertà di stampa, indisse libere elezioni e bloccò la fornitura di petrolio a Israele e Sudafrica, ma Khomeini non riconobbe il suo governo e annunciò il prossimo ritorno in patria, che avvenne il 31 gennaio 1979. Le manifestazioni a favore dell’ayatollah si moltiplicavano mentre sempre più numerose erano le diserzioni nell’esercito, che il 12 febbraio annunciò il proprio disimpegno dalla lotta. A Bakhtiar non restò che darsi alla fuga.

La repubblica islamica

Khomeini, capo del consiglio rivoluzionario, assunse di fatto il potere, sebbene Mehdi Bazargan assumesse la carica di primo ministro provvisorio. Mentre gli uomini del vecchio regime venivano sommariamente processati e giustiziati a centinaia, il 30 marzo un referendum sancì la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran con il 98% dei voti; vennero banditi bevande alcoliche, gioco d’azzardo e prostituzione, iniziarono le persecuzioni contro gli omosessuali e chiunque assumesse comportamenti non conformi alla sharia.
La nuova costituzione prevedeva l’esistenza parallela di due ordini di poteri: quello politico tradizionale rappresentato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, a cui furono riservati compiti puramente gestionali, e quello di ispirazione religiosa affidato a una Guida Suprema (faqih) coadiuvata da un Consiglio dei Saggi (velayat-e faqih), a cui fu demandato l’effettivo esercizio del potere e che riconosceva nell’Islam e non nelle istituzioni il vertice dello Stato. Venne istituito anche un corpo di guardiani della rivoluzione (pasdaran). Tra le prime decisioni del Consiglio ci fu l’avvio di massicce espropriazioni e nazionalizzazioni che cambiarono radicalmente la struttura economico-produttiva dell’Iran.
Intanto lo scià, che da tempo era malato di cancro, fu accolto negli USA per curarsi, ma il nuovo potere iraniano, temendo che ciò potesse preludere a un accordo per un intervento americano allo scopo di rimettere sul trono Reza Pahlavi, chiese l’estradizione del vecchio sovrano. Gli USA ovviamente rifiutarono, e ciò innescò manifestazioni di protesta antiamericane da parte degli “studenti islamici”. Quattro di essi, ignorando le prerogative diplomatiche, penetrarono nell’ambasciata americana a Tehran e presero in ostaggio circa 50 diplomatici e funzionari. Il 25 aprile 1980 il presidente americano Carter ordinò un’azzardata operazione di salvataggio, che però si concluse disastrosamente con la morte di otto militari statunitensi. La vicenda si concluse nel gennaio 1981 con la liberazione degli ostaggi in cambio di 10 miliardi di dollari e della fornitura di armi da parte della nuova amministrazione Reagan al regime iraniano impegnato nella guerra contro l’Iraq, anch’esso finanziato e armato dagli USA.

La Repubblica Islamica dal 1979 ad oggi

Dalla rivoluzione del 1979 l’Iran è una repubblica islamica. I creatori del nuovo stato hanno instaurato una sorta di sistema duale. Da una parte organi politici non elettivi (cui si accede per cooptazione), in cui risiede il cuore del potere; dall’altra gli istituti (Parlamento, Presidente) eletti dal popolo.
Al vertice della piramide del potere è la Guida Suprema (Rahbar), massima espressione della Velāyat-e faqīh (La tutela del giurisperito), per la quale operano in subordine anche altre istituzioni della Repubblica Islamica. La Guida Suprema, dal 1989 l’Ayatollah_Khamenei, nomina i sei membri religiosi del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, composto da 12 membri, che ha il compito di approvare le candidature alla presidenza della Repubblica (il suo giudizio è insindacabile) e certificare la loro competenza e quella del parlamento, al pari delle più alte cariche giudiziarie. La Guida Suprema è inoltre comandante in capo delle forze armate. In sua assenza il potere è esercitato da un consiglio di capi religiosi, scelti da un’assemblea di esponenti religiosi sulla base del loro curriculum e del grado di stima goduto presso la popolazione.

Gli istituti eletti dal popolo

A capo dello Stato vi è il Presidente, eletto a maggioranza assoluta con suffragio universale. Il suo mandato ha durata quadriennale e vigila sul buon andamento del potere esecutivo. Il presidente è stato eletto regolarmente ogni 4 anni a partire dal 1985. Dopo la sua elezione, il Presidente nomina e presiede il Consiglio dei Ministri, coordina le decisioni del governo e seleziona le decisioni governative da sottoporre al parlamento. Il parlamento iraniano, monocamerale, chiamato Majles dell’Iran, è composto da 290 membri, eletti con voto diretto e segreto, anch’essi con mandato quadriennale. L’assemblea è stata eletta regolarmente ogni quattro anni dal 1980.
Tutta la legislazione deve essere vagliata, sin dal suo inizio, dal Consiglio dei Guardiani in base al principio della cosiddetta vilāet-e faqih, ossia la “tutela del giurisperito”, per controllare che le leggi non siano in contrasto col Corano e la dottrina islamica, nell’accezione propria dello Sciismo duodecimano. I sei membri laici del Consiglio, giuristi nominati dal parlamento, si pronunciano solo sulla costituzionalità delle leggi, mentre i sei membri religiosi, nominati dalla Guida Suprema, esaminano la loro conformità con i dettami islamici.

La repubblica iraniana: Ahmadinejad

Il 3 agosto 2005 Mahmud Ahmadinejad è stato eletto sesto e attuale Presidente della Repubblica islamica dell’Iran. E’ stato sindaco di Teheran dal 3 maggio 2003 fino al 28 giugno 2005, ed è considerato un conservatore religioso; prima di diventare sindaco era un ingegnere civile e un professore all’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia.
Politicamente, è un membro del Consiglio Centrale degli Ingegneri della Società Islamica, ma ha una base politica molto più potente all’interno dell’Alleanza dei Costruttori dell’Iran islamico, (chiamato anche Abadgaran). È considerato una delle figure principali all’interno di questa formazione. L’alleanza si è divisa durante le prime elezioni del 2005 sostenendo lui e Mohammad Bagher Ghalibaf ma, mentre i membri del Consiglio Cittadino di Teheran appoggiavano Ahmadinejād, i rappresentanti parlamentari di Teheran si esprimevano a favore di Ghalibaf. E’ stato rieletto presidente nel giugno del 2009. In seguito alla sua elezione sono cominciati gli scontri di cui s’intende parlare in questi giorni.

Fonte: wikipedia