In Italia ci fu un tempo in cui la fantastica scienza domestica varcò fessure nascoste nei bastioni della guerra fredda, sempre in bilico tra ingegno e follia. Ne furono artefici i fratelli torinesi Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia. Dalla fine degli anni ’50, per quasi un decennio, i due si guadagnarono fama mondiale con il futuribile mestiere di ascoltoni nell’etere di segreti missilistici. Il tutto avvenne mentre Russia e America si dissanguavano in un logorante incrocio di spie per arrivare primi alla conquista della Luna e gli italiani si godevano il loro fragoroso ottimismo economico accontentandosi di spiare i due colossi in corsa per lo spazio. Il nostro paese, avido di retroscena segreti sulla gara siderale, pendeva infatti dalle labbra dei fratelli Judica Cordiglia. L’informazione ufficiale sulla disputa spaziale fu integrata dal singolare collettore del genio strampalato di quei due radioamatori e poeti dell’accrocchio tecno casalingo. Ai tempi delle prime intercettazioni dal terrazzo di casa dei precoci radioamatori il luogo dell’ascolto era la camera da letto. Una stanza spesso piena di giornalisti accampati per ore in attesa di ascoltare pernacchi e biascichii di voci di astronauti che giravano in orbita attorno alla Terra, ma di cui nessuno aveva ancora fornito notizia. A volte le agenzie straniere davano pomposa comunicazione delle loro missioni solo dopo il felice rientro sulla Terra. Altre volte, soprattutto dall’Unione Sovietica, di quelle voci non si seppe mai nulla.

La corsa alla Luna ebbe inizio anche per i fratelli Judica Cordiglia il 4 ottobre 1957. I russi mandano in orbita lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale della Terra. Era poco più che un pallone di metallo di 80 chili che ci girava sopra la testa a 900 chilometri di quota. Di notizie sul lancio ne circolarono pochissime, se non che lo Sputnik trasmetteva una specie di “bip-bip” intermittente sulle frequenze di 40.002 e 20.005 kHz. Ai due fratelli radioamatori il particolare non sfuggì e quella sera invece di andare a ballare con gli amici si misero a smanettare sull’antenna di tre quintali che avevano montato sul terrazzo dell’ottavo piano del loro palazzo in via Accademia Albertina 3, con vista sulla Mole Antonelliana. Dopo aver sudato fino al mattino finalmente riescono a orientarla verso nordovest e con le loro radio intercettano la voce dello Sputnik per primi in Europa. Lo beccano quando passa su Torino puntando alla Germania per proseguire verso gli Urali, ai confini dell’Impero Sovietico, dove erano le basi di lancio. La Stampa il giorno dopo scrive: «I fratelli Achille e Giovanni Judica Cordiglia, di 18 e 24 anni, hanno captato i segnali dello Sputnik… Sono la testimonianza di una grande conquista della scienza». L’appetito spaziale vien mangiando e il 3 novembre dello stesso anno parte lo Sputnik 2, a bordo c’è la cagnetta Laika, un essere vivente che per la prima volta trasmetteva via radio un segnale biotelemetrico. Durante la consueta seduta di intercettazione Achille, matricola di medicina, ha l’impressione di sentire un battito cardiaco. È notte fonda, ma i fratelli tirano giù dal letto il padre, medico legale, per un parere. La solidarietà familiare alle geniali follie dei fratelli Judica Cordiglia sarà una costante in tutte le più stravaganti vittorie dei due. Non sarebbero mai riusciti nelle loro ambiziose imprese, soltanto con le loro radio amatoriali, senza coinvolgere anche padre, madre e sorella. La passione per il bricolage scientifico di Achille e Giovanni Battista fu sempre alimentata da quell’estro genetico che contraddistingueva genitori e fi gli, ben dissimulato dietro le apparenze di una rispettabile famiglia torinese.

