Cari visitatori mi unisco alla delegazione Fai nel ringraziarvi: avete partecipato numerosi ed entusiasti alla sfida lanciata dal Fai durante la Giornata Primavera del 27 e 28 marzo 2010. Questa iniziativa, davvero diversa da tutte le altre, è stata una grande opportunità per il pubblico, invitato a partecipare attraverso un percorso espositivo che normalmente non gli è consentito. La vostra scelta ha permesso di recuperare la cultura e la comprensione del passato, avete condiviso la memoria conservata nelle facciate e nelle stanze delle ville/musei visitati e colto quello che ci hanno lasciato in eredità i nostri avi. Ho assistito, a tratti incredula, all’interminabile sfilata dei visitatori. Ero presente a Robecco sul Naviglio per facilitare la visita (guidata grazie agli apprendisti ciceroni della Scuola Media “Don Milani” di Robecco sul Naviglio, gli studenti dell’Istituto “G.Bachelet” di Abbiategrasso e dalla Pro-loco di Robecco) a Villa Gromo di Ternengo.

Due parole sul Fai. Il Fondo Ambiente Italiano è un’associazione senza scopo di lucro che dal 1975 ha salvato, restaurato e aperto al pubblico importanti testimonianze del patrimonio artistico e naturalistico italiano grazie al generoso aiuto di moltissimi cittadini e aziende che sostengono il suo lavoro. Oggi il Fai gestisce e mantiene vivi castelli, ville, parchi storici, aree naturali e paesaggi di incontaminata bellezza. La Giornata Primavera Fai è l’evento più importante che il Fondo organizza su tutto il territorio nazionale da diciotto anni. I suoi obiettivi sono far conoscere un Italia mai vista e aumentare la sensibilità dei cittadini nei confronti del nostro patrimonio culturale ambientale.

La storia di Villa Gromo di Ternengo inizia in età imperiale. L’assetto della proprietà segue ancora la partizione territoriale in centurie e di fatto nei muri di cinta si possono individuare chiaramente i mattoni d’epoca. A partire dal 600 d.C. l’antico borgo divenne il feudo dei nobili Pietrasanta, i quali lo fortificarono con due torri di difesa: la prima è visibile all’interno dell’ala sud della villa, mentre la seconda era probabilmente situata dove oggi si trova la torre dell’imbarcadero. Il borgo viene trasformato in villa nel 1340 grazie a Giovannolo Casati. L’aspetto della villa così come ci appare oggi è frutto del restauro risalente al 1679 sempre grazie alla famiglia Casati. Il nome di villa “Gromo di Ternengo” risale al 1884, quando Antonietta Negrotto Cambiaso, discendente dei Casati, sposò Emanuele Gromo Richelmy Conte di Ternengo.

La mia Giornata Primavera. Puntuale arrivo alle 9 di domenica 28 marzo sul piazzale di via Matteotti davanti all’ingresso di Villa Gromo. Vengo accompagnata con energia verso questa esperienza, per me nuova, da altri volontari esperti. Mi presento quindi preparata sull’aspetto culturale e didattico, ma non per quanto riguarda il fruitore! Il visitatore del mattino deve essere curato, coccolato e accompagnato. È spettatore consapevole di apprendere cose nuove con facilità, stupore e persino divertimento. È un osservatore cordiale, diligente e ben disposto ad ascoltare. Rispetta la fila e si informa sulla visita. Durante la mattinata sono anche riuscita a visitare Villa Gromo. Una costruzione raffinata che – nonostante la sua lunga storia ed i complessi passaggi di generazione in generazione (tradizionalmente era data in dote sempre alla figlia primogenita) – si esibisce con orgoglio ai visitatori. La mattina scorre tranquilla mentre apprendo il mestiere del volontario: elargisco informazioni, sfoggio un sorriso raggiante, distribuisco materiale promozionale Fai sempre più incuriosita e impegnata da questa nuova esperienza.

Il visitatore è sempre uguale e sempre diverso: la magia delle persone è tutta qui. Il turista al pomeriggio si trasforma. È smagliante e capriccioso. Potrei definirlo un fiume emotivo; nonostante il caldo (20°C) si tiene ancora ben coperto con giacche e sciarpe (in fondo è ancora marzo!). Sarà stata la quantità di persone presenti (a fine giornata si sono contati poco meno di 3.000 visitatori) ma quello che mi ha colpita è stato soprattutto l’agitazione. La smania di partecipare alla visita. l’avidità di ricevere indicazioni. I visitatori si preoccupano per la lunga coda, per quella lunga discesa dal loro posto al banco formazione gruppi. Vogliono evitare l’ingresso di massa. Preferiscono condividere la visita tra famiglie o coppie, quasi che l’ingresso corale gli impedisca di posare lo sguardo sui sedici ettari di giardino e impedisca l’ingresso alle sei stanze, con affreschi seicenteschi accompagnati da alcuni mobili in stile rinascimentale, accessibili per l’occasione.

Mentre i visitatori sono in attesa dell’accesso alla villa, il compito del volontario è quello di sensibilizzare il visitatore sulle iniziative Fai. Sulle ville, castelli, musei e paesaggi che hanno bisogno del nostro contributo per non soccombere sotto la spinta del cambiamento e del poco interesse. Gli eventi di cui sono stata spettatrice mi hanno portata a rivalutare questi visitatori, uomini, donne e bambini. L’arte li trasforma in individui battaglieri, bizzarri e stravaganti. L’appuntamento con l’arte gli cambia la vita, è l’incontro con l’emozione. L’arte è liberatoria, stimola creatività ed energie. Alla fine della visita la maggior parte di loro sono pronti e decisi ad aiutare il Fai nella sua lotta contro il tempo. Sono stati reclutati nuovi volontari, apprendisti ciceroni e aderenti alla iniziative Fai. Dovremmo considerare quest’esperienza una fiaba allegorica? Mi auguro proprio di no…