Da mesi il mondo intero si è reso conto dell’improvviso innalzamento dei prezzi del cibo, un fenomeno globale che sta investendo anche i più elementari mezzi di sostentamento come il riso. Come si può facilmente immaginare, se i prezzi aumentano sono i più poveri a subirne gli effetti. E se questo accade nelle nazioni del G7, per le popolazioni di terre già povere, o impoverite da decenni, si può solo parlare di catastrofe umanitaria e ambientale.


Ma Cosa sta succedendo? Non si capisce bene e l’analisi è tutt’altro che univoca: certo è che l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sta avvenendo, e molto rapidamente. I fattori indiziati sono almeno cinque, tutti certamente importanti -ma non è chiaro in che misura- nella formazione del prezzo e della situazione di crisi attuale. Marcel Giugale, della Banca Mondiale elenca le cinque concause: uno è costituito dai sussidi della produzione agricola incentrati sui cosiddetti ‘biocarburanti’, nuovo affare per fronteggiare la crisi petrolifera ma catastrofico per la competizione con la produzione agricola vera e propria. Un altro è l’aumento del costo del gasolio, che da solo contribuisce alla maggior parte del costo della moderna agricoltura; idem per i fertilizzanti. Vi è poi il consumo di carne che gli asiatici stanno aumentando, carne che ovviamente non è ‘producibile’ senza devolvere grandi quantità di cereali agli allevamenti. Infine la speculazione, che sta facendo non solo danni materiali, ma anche molta confusione nell’analisi del problema e delle relative soluzioni.

L’aumento dei prezzi e l’innurbamento
Solo negli ultimi mesi i prezzi sono aumentati in maniera allarmante. Negli ultimi anni sono triplicati, aumentando di 100 milioni le persone a rischio povertà, ed innalzando dal 3 al 5% il relativo indice. E’ un risultato drammatico, specie se si considera che fino a non molto tempo fa esisteva l’intendimento di ‘dimezzare gli affamati’ entro il 2015. La FAO, al contrario, prevede un aumento dei cereali del 56% per quest’anno, sopratutto a causa dei trasporti, elemento che aumenterà le tariffe del 70%, nonché per le sementi e i fertilizzanti del 30-70%. Inoltre, non bisogna dimenticare la proliferazione degli OGM che sono sementi sotto ‘copyright’, fattore che causa problemi non da poco agli agricoltori. I quali, stretti dall’innalzamento dei prezzi, stanno abbandonando progressivamente le campagne per ingrandire sempre di più le città, spesso configurate come megalopoli circondate da baraccopoli. Questo cambiamento è talmente reale che l’anno scorso, per la prima volta, il numero dei cittadini ha superato quello degli abitanti delle zone rurali. La FAO teme ormai una vera crisi mondiale.

Il consumo del mondo occidentale

Di fronte a queste prospettive catastrofiche, dovute alla semplice equazione che il livello di consumo cui siamo abituati non è sostenibile se il numero di consumatori aumenta come sta accadendo, il mondo occidentale continua senza alcuna preoccupazione la sua corsa allo spreco. Così, recentemente, la trasmissione Report, sulla rai, ha dedicato all’agricoltura e agli sprechi del sistema di distribuzione una puntata illuminante. Imballaggi costosi, ‘filiere’ troppo lunghe, cibo ‘industriale’ contro biologico, costi sempre maggiori per un prodotto finale sempre più ridotto, il sospetto che dietro l’abbondanza di imballaggi vi sia l’interesse a vendere più il contenitore che il contenuto (nonché produrre abbondante combustibile per i termovalorizzatori): queste sono le questioni di spicco del lungo reportage. Qualche numero e fatto, citati nel servizio di Piero Riccardi, giovano ad inquadrare la situazione che Milena Gabanelli, la presentatrice di Report, definisce “una sistema che alla lunga si ritorcerà contro di noi”. Ecco a voi numerosi esempi di come la società occidentale continua la sua corsa allo spreco, incurante della crisi mondiale del cibo:
* Calcolo delle risorse in base all’alimentazione seguita: si potrebbero nutrire 10 miliardi di persone con l’alimentazione tipica degli Indiani, la metà con lo stile europeo, la metà anche di questo valore ovvero 2.5 miliardi, per lo stile americano. Perché questo? Perché incide la grande quantità di cereali usati per alimentare gli animali d’allevamento. Così se 800 milioni di persone sono iper-alimentate con una dieta massivamente carnea, altrettanti (820) sono quelli che soffrono la fame.