Giovanni Judica Cordiglia senior era considerato il primo e più illustre studioso della Sindone e fu pure chiamato a Roma da Papa Paolo VI perché analizzasse quelle che si pensava fossero le ossa dell’Apostolo Pietro, scovate sotto terra in Vaticano. L’uomo che ha ricomposto resti di santi e autenticato reliquie venne così costretto dai figli a prendere il fonendoscopio e auscultare Tiros, il barboncino di famiglia. Confrontato con la registrazione della loro intercettazione, la somiglianza del battito era verosimile, ma l’illustre scienziato, più competente in corpi santi che in quadrupedi, non se la sentì di confermare fino in fondo la diagnosi su un cane. Chiese così un consulto con il veterinario di famiglia, il dottor Ferrero. La mattina dopo questi sciolse la riserva: il battito era senza dubbio canino. Anche Laika era stata intercettata. Il telegiornale più importante della Rai quando doveva dare notizia di un nuovo lancio non poteva fare a meno di collegarsi con il “Centro di ascolto spaziale” della famiglia Judica Cordiglia. Un paradosso di ingegno privato, promosso virtualmente a ente ufficiale, che i fratelli avevano rinominato “Torre Bert” per un’antica torre di avvistamento di cui era rimasto il rudere. La Torre Bert fu messa in piedi quando la camera da letto divenne troppo angusta per accogliere il seguito di curiosi alle sperimentazioni di Achille e Giovanni Battista. I due radiomani fecero un primo salto di qualità e scelsero una nuova location per i loro ascolti. Si attrezzarono una specie di sala controllo che aveva come base dati un vecchio mappamondo su cui era stato applicato un cerchio di ferro che simulava un’orbita. Lo usavano per calcolare la posizione dei loro bersagli basandosi su tabelle di calcolo scritte a mano su quaderni a righe, tenendo conto dell’eff etto doppler nelle loro intercettazioni. L’ambiente era così meravigliosamente tecno arcaica da sembrare copiato da Il pianeta proibito, un film fantaspaziale dell’epoca. I due avevano assemblato la loro plancia di comando con mezzi di fortuna, accrocchiando valvole e lampadine su un vecchio bunker in cemento armato, costruito su una collina torinese dalla Flak, la contraerea tedesca della Seconda guerra mondiale. «Avevamo le linee telefoniche gratuite, non spendevamo una lira», ricordano i due fratelli con nostalgia. «Quando il tg la sera si collegava con Torre Bert noi facevamo seguire visivamente lo spostamento del satellite nell’orbita su un pannello luminoso. In realtà funzionava grazie a un orologio omaggio di una società di assicurazioni. Era il solo in cui tra la base e la sfera grossa c’era un centimetro e mezzo di spazio e noi ci avevamo saldato uno spazzolino metallico che ogni quattro minuti chiudeva un circuito e accendeva una lampadina rossa sul tracciato dell’orbita, così era possibile vedere in tv, momento per momento, a che punto del suo viaggio fosse la navicella spaziale». Sul tetto era stato montato un radiotelescopio di otto metri di diametro, anche quello progettato e costruito in casa, ma che aveva già avuto l’onore di essere stato presentato nell’ottobre del ’61 al Salone Internazionale della Tecnica a Torino, anche perché per parecchi anni fu il più grande tra quelli attivi in Italia. In seguito con il crescere della fama del centro di ascolto, con marchio registrato, i due Judica Cordiglia traslocarono nella villa patrizia La Bertalazona, a San Maurizio Canavese, a una ventina di chilometri da Torino. Qui, per fare le cose veramente in grande, il laboratorio era stato progettato ispirandosi addirittura a delle foto del Mercury Control di Cape Canaveral, tanto che fu ribattezzata dagli scettici “la Nasa fatta in casa”.

