L’Italia, come sempre, ha anticipato i tempi sperimentando (di nuovo) una forma di governo tecnocratica legittimata dal potere politico democraticamente eletto, ma non dal voto popolare. In parole povere, i rappresentanti eletti dal popolo hanno deciso, su invito del presidente della Repubblica e sotto la pressione dell’Unione Europea, di delegare i propri poteri a dei “tecnici” esperti di vari ambiti, principalmente di economia. La nostra costituzione prevede questa possibilità, già usata anche in passato, oggi però, forse anche a causa delle forti critiche alla nostra classe politica che piovono un po’ da tutte le parti, la cosa assume una prospettiva nuova e, per certi versi interessante, per altri inquietante.

Gli appassionati di fantascienza conoscono bene la forma di governo chiamata tecnocrazia. Un gruppo di eletti si occupano di amministrare, senza alcuna legittimazione popolare (perlomeno non diretta), i vari aspetti della vita di una società. Sulla carta la tecnocrazia dovrebbe andare a braccetto con la meritocrazia e con la cultura, in una tecnocrazia governano i colti e l’accumulo di titoli studio è l’unico modo per accedere al potere decisionale. Agli altri cittadini, che non desiderano dedicarsi alla carriera accademica, i tecnocrati garantiscono tutto il supporto necessario per potersi realizzare umanamente, socialmente e professionalmente. Come? Con l’impiego sistematico della razionalità e la ricerca dell’efficienza assoluta della macchina Statale. Il cittadino garantisce allo Stato il pagamento delle tasse e, in cambio, lo Stato tecnocratico dovrebbe garantire un lavoro soddisfacente che sia anche rispettoso dei tempi della vita. Nella sua versione più riuscita, la tecnocrazia dovrebbe garantire, lasciando loro tutto il tempo libero di cui necessitano, persino la felicità dei propri cittadini.

La tecnocrazia, proprio come la democrazia, ha aspetti positivi e negativi. Gli aspetti negativi della democrazia noi italiani li conosciamo bene, quelli della tecnocrazia li stiamo imparando. Nonostante le premesse “umanistiche” di questo tipo di governo, la tendenza generale dei tecnocrati è quella di mettere l’economia al centro di tutto. Essi pensano che un Paese con i conti in regola sia un Paese di gente soddisfatta e comunque la soddisfazione della gente per loro è sempre da subordinare alla necessità di avere i conti in regola. Il tempo libero dei cittadini e il loro patrimonio sono beni da sfruttare per ripianare i conti. Di norma i tecnocrati credono che il popolo non sia cosciente, come loro, di ciò che va fatto e confidano che, a bocce ferme, la gente li ringrazierà per il loro fondamentale intervento. E così si raggiungerà l’obiettivo di una società di persone felici.

I tecnocrati seguono la razionalità, analizzano le cose basandosi su modelli matematici, ritengono che le decisioni politiche debbano essere il risultato di un’analisi scientifica di tutte le opzioni disponibili. I modelli matematici che usano più volentieri sono quelli della finanza che, ironia della sorte, nel nostro caso specifico è anche quella disciplina che ha ridotto il Paese (e il mondo occidentale) alla rovina. Essi credono ciecamente nella supremazia della finanza su tutto, tanto da subordinarle qualsiasi decisione: ritengono infatti (a torto o a ragione) che senza la finanza un Paese non potrebbe progredire. Non riuscendo a pensare fuori dagli schemi, non sanno come sviluppare il pensiero laterale e affrontano ogni problema con lo stesso identico approccio: tagliando i costi e aumentando le tasse. Il tecnocrate poi, non dovendo rispondere a nessun elettore, non ha che un unico banco di prova, i mercati.

L’abbraccio tra Finanza e tecnocrazia è così soffocante che viene da domandarsi se la seconda non sia la forma di governo scelta dalla prima per sostituire la democrazia. Se così fosse verrebbe a cadere il beneficio principale della tecnocrazia (liberare il cittadino dagli impegni inutili e ridargli il tempo di dedicarsi a se stesso) e, in questo caso, anche la tecnocrazia di Monti assumerebbe un aspetto tutt’altro che rassicurante per i cittadini che sono costretti a sottostare alle sue decisioni. Siccome però non bisogna negare la realtà, va detto che la tecnocrazia di Monti ha affrontato (nel bene e nel male) problemi che la democrazia non ha mai avuto il coraggio nemmeno di sfiorare. La nostra democrazia, soprattutto negli ultimi anni di amministrazione berlusconiana, ha contribuito a far virare il Paese verso il liberismo più sfrenato e questo non certo per curare gli interessi della maggioranza degli italiani. Incidentalmente, quando i conti lo permettevano, l’interesse della Finanza è coinciso con quello della gente comune e allora la tecnocrazia di Monti è riuscita in pochi mesi dove la democrazia in decenni di tentativi ha prodotto solo fallimenti. Mancano ancora molti mesi alla scadenza di questo esperimento tecnocratico (sempre ammesso che si concluda), e gli italiani dovrebbe interrogarsi su quale sia stato il minore dei mali.