* Gas serra: l’agricoltura industriale e chimica è la causa, attualmente, di tutte le emissioni di gas serra. Quindi nella produzione agricola e dell’allevamento si gioca molta parte delle sorti future del pianeta. Il ciclo agricolo, secondo la FAO, sarebbe addirittura responsabile per il 30% del riscaldamento globale contro il 17% dei trasporti normali. Oltre a questo vi sono gas-serra emessi dal letame degli animali d’allevamento, che sono anche 296 volte peggiori dell’anidride carbonica.
* Carne: ogni americano ne mangia mediamente, in un anno, 122 chili contro gli 87 di un italiano, 50 di un cinese e 4 di un indiano. Risultato ambientale? Che prima di arrivare alle mascelle del consumatore finale, un hamburger da 150 grammi ha fatto consumare mediamente 2.500 l di acqua (il che ovviamente non tiene conto degli idrocarburi, fertilizzanti ed energia elettrica consumate nel processo).
* Spesa: il 2 febbraio di quest’anno, a Roma, la spesa è stata ricca di frutta e verdura fuori stagione, estremamente costose. Alcune, come gli asparagi, vengono dal Perù, altre come le fragole, in Spagna, o dal Marocco nel caso dei fagiolini verdi. I viaggi sono lunghi e complessi, anche per i prodotti italiani: ortaggi prodotti nel Sud Italia, arrivati allo smistamento a Faenza, poi spediti nei negozi a Roma, percorrendo centinaia di km. E il prezzo? 21 euro al kg per gli spinacini, 50 gr di prezzemolo a 1 euro e 49 (29.8 euro al kg).
* Nonostante questi prezzi eccezionali, secondo la FAO, il pianeta è stato profondamente devastato con ampissime superfici coltivate: un quarto di tutte le terre emerse (circa 40 milioni di km quadrati), triplicato in 30 anni l’uso di fertilizzanti, perse il 25% delle riserve ittiche e il 35% delle foreste di mangrovia negli ultimi 20 anni. Tutto questo, annunciato sul TG3, fa parte del Millennium Ecosystem Assessment, documento dell’ONU frutto del lavoro di 2000 scienziati per 4 anni.
* Come calcolare l’impatto ambientale del cibo: il Dir. del dipartimento forestale della FAO, Wulf Killmann fa un esempio: per la bistecca sulla tavola quanti gas serra sono stati emessi durante la ‘filiera’? Abbastanza, afferma, da accreditarsi il 18% dell’emissione dei gas-serra totali. Non solo CO2, ma anche metano, deforestazione massiccia, refrigerazione, trasporto e via dicendo concorrono a questa situazione.
* Per capirne di più chiedono a Francesco Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Dato citato: un chilo di ciliege vale 360 chilocalorie, ma i combustibili fossili bruciati sono pari a 20.000. 2,5 litri di cherosene sono infatti necessari per farli arrivare dall’Argentina (da dove, essendo frutta fuori stagione, sono state importate), il che acconta per 6 kg di anidride carbonica. Chiaramente il trasporto aereo è uno dei modi più efficaci per importare rapidamente frutta, verdura e fiori freschi, ma è anche un sistema di trasporto molto costoso.
* Il mais: sempre Gesualdi cita un altro dato: secondo uno studio negli USA, in un barattolo da 455 gr netti ha assorbito 450 kcal nella fase agricola, 316 in quella industriale, imballaggio 1006 kcal. E questo senza considerare le spese di trasporto.
* Per produrre un kg di plastica si consumano o si emettono: petrolio, 2,5 kg di Co2, 17,5 kg di acqua e altre sostanze come lo zolfo.
* Un prodotto alimentare finito costa molto di più di quello grezzo. Carote grattugiate a 8,5 euro al kg sono in vendita nei supermercati. Ma in una delle cooperative della Pontina vengono pagate ai compratori 22 centesimi al kg alla vendita, di cui per l’agricoltore appena 7 centesimi. Il problema è il prezzo ‘che fa il mercato’. Ma come questo venga formato non è affatto pacifico né facile da comprendere.
