Le ali digitali della libertà le fughe, i travestimenti, l’accademia segreta dei blogger, la speranza di internet e la passione per la libertà.
«Come va?»
«Stanno succedendo molte cose. Ma tu ce la fai a venire?»
«Sì, atterro domani notte…». «Hai un albergo in centro?», mi chiede lei. «Quando ci vediamo te lo dico…». Ora a fare la parte del prudente sono io e lei ride. «Dove vuoi che ci incontriamo?». Tace per qualche secondo mentre il telefono continua col suo solito ticchettio. Poi mi dice secca: «All’aperto!». «Pensi a un posto in particolare?». «Sì», ha una voce decisa. «Parque Central. Alle 10 in punto. Sotto la statua di José Martí!». La linea cade quasi subito. I tentativi per mettermi in contatto con Yoani Sánchez all’inizio hanno il sapore dei tempi della Guerra Fredda: molte telefonate, linee controllate e triangolazioni improbabili per riuscire a raggiungerla. Poi, dopo qualche settimana di negoziazione, riesco a fissare un appuntamento all’Avana.

Durante il volo mi accompagnano i racconti del suo Cuba Libre. Cronache di un mondo lontano da quello immaginato nelle nostre manifestazioni di studenti negli anni ’80, ma raccontato con la stessa veemenza con cui noi lo invocavamo allora. E alle due di notte, intruppato in un gruppo di pensionati col marsupio che vengono qui a svernare, conosco di persona il primo abitante di quel mondo: è una funzionaria di dogana all’aeroporto dell’Avana. Uniforme cachi e unghie posticce laccate rosso fuoco: «Mi amor, non hai portato nemmeno una monetina per me?». «Certo!», faccio io, proprio come il signore che mi ha preceduto. Due euro passati furtivamente in una stretta di mano, un sorriso e il mio bagaglio zeppo di materiale per Yoani passa senza nemmeno uno sguardo. Poco più in là i piloti e le hostess di Cubana de Aviación fanno la coda per ottenere il permesso per l’espatrio. L’aeroporto è quasi vuoto e loro sono decine, carichi di valigie come turisti alle prime armi, o come chi sta traslocando. Mi sembra già di riconoscere i personaggi dei post e dei tweet della “Generazione Y”.

Il giorno dopo, alle 10 precise, sono davanti al bianco accecante dell’eroe dell’indipendenza cubana: José Martí. Siamo in parecchi, backpacker e turisti a gruppi, una guida locale dice che nessuno più di Martí si è prodigato per la libertà degli abitanti di quest’isola. Mi fa sorridere che Yoani mi abbia dato appuntamento proprio di fronte a questo poeta battagliero. In anni di questo mestiere mi sono reso conto di come vivere in clandestinità aguzzi l’ingegno e i sensi; così mi metto sotto il sole per farmi notare fra i turisti. Aspetto. Lei raccoglie l’assist, arriva spedita, coperta dall’ombra degli alberi e, come se mi conoscesse da sempre, mi separa con un gesto del capo dagli stranieri che gironzolano intorno alla statua. «È un piacere conoscerti», mi dice dolce, senza la minima esitazione. «Il piacere è mio, mi sono messo una giacca militare, ero sicuro che l’avresti apprezzato». Qui il cachi è il colore del potere. «Mi fa venire l’orticaria», si gratta un braccio e ride. «Seguimi, andiamo in un posto tranquillo». Di là dalla strada, i grandi alberghi coloniali per clienti danarosi. È il centro ottocentesco dell’Avana, e il nostro “posto tranquillo” è il tavolo più appartato della grande caffetteria di uno di questi hotel. Yoani mi racconta la città come se fosse il terreno da gioco per una caccia al tesoro di hot spot. Le reti wi-fi? Pochissime, una nella calle tal dei tali, due nel quartiere x, altre tre nella zona y. Gli altri punti di accesso al web sono i pc dei grandi alberghi, come quello in cui sto io: un hotel rinnovato appena qualche mese fa, con tre computer nuovi di zecca nella hall ma nessun servizio wireless.

