L’opera di cui m’appresto a parlare porta con sé, per me che ne scrivo, una serie di difficoltà derivanti sia dalla complessità di condensare in maniera giornalistica una così grande vastità d’elementi, quanto dai tanti accenni specialistici che un’opera di tale portata e complessità compositiva richiederebbe, ma che, per non fallire i propositi dell’articolo, sono chiamato a tralasciare.

La Gerusalemme Liberata di Tasso è un’opera che, come si dice, non ha bisogno di presentazioni. Ma quanti possono dire di conoscerla realmente? Quanti possono dire perlomeno di averla letta? Sono questi i quesiti che mi sono posto prima di iniziare a presentare un’opera che per prima cosa voglio che sia letta, e non, in questo caso, propriamente studiata.

Enérgeia, Enàrgeia, verosimiglianza, epos, romanzesco, unità d’azione, il contesto storico e culturale dell’Italia post tridentina…  Questi sono alcuni di quegli “impedimenti” che hanno accompagnato il concepimento e la relizzazione del “poema d’una vita” di Torquato Tasso (pubblicato da Angelo Ingegneri nel 1581), ma li lascerò così, come accenno erudito atto a stuzzicare la curiosità del lettore più interessato.

Quel che mi preme è di scrivere non già di tali questioni, quanto di quel primo stadio del piacere del prodotto artistico caratterizzato dai risvolti della trama, dalla complessità dei personaggi, da una poesia alta e sublime com’è quella della Liberata.

Ed ecco che il poema si apre col canto proemiale, quello dove Tasso compare per introdurre il lettore all’opera, prima di annullarsi e dare spazio esclusivo ad una delle più alte imprese che l’umanità ricordi.

Siamo sul finale della prima crociata, che porterà alla battaglia di Ascalona e alla liberazione di Gesuralemme. Ad uno ad uno sfilano nel canto i condottieri cristiani, tutti al seguito del pio Goffredo, l’incorruttibile simbolo della cristianità e della linea epica del poema, investito da Dio dall’alto compito di liberare il santo sepolcro. Si vede sfilare Baldovino e Guelfo e Tancredi e poi Gildippe ed Odoardo e Raimondo e Rinaldo.

Lo spazio dedicato a Tancredi e Rinaldo ci fa intuire da subito come i due saranno, insieme a Goffredo, i protagonisti dell’esercito cristiano. I due guerrieri vanno a costituire la linea romanzesca del poema, quella fatta di amori, di incanti, dell’errare inteso nel senso ambivalente di sbagliare e vagabondare, prima d’essere ricondotti da Goffredo, l’epica personificata, all’esercito cristiano, per portare a compimento il volere divino.

Ma il poema non si esaurisce nei gloriosi guerrieri cristiani, o nei temibili guerrieri musulmani, che prendono forma nelle imponenti figure di Argante e Solimano, e neppure nelle figure femminili musulmane della guerriera Clorinda, della fanciulla Erminia o della temibile maga Armida, le quali danno vita agli amori, a battaglie, a dissimulazioni maligne; e neppure si esaurisce nelle battaglie terrene, dove elmi, spade, fendenti e schivate si mescolano in versi perfetti che fanno uso d’una lingua alta e meravigliosa. Nella Gerusalemme, pare assurdo, c’è dell’altro e altro ancora.

L’alto e il basso si mescolano nel poema, l’orizzontale ed il verticale, i cieli e gli abissi. La battaglia si combatte in terra, ma non meno cruenta è la sfida combattuta nel mondo oltramondano che si rende evidente da subito in uno dei canti, lo dico a titolo personale, forse più belli dell’intera opera, il quarto, dove Satana in persona si mostra nella sua orrida maestà, tenendo banco ad una multiforme schiera di sozzi demoni, con un’orazione che ne rivela le notevoli qualità oratorie e retoriche, in un passo pietoso e potente insieme.

Un “picciol mondo” diceva Tasso elaborando il suo poema, e tant’è. Un piccolo mondo in tutta la sua varietà che si identifica con la zona dell’errore, degli inferi, della corruzione romanzesca subordinata, nel poema del Tasso, alla linearità dell’epica, all’imponente figura di Goffredo di Buglione incedibile alle lusinghe dell’amore e solo intento, quasi fosse nato realmente dalla costola di Dio, alla liberazione per nome di quest’ultimo del Santo sepolcro.

La confusione degli inferi si contrappone all’esattezza dei cieli, e così la coerenza di Goffredo è a contrapporsi al vagabondaggio dei cavalieri erranti; e poi i demoni, gli angeli, gli incanti, elementi tutti di raffinata poesia che si convogliano, sul finale, nelle ottave della battaglia che deciderà le sorti di una delle imprese più belle e famose di tutta la letteratura italiana.