Quando la Nasa, quella vera, riuscì finalmente a mandare John Glenn in orbita era il 20 febbraio del ’62. Nessuno fece cenno alle frequenze su cui avrebbe comunicato con la Terra, ma i due Judica Cordiglia non si diedero per vinti. Guardando tutte le foto possibili dei precedenti lanci americani incapparono nelle immagini del recupero di una navicella del progetto Mercury, simile a quella usata da Glenn. Si accorsero che era visibile l’antenna, ma era difficile stabilirne le dimensioni esatte per dedurre la frequenza di trasmissione. Allora, ancora una volta, viene chiamato in causa il padre, esperto in antropometria per professione. Il dottor Judica Cordiglia prende come riferimento di scala i crani di due sommozzatori addetti al recupero, ne misura l’indice biozigomatico che ha una misura standard abbastanza precisa. Riesce così a stabilire le misure delle antenne e quindi le frequenze su cui ci si apprestava a conversare con John Glenn. Il console americano a Torino si offre di far da traduttore e partecipa all’ascolto. In sintesi: i due smontano il top secret degli americani, intercettano Glenn e i giornali del tempo li acclamano come i “Boy scout dello spazio”. Il termine hacker ancora non era stato coniato e quella che oggi sarebbe defi nita pirateria allora era considerata quasi un’applicazione da Manuale delle Giovani Marmotte. Del tipo: come farsi un congegno per intercettare il primo uomo nello spazio con un coltellino milleusi. Il punto più controverso dell’appassionata ricerca di voci dallo spazio è comunque la scoperta di lanci in orbita di cosmonauti russi di cui non ci fu mai conferma ufficiale. I due fratelli avevano arruolato anche la sorella minore Maria Teresa, costringendola a studiare il russo per tradurre le intercettazioni da oltrecortina. Alcune erano coronate da solenni conferme da parte della Tass, come nel caso di Jurij Gagarin, ma di altre poco o nulla si seppe di certo. «Abbiamo classificato 14 spedizioni nello spazio non uffi cialmente annunciate dai russi», dice Achille davanti allo scaffale dove ancora se ne stanno archiviate le scatole ingiallite delle bobine di quegli anni. A volte si sentiva un s.o.s. in Morse, altre rantoli di agonie remote. Ogni volta i fratelli registravano e comunicavano alla stampa, trasformando il tutto in un caso di interesse mondiale. Nel ’61 arrivarono a chiamare come consulente il più autorevole dei cardiochirurghi di quei tempi, il professor Achille Mario Dogliotti, perché confermasse il battito cardiaco, con presenza di extrasistole, di un cosmonauta russo di cui la storia non ricorderà mai il nome. La registrazione più angosciosa appartiene alla fine di una certa Ludmilla che nel maggio dello stesso anno comunicava alla base che stava prendendo fuoco: «”Ja vigiu plamya!”, “Vedo una fiamma”, diceva prima di scomparire per sempre dalla nostra radio», ricorda ancora Achille. «Probabilmente aveva sbagliato l’angolo di rientro nell’atmosfera terrestre e si stava incendiando per l’attrito; accadde anche alla Valentina Tereshkova, ma lei riuscì a farcela a cambiare all’ultimo istante». Quel 1962 fu denso di avvenimenti. I fratelli vinsero pure La fiera dei sogni, un concorso a premi della tv di Mike Bongiorno, e scelsero come premio una visita alla Nasa. Furono così accompagnati al numero 400 di Maryland Avenue a Washington, portati al cospetto di un rigido funzionario dell’ente, tale Mr Haussmann, che rimase di sasso quando li vide tirar fuori da una valigetta il loro “Gelosino”, un registratore a nastro venduto all’epoca in Italia quasi come giocattolo. I due Judica Cordiglia ci avevano registrato la voce di Gagarin e di altri astronauti russi. Quando Mr Haussmann sente anche la voce di John Glenn quasi gli prende un colpo. Per lui non era possibile che quei due ragazzi avessero violato le trasmissioni. Dopo aver ascoltato la storia dei crani dei sommozzatori dovette però rassegnarsi e scendere a patti. Così fu negoziato uno scambio: gli americani rivelarono delle frequenze segrete delle basi di lancio russe che già conoscevano, in cambio i fratelli torinesi gli passarono quelle che avevano scoperto negli anni, ma ancora sconosciute ai servizi segreti Usa.

