Si era sempre pensato che le cause che impedissero all’Italia di attirare gli investimenti stranieri fossero: corruzione, ritardo endemico e cronico del sistema produttivo, lentezza esasperante dei processi civili, criminalità organizzata (mafia, camorra, ndrangheta, nuova corona unita, casalesi), eccessiva burocrazia, ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione (che può arrivare anche a due anni), giungla di leggi, università slegata dalle necessità dell’industria, una politica che pervade ogni affare, disprezzo per la correttezza e la legalità, eccessiva tassazione, clientelismo, inadeguati investimenti in Ricerca e Sviluppo, infrastrutture obsolete e inefficienti, instabilità politica, ecc… Invece, autorevoli esponenti del governo ci stanno “spiegando” che tutto dipende dall’esistenza dell’articolo 18. Il resto è trascurabile, tanto che, per adesso, non hanno fatto niente per correggerlo.

Lo sviluppo del nostro paese è impedito da questo rovinosissimo articolo. Al contempo, però, questi “professoroni” ci illustrano, con dovizia di particolari, che gli imprenditori non vogliono licenziare nessuno, “perché la loro forza sono proprio i dipendenti”. Ma allora perché quest’articolo dovrebbe frenare crescita e occupazione? Nessuno lo dice.

Il Governo si è irrigidito sui licenziamenti economici. Nei confronti dei lavoratori sta esibendo una fermezza che non ha dimostrato con le banche. Gli istituti di credito, infatti, sono riusciti a far cancellare la norma che prevedeva, per i pensionati, conti correnti gratuiti.

Se si realizzasse questa riforma del mercato del lavoro, sotto la forma di licenziamenti per ragioni “economiche od oggettive” si celerebbero tutti i tipi di licenziamenti. Da quelli discriminatori –si pensi alle donne con figli o incinte- a quelli disciplinari. Alle Aziende si concederebbe un potere smisurato e privo di controlli. Potrebbero licenziare i lavoratori più anziani e meglio retribuiti per sostituirli con giovani precari mal pagati. Potrebbero disfarsi degli esuberi senza tentare una ristrutturazione e un rilancio. Inoltre, sotto la minaccia del licenziamento, potrebbero imporre nuove peggiori condizioni di lavoro. Se questo è “progresso”, penso che ne faremmo volentieri a meno.

La vera cosa immorale e pericolosa di questo disegno di legge, però, non è la modifica dell’art. 18, ma la distruzione degli ammortizzatori sociali e la totale assenza di un efficace strumento per la ricollocazione di chi perde il lavoro. Il ddl del governo Monti, senza preoccuparsi di come reinserire nel mondo del lavoro chi è licenziato, affianca “flessibilità in uscita” (leggi facilità di licenziamento) ad una drastica riduzione della cassa integrazione e una completa eliminazione dell’assegno di mobilità. Attualmente, se un lavoratore cinquantenne viene estromesso dal sistema produttivo, può contare su almeno due anni di cassa integrazione straordinaria più tre anni di mobilità (quattro se vive al Sud). La legge pensata dal nostro governo, invece, gli concederebbe solo dodici mesi di cassa integrazione. In questo modo, il conflitto sociale sarebbe pronto a esplodere con una veemenza ormai dimenticata.

Il lavoratore rischia di diventare uno strumento come gli altri. Da utilizzare finché serve e poi buttare e sostituire con uno più nuovo e meno costoso. Si è perso ogni rispetto per il lavoratore e per il lavoro. Conta solo il consumatore. Ma è evidente che senza il primo non può esistere il secondo e che questa corsa alla compressione dei salari e delle garanzie dei lavoratori, si sta trasformando in una drammatica riduzione della domanda e nel declino della nostra economia.

L’opera del governo Monti sembra tutta incentrata a rassicurare l’Europa e gli investitori internazionali, che il nostro Paese è in grado di “stringere la cinghia” per ritornare ad essere virtuoso e affidabile. Ma questa strada non ci porterà ad un miglioramento della situazione economica. Perché nessuna ripresa è mai avvenuta attraverso l’austerità e la precarietà.

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