«Non avrai mica controllato l’email?». «Sì… L’ho guardata stamattina appena sveglio». «Favoloso!», mi dice ironica. «Ora non sei più l’unico a leggerla. Quei computer sono macchine-divora-password. Appena uscito dall’isola cambia subito le tue password». Poco male, penso io: trascuro così tanto il mio account email che si faranno una cultura sui casinò online, i simil-Viagra, le vedove nigeriane che devono trasferire milioni di euro su conti europei e le giovani ucraine in cerca di una relazione di amicizia solida e duratura. «Usare gli spot wi-fi con i portatili è l’unico modo per proteggere i nostri dati, anche se a volte nemmeno questo basta». Ma com’è possibile gestire un blog seguito in tutto il mondo in queste condizioni? Quello che per noi in Europa è un passatempo, qui impegna Yoani a tempo pieno. Tutti i servizi di accesso al web sono erogati dallo Stato. Non esiste però nessun ufficio a cui fare domanda per una linea. Vengono concesse ai grandi alberghi, alle ambasciate, agli stranieri regolarmente residenti nell’isola e a un manipolo di fedelissimi: gli “allineati”, come li chiama Yoani. Anche per questi, però, non sono necessariamente tutte rose e fiori: mentre di là dallo stretto della Florida, e da noi in Europa, si discute se è meglio sostenere i costi della fibra ottica o è sufficiente una adsl, qui la connessione è insindacabilmente a 56k. E i costi sono proibitivi: «Con un salario ufficiale medio di 17 Pesos Convertibili al mese, l’accesso a Internet qui all’Avana vale 6 Pesos l’ora: con tre ore di navigazione hai fatto fuori lo stipendio di un mese. E a queste velocità di connessione in tre ore fai ben poco». Me ne rendo conto personalmente: per liberarmi dei miei quintali di spam utilizzo 15 dei 30 minuti di credito che ho acquistato in hotel, per leggere quattro email ho speso l’equivalente di due giorni di stipendio locale. «È per questo che lavoro», mi spiega Yoani. «Per potermi pagare i collegamenti una volta alla settimana. E come me ce ne sono tanti…».

Costi, tempi di connessione e difficoltà di accesso hanno creato un gigantesco network di mercato nero: i pochi privilegiati che ottengono un collegamento flat rivendono sottobanco ore di connessione. «Ti danno username e password con cui puoi collegarti a un’ora e per un tempo prestabiliti. Gli orari notturni sono i più economici. Quelli di noi che si affidano al mercato nero di Internet lavorano essenzialmente di notte. Per far fronte a un fenomeno in continua crescita lo stato ha adottato una strategia antica, la repressione, inadeguata all’evoluzione della tecnologia. E con molti cubani ha ottenuto un unico risultato: lavoriamo in nero per integrare lo stipendio e poterci comprare, sempre in nero, ore di connessione». In alternativa ci sono le ambasciate. Yoani sostiene che molte hanno offerto a lei e ad altri blogger accesso gratuito al web: «Ma non fa per me», dice. «Qui basta poco per essere additati come agenti della Cia». «La Cia?», faccio io come se si parlasse di un film. «Certo! E la gente ci crede pure. Invece faccio la guida turistica clandestina, e mantengo la mia indipendenza… A dire il vero preferisco così: Internet deve essere accessibile a tutti, questa è la mia battaglia». Yoani e io ci mettiamo d’accordo per rivederci, mi passa un indirizzo: «Il posto è questo, più tardi riceverai un sms con l’orario. Adesso è meglio che evitiamo di uscire insieme dall’hotel». Mi abbraccia. Io mi volto verso il bancone del bar per ordinare un caffè, non faccio in tempo a guardare verso l’uscita che è scomparsa.

Il mattino dopo la casa di Yoani e di suo marito Reinaldo – al quattordicesimo piano di un casermone di cemento grigio costruito negli anni ’80 – è inondata di luce. Lei, accanto a un thermos di caffè fumante, scruta dal terrazzo col suo telescopio. Di fronte alle lenti di quel lungo tubo blu campeggia imponente il Ministero dell’Agricoltura, poco più a sinistra quello dei Trasporti sovrastato da un’enorme scritta: “Hasta la victoria, siempre”. Sullo sfondo L’Avana è come il gigantesco set di un film sugli anni della Cortina di ferro e le atmosfere esotiche del Caribe. «Ho scoperto cose incredibili guardandomi intorno con quest’aggeggio». Fuor di metafora, questa è l’attività principale di Yoani e dei blogger cubani: osservare la realtà, quotidiana, forse banale, da vicino e senza telescopio. Osservarla e condividerla con chi non la può vedere. Per lontananza, o per miopia. La piccola sala che si affaccia sul terrazzo è uno dei centri del mondo underground del pensiero indipendente cubano e dei giovani blogger. Fra pile di libri, quadri e riviste, Yoani e Reinaldo lavorano come un duetto d’archi affinato: per chiunque c’è un sorriso, caffè e ascolto. Partecipiamo tutti, seduti intorno a un grosso tavolo di legno scuro. Sarà così ogni giorno che passerò con loro. Martedì pomeriggio arriva un conoscente che vuole consigli su come caricare velocemente fotografie in rete; giovedì è la volta di chi non sa cosa fare perché ha versato una bibita sulla tastiera del laptop. Loro prestano attenzione a tutti. Fuori di casa c’è un adesivo con la bandiera cubana e lo slogan “Internet para todos”. Bussi e la porta si apre, sempre e comunque. Anche se guardare dallo spioncino ogni volta che il cane abbaia è diventata un’abitudine compulsiva dopo le aggressioni e le calunnie.