* Le serre sono sempre più usate per prodotti fuori stagione, per esempio cavoli rapa da inviare in Germania a 5 euro alla cassa mentre tra poco, quando anche la Germania avrà la sua produzione di cavoli , il prezzo scenderà sotto il limite della convenienza della raccolta, ovvero 3 euro alla cassetta. Nel frattempo sono già nati i pomodori; piantati a gennaio, saranno raccolti tra aprile e giugno, quindi sempre in anticipo di stagione e perciò con un maggiore prezzo. Infatti sotto i 30 centesimi al kg, per esempio, i pomodori non sono più convenienti da raccogliere, almeno così sostiene l’agricoltore intervistato. Così enormi quantità (200-300 quintali o il 15% prodotto per ettaro) sono lasciati non raccolti nei campi. Altrettanti saranno scartati al consorzio in quanto non sono ‘belli’ ovvero corrispondenti agli standard di riferimento: finiranno buttati e sotterrati. Data la concorrenza con altre nazioni (es. Spagna, Turchia) non è facile tenere i prezzi a livelli accettabili.
* Maccarese, a pochi km da Roma, ha 1000 ettari di carote, totalmente meccanizzate e industrializzate. Sono terreni pieni di fertilizzanti e sostanze chimiche che vengono in ogni caso infestati dai nematodi, attirati dalle monoculture. Per tenerli a bada vengono sparsi quintali di cloropropene per ciascun ettaro, che non li elimina totalmente: si creano sempre più insetti resistenti, e si usa una quantità sempre maggiore di sostanze chimiche.
* A Fondi, Latina, più grande mercato di ortofrutta d’Europa, si cerca di capire cosa determini il prezzo delle carote. Seguendo questo settore ancora non si capisce bene chi o cosa lo determini: si dice che sia la ‘grande distribuzione’ ma è un concetto ancora piuttosto vago. Arrivati al settore arance, un agricoltore dice che sono necessari 15 centesimi di euro al kg solo per coglierli dagli alberi così che il prezzo minimo sarebbe attorno ai 50 centesimi, ma è difficile venderli: la lattuga, che nei supermercati si vende a 1,29 euro al kg, viene pagata agli agricoltori 1 euro per ogni cassa da 10 kg.
* Nella grande distribuzione si fanno accordi specifici col produttore: produrre tutto l’anno le stesse cose e nella stessa quantità. La Gabanelli dice che il Garante per la concorrenza ha notato che i prezzi della grande distribuzione sono maggiori di quelli ai banchi del mercato. L’inchiesta prosegue in un grande supermercato interrogando Paolo Barberini, presidente di Confdistribuzione, e gli si chiede come mai il prodotto passi da 7 centesimi pagati all’agricoltore a 8 euro e passa alla vendita, ma la risposta è piuttosto evasiva, appellandosi ai ‘risparmi di tempo’ e lavoro necessari grazie alle confezioni già pronte (ovvero, l’incremento di costi finali rispetto al prodotto ‘nudo’ sarebbe giustificato dal risparmio di fatica, e sopratutto di tempo).
* Cosenza, il prof. Dacrema afferma che in sostanza, il PIL non può essere solo un fatto matematico: oltre al prezzo varrebbe anche la pena di parlare del valore e del significato dei beni prodotti. In particolare il PIL è attento alla produzione di beni, ma non tiene conto dei costi e dei danni ambientali correlati: anche il naufragio di una petroliera o un incidente stradale, con questa logica, causano cioè un aumento del PIL.
* I prodotti fuori stagione sono un altro modo per aumentare il PIL per via del maggiore prezzo che li caratterizza, ma non è altrettanto vero per le qualità che esprimono. Il pomodoro contiene il licopene, che combatte i radicali liberi, ma questi ortaggi non riescono a restare molto validi se non sono freschi. Riguardo i polifenoli e flavonoidi l’università di Chieti (centro scienze dell’invecchiamento) ha fatto una ricerca interessante: hanno comprato prodotti al mercato con i pomodori appena raccolti (maturi) e poi quelli verdi del supermercato. Risultato: i primi hanno un contenuto di gran lunga superiore a quello dei pomodori secondi: ovvero, quelli verdi che poi diventano rossi autonomamente (dopo la raccolta) non sono minimamente competitivi con quelli che arrossano al sole estivo e vengono colti nella giusta stagione.
