Non ripeterò – come giustamente hanno fatto in tanti – che scegliere il 25 aprile per portare in piazza il secondo V-day non è stata una scelta rispettosa. Non lo farò perché, allo sfruttamento mediatico di ogni ricorrenza – persino le più importanti e sacre –, ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Qualcuno dirà che rientra nelle moderne strategie di marketing e che non se ne può proprio fare a meno. Pazienza.
Beppe Grillo, che seguiamo da sempre con grande attenzione perché – quando vuole – sa essere persona intelligente e dalle idee interessanti, ha radunato i suoi estimatori per firmare una serie di referendum sull’informazione. Diciamo subito che sono stati sollevati dubbi sulla legittimità di questi referendum. Per legge devono trascorrere sei mesi dalle ultime elezioni politiche prima di poter presentare dei quesiti referendari, ma probabilmente la coincidenza del 25 aprile era troppo ghiotta per resistere. Impagabile la soddisfazione di poter dire su un palco davanti a migliaia di persone: «Siamo noi i nuovi partigiani». E i veri partigiani ringraziano…
Insomma tutti in piazza a firmare. Per cosa? Abolizione dell’ordine dei giornalisti, abolizione del finanziamento pubblico all’editoria e abolizione della legge Gasparri. Sull’ultimo quesito c’è poco da dire: solo un pazzo riterrebbe conveniente mantenere in vita una legge che ci costerà sanzioni tremende da parte della Ue. Quindi firmiamo, perché no? E se poi il referendum si rivelerà inaccettabile perché illegittimo? Pazienza, firmeremo di nuovo chissà dove e chissà quando o magari ce ne dimenticheremo per sempre. In Italia si usa così, no?
Per quanto riguarda l’Ordine dei giornalisti (che, è giusto precisare, è stato sì fondato nel ’25 sotto il regime fascista, ma è stato anche completamente riformato nel ’63) ci sarebbero molti distinguo da fare che Grillo preferisce saltare a piè pari per condannare l’Ordine in toto. Premetto che io personalmente sono convinto che gli ordini professionali siano un residuato da rimuovere, ma non mi illudo certo – come invece sembra fare Grillo e quanti lo seguono in questa crociata – che eliminando un ordine professionale si riqualifichi un’intera categoria. Intendiamoci: il giorno dopo l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti l’informazione in Italia non sarà più libera, sarà sempre in mano di chi la controlla ora. L’Ordine dei giornalisti ha, come la maggior parte degli ordini professionali, una cassa previdenziale chiusa, che non contribuisce – come invece fa l’Inps per esempio – a fornire allo Stato denaro per gli ammortizzatori sociali. Ciò nonostante anche i giornalisti possono usufruire di questi ammortizzatori. Questo privilegio però, lo ripetiamo, riguarda tutti gli ordini professionali ed è uno scandalo che dovrebbe bastare a farli scomparire tutti o, perlomeno, a far confluire l’intero ammontare delle loro casse nell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Ma questo non è mai accaduto e difficilmente accadrà dall’oggi al domani (perlomeno nel mondo reale). Mi domando anche che ne sarebbe della contrattazione nazionale per questo settore, che da tempo è ferma al palo. Ai giornalisti professionisti – piaccia o meno, lavoratori come tutti gli altri – vanno date risposte su cosa accadrebbe se la proposta di Grillo passasse. Ma a quanto pare questioni di questo tipo, per molti, sono di secondaria importanza, la libertà di informazione prima di tutto. Belle parole che, mi spiace dirlo, si addicono solamente ai demagoghi.
Arriviamo poi ai finanziamenti pubblici all’editoria. Parliamoci chiaro: se si chiude il rubinetto, chiudono pure i quotidiani. Tutti, dai grandi ai piccoli, sia quelli fatti male che quelli fatti bene: non so se mi spiego. Questo significa disoccupazione per tutti i lavoratori dell’editoria, dai poligrafici agli amministrativi, ai commerciali. E poi, che accadrà? La stampa diventerà finalmente libera in mano alla libera impresa, al libero mercato? Caro Grillo, ti illudi. La tua cura è peggio della malattia. Quando termineranno i fondi pubblici, qualche imprenditore danaroso aprirà il suo quotidiano privato dove pretenderà che si scriva esclusivamente ciò che vuole lui (giustamente, lui paga tutto e lui decide tutto…). In compenso un bel numero di famiglie si ritroveranno in mezzo alla strada, ma questo non importa, prima di tutto la libertà d’informazione (viene da chiedersi poi chi deciderà se l’informazione è libera o meno… forse Grillo…)! Ecco portata nuovamente in scena la guerra dei poveri contro i poveri.
Generano invece perplessità le schiere di certa sinistra italiana che sostiene estasiata queste devastanti proposte di liberalizzazioni. Ma, a pensarci bene, non è poi così strano: quella parte politica ha perso interesse per i lavoratori (i quali ricambiano con affetto, come abbiamo potuto vedere alle ultime politiche).
Tutto questo è il frutto di una visione distorta della realtà, una concezione semplicistica e infantile delle cose. Non si riesce a comprendere che i cambiamenti che servono per migliorare l’Italia possono avvenire solo in tempi lunghissimi a seguito di programmazioni serie e non dall’oggi al domani, ma è più facile sostenere il contrario. Allora, per uscire da questa crisi che investe tutta la vita economica e sociale della nazione, smettiamola di giocare alla rivoluzione e cominciamo a pensare seriamente a come salvare quello che ci rimane e a costruirci qualcosa per il domani.  Se non c’è una visione del futuro distruggere il presente non può servire a niente.