Il 2 maggio 2011 l’ordinaria programmazione di radio e televisioni di tutto il mondo è stata interrotta da una notizia attesa da quasi un decennio: l’uccisione di Osama Bin Laden.
Negli Stati Uniti è esplosa la festa: la gente si è riversata nelle strade delle metropoli per celebrare un risultato a lungo atteso, nel cui raggiungimento in molti avevano ormai perso fiducia.
Il presidente Obama ha immediatamente annunciato il fatto agli americani: si è trattato di un grande successo per la sua amministrazione dopo una fase di costante calo del consenso, principalmente a causa delle aspettative conseguite alla sua elezione.
Il primo presidente afroamericano si è infatti, suo malgrado, trovato nella necessità strategica di continuare ciò che il suo predecessore aveva iniziato: una guerra globale al terrore politicamente ed economicamente onerosa, priva di una chiaro orientamento attuativo e di scopi.

Osama Bin Laden era un simbolo, più che una concreta minaccia per la sicurezza degli Usa: isolato, ricercato dalla Cia e dai servizi segreti dei paesi Nato, aveva probabilmente da tempo passato lo scettro di leader del movimento radicale musulmano ad altri.
Il ruolo di spicco da lui ricoperto nell’organizzazione degli attentati dell’11 settembre ne aveva fatto il motore di una guerra che altrimenti non avrebbe avuto un nemico identificabile. Per definizione, la guerra al terrore non si combatte contro un esercito e un paese precisi, ma mira a disintegrare un movimento più meno militarmente strutturato, che prescinde confini e governi nazionali.
Osama Bin Laden ha facilitato Bush ieri, Obama oggi, nel compattare il fronte interno statunitense, agevolando i presidenti a mantenere alto, seppur fra crescenti difficoltà, il consenso per un conflitto sempre più disastroso negli esiti militari e strategici. Le guerre in Afghanistan e in Iraq, diversamente legittimate dalla comunità internazionale, hanno avuto sviluppi ben diversi da quelli preventivati: una dilatazione temporale fuori controllo, un dispendio di tecnologie e di vite umane non previsto.

Due sono i nodi del fatto reso noto alle cinque di ieri mattina, ora italiana: le dinamiche dell’individuazione e dell’uccisione del leader qaedista e i risvolti politico-strategici dell’accaduto.
Fonti vicine al Pentagono riferiscono di un monitoraggio da parte della Cia durato mesi: il terrorista sarebbe stato localizzato in un residence poco lontano da Islamabad già nello scorso inverno. Una collocazione ben diversa dal nascondiglio cui si è sempre fatto riferimento: un bunker nel deserto oppure una grotta sulle montagne afghane.
Si presume ora che Bin Laden avesse da tempo lasciato Kabul per riparare nel vicino Pakistan, in forza di un confine particolarmente permeabile. L’area attorno alla frontiera fra i due paesi fugge infatti al controllo degli eserciti governativi ed è il fulcro di traffici di droga, armi e persone. L’amministrazione americana dovrà interrogarsi sull’effettivo ruolo svolto dal governo pachistano, un alleato da sempre ambiguo e velleitario nelle sue scelte di politica estera.

A distanza di poche ore della diffusione della notizia, numerosi siti denunciano la falsità della foto che ritrae il volto tumefatto del nemico numero uno di un tempo. Un’immagine molto simile a quella scattata alcuni anni fa e che secondo alcuni sarebbe stata semplicemente modificata con l’ausilio di un programma di photoediting. Ipotesi non provata, ma che risulta rafforzarsi a fronte di un annuncio ancor più clamoroso: il corpo del principale ricercato della nostra epoca sarebbe stato immediatamente gettato in mare. Una fretta sospetta agli occhi di molti: non sarebbe stato normale investigare maggiormente sull’esistenza condotta da un uomo in fuga da un decennio?

Meno legato alle speculazioni e alle ipotesi di complotto che sempre hanno accompagnato il discorso sull’11 settembre e le sue conseguenze è il tema delle implicazioni geopolitiche della morte di Bin Laden. È improbabile che essa conduca ad una svolta strategica: molto più verosimilmente, si concretizzerà in un cambiamento di linguaggio e percezioni sul tema del ritiro. Qualunque sarà l’esito del conflitto, potrà dirsi che almeno uno degli obiettivi preposti, quello di maggior peso propagandistico, sia stato raggiunto. Sfuggirà probabilmente che la cattura di Bin Laden non può coincidere con la fine di una guerra che ha avuto uno sviluppo molto più articolato e prolungato rispetto all’11 settembre. Non è mai stato in gioco solo l’arresto di un uomo, a prescindere dalle sue responsabilità nella strage di New York, bensì la ricomposizione degli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente, dunque la ridistribuzione dei disequilibri di potenza tra gli stati. L’Afgahnistan, sulla carta, doveva essere un facile punto d’accesso per le truppe americane e della Nato; in realtà proprio uno stato fallito rischiava molto più di altri di diventare teatro di un conflitto senza limiti temporali e strumentali (al contrario di quanto avvenuto per il più solido Iraq, e similmente alla vicenda della Somalia).

La morte di Bin Laden per mano dei soldati Usa (anche se, le ultime notizie da fonti pakistane, parlano di un coinvolgimento della guardia del corpo di Bin Laden) giunge in una fase di grave crisi di legittimazione dell’azione politica internazionale degli Stati Uniti. Tale crisi è dovuta alla crescente distanza tra le aspettative che Obama aveva creato al momento della sua elezione e un’impostazione di politica estera che non si è di molto distaccata dalle iniziative passate, se non nel linguaggio. La guerra in Medio Oriente continua, con esiti incerti, una nuova è appena cominciata in Nord Africa. La morte dell’uomo che per milioni di americani ha incarnato la paura favorirà l’esaurirsi della pressione dell’opinione pubblica statunitense riguardo alla guerra al terrorismo: l’obiettivo, senza che sia specificato quale sia concretamente, appare più vicino che in passato.
Non è chiaro cosa coincida con il suddetto traguardo: non si può equiparare l’uccisione di un pur importante obiettivo come Osama Bin Laden alla vittoria della global war on terror.
Si può fare della sua morte, attesa per anni più ancora di una sua eventuale cattura, un espediente per abbandonare un fronte dal quale appare sempre più arduo smarcarsi, soprattutto dopo l’apertura di quello libico, la cui chiusura appare già più complessa di quanto previsto al momento dell’avvio di Odissey Dawn.