* Poi si è ritornati da un altro coltivatore diretto laziale: Claudio inizialmente era agricoltore industriale, ma poi ha abbandonato è diventato un agricoltore biologico: mostra il terreno di un vicino (ancora ‘industriale’), quasi sabbioso, e quello delle sue coltivazioni che sfoggiano anche piante infestanti: il suo terreno bruno ha un contenuto di sostanza organica dell’1% contro lo 0,3% dell’altro. Dice che si sentiva un tossicodipendente a confidare solo sulle sostanze chimiche per coltivare le sue piante. Ora invece orgogliosamente mostra le carote del suo campo, e quelle di quello vicino: le sue risultano molto più grandi e sviluppate.
* Piero Bevilacqua, della Sapienza, ha elaborato una teoria: che i concimi chimici fertilizzano la pianta e non la terra, avvelenando e insterilendo il terreno, fino a che la pianta letteralmente vive in un ambiente artificiale e sostenibile solo con prodotti industriali.
* La perdita di sostanza organica dal terreno significa anche liberare grandi quantità di CO2: il terreno agricolo italiano aveva 130 tonnellate per km quadrato di carbonio: adesso ne ha circa 70, e ogni grammo di carbonio ne produce 3 di CO2.
* Bra, Langhe piemontesi, sede dello Slow Food. Gli inviati incontrano Carlo Petrini, una delle 50 personalità inserite da “The Guardian” tra chi potrà salvare l’ambiente della Terra (l’unico italiano). Afferma che un’agricoltura su piccola scala, rispettosa dell’ambiente è molto più sostenibile e produttiva di una di grande scala (industriale), per esempio consentendo di ruotare le coltivazioni e migliorare la resa della terra. Bisogna insomma rispettare la natura per aumentare la produzione.
* Sergio Capaldo, veterinario, offre la sua testimonianza di come la grande distribuzione ricattava l’allevamento di animali con ‘troppi compromessi’. La sua associazione di allevatori ‘sostenibili’ si occupa di allevare animali con metodi tradizionali e salutari. Tra l’altro uno degli allevatori dice di come sia difficile in un allevamento sovraffollato gestire gli animali e salvarli da epidemie, mentre maggiore guadagno è dato spesso dall’aumento della massa muscolare con opportuni prodotti ormonali. Inoltre allevare gli animali con il foraggio prodotto in proprio rende irrilevanti gli aumenti dei prezzi petroliferi. Per il controllo della filiera, gli allevatori tendono a cercare un giusto prezzo direttamente con i negozianti, in Eataly per esempio gli comprano la carne ad un prezzo maggiore del normale, ma ne garantiscono la salubrità e la rivendono con profitto. Alla fine ci ha guadagnato l’intera filiera: produttore, venditore e consumatore (con 5 euro è possibile comprare 3 hot dogs da 130 gr l’uno).
* Un’altra azienda del Nord Italia produce mele ‘antiche’. Sono di varietà antichissime, come la ‘gambafina’, ricche di polifenoli e resistenti alle malattie. Non fanno tendenza nel grande mercato, visto che le varietà americane sono diventate lo standard (il contadino parla di ‘colonialismo’). Queste mele (come altri tipi di alimenti che offrono una notevole biodiversità) sono poco necessitanti di sostanze chimiche.
* Una ricerca di un’università californiana ha dimostrato che l’agricoltura biologica è superiore, con quasi il doppio di antiossidanti nei pomodori analizzati rispetto a quelli ‘industriali’. Altre ricerche come quella di uno studio dell’Università di Reggio Calabria hanno confermato che i metodi biologici sono per molti versi migliori quanto al prodotto finito. Sempre qui è stato incontrato uno studioso del settore, Francesco Santopolo. Ecco quello che ha detto: nel 1940 avevamo 6 molecole e 31 prodotti, nel 1988 381 molecole e 3 081 prodotti, ma i danni da insetti sono aumentati del 6% e dai funghi dell’1,6% (torna quindi il discorso ‘eugenetico’ sui super-parassiti). Smentisce che il biologico costi più e renda meno. Ad un’azienda biologica vicina si chiede poi quanto costa il vino e l’olio. Prima di passare al biologico i concimi costavano 13 milioni, poi sono scesi a 1,8 milioni e la qualità dei prodotti è aumentata, non diminuita.