L’ultimo lancio fallito che fu registrato a Torre Bert risale all’aprile del ’64. Erano varie voci di cosmonauti, tra cui una donna, che chiamavano la Terra, ma nessuno anche quella volta rispose. L’anno seguente Radio Mosca riportò in lingua italiana stralci di un attacco diretto ai fratelli intercettatori da parte del tenente generale Nikolai Kamanin e pubblicato dalla Stella Rossa. L’alto ufficiale direttore dei corsi di addestramento dei cosmonauti sovietici parlava di «frottole spaziali» sulle missioni fallite riportate da «organi della stampa borghese». Per Kamanin erano “banditi” e “radiopirati” pagati dai servizi americani. Gli Judica Cordiglia replicarono via Ansa citando riviste sovietiche in cui, di fianco a foto di allenamenti, erano riportati i nomi di quelli che avevano ascoltato mentre scomparivano nello spazio. Il 6 agosto del 2008 la radio Voce della Russia nella rubrica “La paginetta degli ascoltatori” si trova ancora a dover rispondere a un ascoltatore che sostiene gli Judica Cordiglia e le loro registrazioni: «Si convinca Lei che non siamo la sede adatta per discutere questo problema. Abbiamo i nostri studiosi, i nostri esperti che si esprimono diversamente con prove esaurienti e convincenti». Oggi, i due fratelli vivono nel ricordo delle antiche gesta: la diretta tv dello sbarco sulla Luna ha stroncato alle radici la loro epopea e il web ha mandato in cantina i loro apparati radio. I vecchi ricevitori sono ancora tutti funzionanti, accesi e in ascolto di ogni piccolo satellite artificiale di passaggio. Quello che fu il più ingegnoso manufatto di una sorta di proto agenzia spaziale italiana ora arreda un grande scantinato. Lo tiene in vita Achille, il minore dei fratelli, un cardiologo che vive in una villetta a Cirié, vicino all’aeroporto di Caselle. Giovanni Battista, invece, ha messo a frutto le sue antiche esperienze di intercettatore ed è perito fonico e fotografi co presso il Tribunale di Torino. A lui si devono perizie giudiziarie in processi anche molto noti e controversi come quelli per il caso Sme-Ariosto, il lodo Mondadori e il sequestro di Silvia Melis. Nel giardinetto della casa a Cirié Achille ha rimontato la gigantesca antennona di ferro e alluminio che lui e il fratello si erano fatti costruire da un fabbro negli anni ’50 per spiare i primi astronauti. L’antenna è ancora vigile e attiva ed è puntata verso il cielo, tra le parabole di Sky sui tetti accanto. Quell’impalcatura di ferraglia che fece paura alla Cia e al Kgb ora se ne sta con le zampe infilate in un praticello all’inglese. E un po’ sembra soffocata dai balconcini pieni di panni stesi. Chissà se i vicini di Achille sanno quante storie quell’orecchio metallico è riuscito ad ascoltare?

IL SEGRETO ERA L’ANTENNA
• Creata su misura
Non riuscendo a captare i segnali di una serie di frequenze (108 MHz, 137 MHz, 145.800 MHz e 405 MHz) i fratelli Judica Cordiglia si progettarono da soli la loro antenna e la fecero realizzare da un fabbro. Raccontano che, non avendo preso bene le misure, per farla uscire dal cortile dove era stata assemblata dovettero smontarla.
• Caratteristiche del “mostro”
L’antenna pesa 1,5 tonnellate, è larga 12 metri e ha forma ottagonale. La struttura portante è realizzata in acciaio mentre la parte esterna che delinea l’ottagono è stata ottenuta da circa 80/100 metri di tubi in alluminio. Inclinazione e rotazione sono controllate manualmente. L’antenna riceve ancora oggi sulla frequenza di 137 MHz.
• Il progetto “Zeus”
Nato da un’idea di Laura, allora fidanzata di Giovanni Battista Judica Cordiglia (oggi sua moglie), “Zeus” doveva essere un network di radioamatori impegnati a intercettare comunicazioni spaziali. Il progetto partì nei primi ‘60 con stazioni in Germania, Argentina e Libano, ma durò solo un anno a causa della lentezza nello scambio delle informazioni.

[fonte: Wired.it – Maria Teresa Sette]