Nei momenti di tranquillità Reinaldo scrive in camera da letto, mentre Yoani lavora chiusa nel suo studio di due metri per tre. Oppure cerca la concentrazione seduta, in pace, sul tetto dell’edificio. Ci si accede da una vecchia scala di servizio a pioli, passando per la sala macchine degli ascensori e da una voragine nel muro che permette di affacciarsi sulla spianata di cemento in cima al palazzo. Lì sopra, fra le antenne tenute in piedi col filo di ferro, Yoani lavora con il laptop sulle ginocchia. Tutto il materiale del suo blog e la corrispondenza sono prodotti e vagliati a casa, offline. Salvati in una memory card, una volta alla settimana prendono il volo per la Rete da un hotel per stranieri. È allora che Yoani inforca un paio di occhiali da sole che le coprono mezza faccia e si dirige verso il centro in cerca della connessione giusta: «Sabato scorso ci ho provato da diversi alberghi ed è stata una tragedia, non sono riuscita nemmeno a caricare una foto da 150 KB… Andiamo, su!». Ha già in mente un hotel, un amico le ha detto che lì la connessione è buona. Saltiamo su un autobus per consumare il rito paradossalmente avventuroso del collegamento a Internet. Yoani e Reinaldo seduti in fondo. Arrivati di fronte all’albergo lei è sempre la prima a entrare nella hall, mentre lui poco più indietro la osserva come chi tiene d’occhio la cosa più preziosa che ha. Yoani si dirige verso un angolo coperto di piante. «Andiamo più in là», le faccio io. «No. Lì ci sono le telecamere. Guarda alla tua sinistra, sul soffitto. Vedi?». Ha ragione, eppure qui non c’era mai stata. Lei si mette a lavorare, mentre Reinaldo e io ci sediamo in disparte a chiacchierare.

È arguto e dolce insieme, con un volto picassiano. «Tu hai 63 anni, Reinaldo, la rivoluzione l’hai vissuta tutta. Il grande sogno cubano dov’è finito?». Mi risponde tenendo gli occhiali bassi sul naso: «Cuba, e quel che rappresenta, ha sempre fatto comodo a tutti. Per i paesi dell’America Latina era il compagno di classe indisciplinato: l’unico che ha il coraggio di cantarle al professore mentre gli altri, zitti, si fregano le mani sotto il banco. Per una parte dell’Europa è stata l’isola dorata dove l’utopia dell’uguaglianza sociale poteva avverarsi. Anch’ io ho lottato per questo. Oggi però Cuba è più simile a un museo a cielo aperto… Anzi no, a uno zoo, dove gli stranieri possono venire a guardare questi strani animali e il loro modo di vivere. Hai presente i cartelli all’entrata che vietano ai visitatori di dar da mangiare agli animali? Ecco, qui dovrebbero mettere all’aeroporto un cartello con scritto: “È vietato togliere da mangiare agli animali!”». Ride di un riso amaro e scrolla le spalle. Intanto, Yoani è concentrata e lavora al suo computer. Quando naviga alza raramente gli occhi dallo schermo. Lo fa velocemente quando arriva un’amica, Silvia: avrà 25 anni, si siede accanto a Yoani e si mette a fare la maglia. «Ciao, come sta il tuo computer?». «Ma che c’entra il computer, Yoani?», le dico io. «Stai zitta digitando come una stenografa per un’ora, noi qui ad aspettare, Silvia fa la maglia e, appena la vedi, le domandi del computer?». Alza di nuovo gli occhi e ride: «Già, hai ragione! Non ci avevo mai pensato: chiedo notizie dei computer degli amici come se fossero i loro familiari. Sono messa proprio male!».