* Quanto ai diserbanti, uccidono le erbacce ma aiutano la produzione di CO2. I continui cicli di aratura distruggono le sostanze chimiche organiche e liberano carbonio dal terreno impoverendolo di sostanza organica e aumentando al contempo i gas serra nell’aria, per un doppio danno. Inoltre, tornando al caso di Claudio, riassestare il terreno coltivabile è lungo e difficile: lui ha impiegato 10 anni per ritornare ad una condizione soddisfacente (quella mostrata nel servizio).
* Il protocollo di Kyoto, a partire da questo gennaio imporrebbe di ridurre del 6,5% l’emissione di CO2. Ma non accade e questo al costo stimato, in termini di sanzioni conseguenti, di 47 euro al secondo.
* A Napoli, facoltà di Agraria dell’Università Federico II, una studiosa (Maria Fonte) cita uno studio americano sulle rese agricole biologiche contro industriali: hanno trovato che le rese sarebbero inferiori di circa il 10% nei Paesi sviluppati ma nei Paesi in via di sviluppo aumenterebbero.
* Bologna. Il cibo non è realmente poco, ma viene buttato via in quantità. In un supermercato si va a vedere i prodotti ‘scartati’: scadono e vengono buttati prima ancora del termine (che per un prodotto alimentare non è certo molto lontano). Persino prodotti che scadono tra due giorni sono da buttare. Ma Andrea Segrè della facoltà di Agraria ha ideato il ‘Last Minute market’. Studiò a suo tempo con gli studenti di Agraria gli sprechi di un ipermercato dove sono stimati buttati come eccesso 170 tonnellate di derrate alimentari. Il ‘Last Minute Market’ funziona nella stessa facoltà con studenti volontari che si occupano di collegare questo spreco ai bisognosi. Si è stimato che in tutta Italia i prodotti alimentari sono buttati per un ammontare di 238 000 tonnellate pari ad oltre 500 000 000 di pasti: uno spreco valutato in oltre 800 000 000 di euro.
* Gli scarti dei prodotti finiti negli scaffali e invenduti sono solo una parte del totale che nasce dai campi e non arriva mai al suo scopo nutritivo: nei vari passaggi della lunghissima filiera dei trasporti ve ne sono grandi quantità ‘rovinate’ per vari motivi. Anche queste, nei centri di smistamento locali, sono da qualche tempo sotto l’interesse del Last Minute Market.
* A Cascina, Pisa, c’è una rete di GAS, ovvero gruppi di acquisto solidale, di cui il primo nacque nel 1994. Un’azienda che produce programmando i prodotti in base alle richieste. Mettono su internet le offerte (di quello che si produrrà, non di quello che s’è già prodotto), sentono le richieste e poi si regolano di conseguenza. Così lo scarto, ‘fisiologico’ per la grande distribuzione, si riduce a zero. Le verdure vengono racchiuse in buste da 5 kg circa e vengono riforniti così circa 1000 famiglie per le loro necessità. Il costo medio è di circa 1,7 euro al kg ma dipende dalla stagione. Sono carote, broccoli, fragole etc. etc.
Vi sono agricoltori che vendono latte sfuso direttamente dall’allevamento: 1 euro al litro
* Monselice, Padova. Nei ‘mercati locali’ (si chiamano così) non vi sono intermediari: gli agricoltori locali vendono ai consumatori. Risultato: i prodotti sono del 10-15% meno costosi. La Coldiretti ha premuto per ottenere che questi locali di commercio dal produttore al consumatore siano aperti in ogni comune d’Italia. L’assenza di un gran numero di km percorsi e di imballaggi sofisticati aiuta molto in ogni ambito, da quello ambientale a quello economico.
* Da altre parti, come ad Adria, vi sono mense scolastiche con riso biologico. Alle porte di Padova vi sono macchinette automatiche per l’erogazione del latte, che è intero, munto in mattinata e con un costo di un euro al litro. Un vantaggio per il consumatore che altrimenti lo paga 1,6 euro o più, ma il caseificio offrirebbe all’agricoltore solo 36 centesimi al litro. Così tagliando gli intermediari e togliendo rifiuti, si aumenta la merce piuttosto che i viaggi necessari e gli imballaggi da buttare (in Italia si consumano oltre 800.000 litri di latte al giorno). Iniziative a ‘km zero’, ovvero con una riduzione dei km percorsi per il cibo servito, sono applicate anche vicino Padova, in alcuni ristoranti.

Fonte: wikinews