Fincantieri, azienda pubblica controllata dal ministero dell’Economia attraverso Fintecna, ha annunciato un ampio piano di ridimensionamento della capacità produttiva. In pratica licenzierà 2551 lavoratori. Verranno chiusi gli stabilimenti di Sestri Ponente e di Castellammare di Stabia, 1400 dipendenti, più altri 1151 esuberi distribuiti in altre aziende del gruppo. In sostanza una riduzione del 30% della forza lavoro, che, attualmente, si aggira sulle 8500 unità in otto cantieri.

In Italia la logica è una sola: se si perdono quote di mercato, si tagliano posti di lavoro. Questo modo di pensare pervade sia il pubblico sia il privato. Non si investe né per creare occupazione, né per rendere i nostri impianti più produttivi, né per migliorare i nostri prodotti, né per trovare nuovi settori da aggredire. La realtà è che non ci sono i soldi. In questo contesto il lavoro è ormai considerato solo un problema di cui liberarsi. I lavoratori costano, protestano e vogliono uno stipendio che gli permetta di campare (ma dove siamo arrivati). Quando fa caldo, poi, sudano e puzzano pure.

La realtà è che il nostro Paese è affogato, soffocato, strozzato dal debito pubblico, e da una crescita lentissima che non permette di far diminuire il debito. Siamo in un circolo vizioso: Non abbiamo i soldi per investire in ricerca, innovazione, istruzione e questo provoca una crescita debole. La crescita debole non ci permette di contrastare la crescita del debito. Non sappiamo come uscirne, e la cosa più facile è tagliare, licenziare, ridurre i costi. Anche questo, però, genera un rallentamento della domanda interna che, in sostanza, fa aumentare il debito.

Non a caso Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook dell’Italia da stabile a negativo. (Con il termine “outlook”, si indica, in gergo finanziario, l’orientamento di medio/lungo periodo). Secondo la celebre agenzia di rating «le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto». Il succo della nostra situazione è ben sintetizzato dai numeri e dalle statistiche di Eurostat.

Secondo il Newsrelease Euroindicators , rilasciato il 13 maggio 2011 i dati del primo trimestre 2011, per quanto riguarda l’Italia, non sono certo confortanti. Mentre, in media, sia l’Europa dell’area Euro (EU17), sia quella dei Paesi Cee (EU27), cresce, rispetto al trimestre precedente, dello 0,8%, noi ci fermiamo ad uno striminzito 0,1%. Rispetto allo stesso trimestre del 2010, poi, mentre EU17 e EU27 crescono in media del 2,5%, noi ci arrestiamo all’1%. Il confronto con la crescita di alcuni Paesi, poi, è veramente demoralizzante. Ad esempio: l’Estonia è cresciuta dell’8%, la Lituania del 6,8%, la Finlandia del 5,2%, la Germania del 4,8%, l’Austria del 4%, l’Olanda del 3,2% e il Belgio del 3%. Per completezza di informazione e per rendere meno amara la pillola, va detto che Fitch e Moody’s , si sono schierate dalla parte dell’Italia. Le due agenzie di rating hanno dichiarato di non aver intenzione di cambiare né il rating sull’Italia né l’outlook che, per le due agenzie, rimane stabile.