Yoani è folle per la tecnologia. Lo è sempre stata, fin da piccola. I suoi usano ancora un frigorifero che ha riparato lei, quasi vent’anni fa, utilizzando fil di ferro e mollette per stendere. Ma non le dispiace scherzarci sopra, e in questa situazione non ha nemmeno torto: Silvia – che nella vita fa la dentista – sta cucendo a maglia una custodia di lana per il portatile del suo fidanzato Orlando. E poi Yoani vive con un piede nel Caribe e uno nello spazio indefinito della Rete. Lavora ancora concentrata per un’oretta, poi salta su come un grillo quando scopre che al suo blog è stato assegnato un page ranking di credibilità pari a 8. «Un punto e faccio pari con la Apple e il New York Times! Ragazzi, dobbiamo festeggiare!». Una serie di coincidenze miracolose, determinazione, talento e convergenze storiche hanno fatto della blogosfera cubana capitanata da Yoani una potente rete informativa, con un’audience enorme e una voce autorevole. I primi utenti sono proprio i membri della sterminata comunità di esuli dissidenti sparsi per il mondo. Legati a Cuba per cultura, origini e (spesso) famiglia; impossibilitati però a rientrare e quindi avidi delle poche notizie non ufficiali che trapelano dall’isola. Le condizioni in cui fiorisce il fenomeno bloggero cubano sono quelle di un bacino di lettori, tutti – per ovvie ragioni personali – estremamente solidali con i dissidenti, che inviano notizie dalla madrepatria. A loro si sono aggiunti milioni di simpatizzanti nel mondo.

Sull’isola, i nodi cardine di questa rete sono Yoani e Reinaldo, ma ci sono anche sei prigionieri politici che dettano i loro post al telefono dal carcere. C’è Laritza, un avvocato che nel blog fornisce consulenza legale gratuita; c’è Yamil, che aggiorna il suo sito dalla prigione attraverso lettere inviate ai genitori. E poi c’è Orlando, il fidanzato di Silvia. Sul suo blog pubblica foto dell’Avana scattate on demand per lettori sparsi nel mondo: poniamo che un tale chiamato José viva a Brooklyn da 15 anni ma sia originario del quartiere Vedano. Con un indirizzo e un numero civico, Orlando posta in pochi giorni sul suo BoringHomeUtopics la foto della casa di José, della scuola dove studiava, o della piazza su cui affaccia la casa di sua nonna. Tutto rigorosamente gratis. D’altro canto la solidarietà di cui i blogger della “Generazione Y” godono all’estero è fra gli elementi che permettono al fenomeno di sopravvivere: qui è difficile reperire anche gli strumenti minimi per gestire un blog. È allora che Yoani, Reinaldo e i loro amici lanciano un s.o.s. su Twitter: «Avrei bisogno di un aggiornamento del mio antivirus», ma anche «Stanno minacciando Pablo!» o «Il cellulare di Claudia è senza credito». Ma diversamente dalle bottiglie abbandonate in mare dai naufraghi dei tempi che furono, oggi la Rete risponde. Subito. E senza chiedere nulla in cambio, se non il coraggio di questi rivoluzionari da 140 caratteri.

Quella di Yoani Sánchez e di suo marito Reinaldo Escobar è una battaglia per potersi esprimere, al di là e a prescindere dalle convinzioni o dalle opinioni politiche. Loro credono che ci debba essere spazio per tutti, la loro arma è la Rete, e il loro combustibile la solidarietà. Così hanno creato un’accademia clandestina per formare blogger indipendenti: ogni martedì e venerdì il salotto di casa loro si trasforma in un’aula per ospitare una trentina di studenti. Si insegna giornalismo, etica e giurisprudenza, tecnica informatica e cultura cubana. Tutto – manco fosse necessario ribadirlo ulteriormente – a titolo gratuito. Yoani ha trovato un software che simula il collegamento a Internet per insegnare a gestire un blog e ridurre i tempi di collegamento al minimo, così che gli allievi possano esercitarsi e lavorare direttamente dai loro pc. L’accademia è un punto di riferimento per la “Generazione Y”. Si dibatte su diritto e morale, ma anche di questioni prettamente tecniche ed è qui che Yoani – sempre l’ultima a tenere il suo intervento nelle cinque ore di lezione in programma – la fa da regina: come cancellare i file dal proprio computer senza che siano recuperabili in caso di sequestro, come proteggere le proprie password, come aggirare le censure imposte dal sistema.

«Non sei stanca di tutto questo?», le chiedo una sera, dopo che abbiamo camminato per ore lungo il Malecón con il computer in spalla. «Oggi sì, sono abbastanza stanca», mi risponde con il solito sorriso. «Ma sono soprattutto una grande distruttrice di pronostici altrui, o perlomeno di quelli che mi riguardano direttamente. Da piccola mi dicevano sempre che non sarei arrivata da nessuna parte; quando ho conosciuto Reinaldo non c’era persona nella mia famiglia che desse alla nostra relazione più di sei mesi di vita, e invece stiamo insieme da 17 anni. Quando è nato Teo nessuno scommetteva che sarei riuscita a studiare, invece mi sono laureata in filologia e ho fatto la mamma. Oggi la mia battaglia è questa e, finché ci sarà qualcuno che vorrà impedirci di esprimerci, io continuerò a farlo. Costi quel che costi».

[fonte: Alessandro Scotti – Wired.it]