Sangue Corsaro nelle vene è un’antologia (pubblicata da Bacchilega editore nel 2006 e acquistabile qui) che raccoglie i racconti che hanno partecipato al concorso Scrivi di… Jolanda, un progetto sviluppato e realizzato da Associazione Libri e Dintorni, Biblioteca di Borgo Panigale, Bacchilega editore, Daemon, El-Ghibli, Mompracem – Radio Città del Capo. Uno degli scrittori che hanno partecipato al concorso (ricordiamo tra gli altri – per la loro bravura e perché tratteremo più diffusamente in un prossimo articolo il loro lavoro – il gruppo Kai Zen), Paolo Agaraff, ha diffuso in Internet il suo avvincente racconto d’ispirazione salgariana – Jolanda e i figli del mare – con una licenza Creative Commons che ci permette di riproporvelo (alle condizioni specificate dalla licenza) liberamente senza violare i suoi diritti d’autore. Grazie al bravissimo Agaraff abbiamo quindi un ottimo esempio di buona letteratura libera da proporvi. Buona lettura.

La fregata si stava allontanando dall’arcipelago con tutte le vele al vento, lasciandosi nella scia cinque isole vulcaniche dalla forma allungata, disposte a ventaglio come le dita di una mano. Attorno alla Nuova Folgore, il mare era tranquillo ed oscuro. Eppure, a breve distanza, le acque spumeggianti assediavano la flotta spagnuola, lanciata all’inseguimento dei filibustieri.
La guerra con la Spagna era finita da anni, ma quelle navi in mezzo al Pacifico cercavano ancora vendetta, per la beffa di Panama e per le innumerevoli sconfitte patite. Al momento del primo avvistamento, tutto pareva perduto. Ora che i cinque vulcani si allontanavano a poppa, la minaccia sembrava invece meno letale. Quelle isole, circondate dalla barriera corallina e battute dalle onde dell’oceano, esercitavano infatti una sorta d’influenza nefasta sugli inseguitori: appena erano transitate tra le dita spettrali di quell’arcipelago, le navi spagnuole erano state circondate da singolari colonne d’acqua, risplendenti di una luminescenza dai contorni iridati. Gli equipaggi erano caduti in preda al panico, tanto che la prora della Lèon puntava ormai senza controllo verso le murate della Pescados de Plata, e lo scontro appariva imminente. Piantato sulla tolda della Nuova Folgore come una bitta di tonneggio, un vecchio tarchiato guardava intimorito la scena. Era abbigliato con una camicia di lana e calzoni corti, che lasciavano scoperte le gambe solcate da orrende cicatrici; aveva la pelle ridotta a pergamena e i lineamenti angolosi, duri, incorniciati da una folta barba.
«Sembra di rivivere quella notte» disse, quando s’udì nell’aria lo schianto dei legni spagnuoli; «le istesse saette di luci… le anime del Corsaro Rosso e del Corsaro Verde… quella notte in cui apparve all’orizzonte la scialuppa con vostra madre».
«I morti non c’entrano, Carmaux» rispose sprezzante Jolanda. «I morti non possono tornare… non così facilmente, almeno». La sua pelle d’alabastro rifletteva l’innaturale chiarore circostante, contrastando col nero dei merletti che indossava, ma gli occhi le fiammeggiavano come braci.
«Siete proprio una strega. Tutta vostra madre Honorata» ribatté un uomo barbuto, basso e tozzo, un po’ curvo, abbigliato con vesti che un tempo sarebbero sembrate ricercate, ma ormai apparivano solamente fuori luogo.
«Enrico, non azzardatevi a parlar male di mia madre. E pensare che c’è stato un tempo in cui mi chiamavate Signora di Ventimiglia».
«Non eravamo sposati. E vi conoscevo molto meno…» rispose Morgan, prima di finire squassato da un attacco di tosse. Si ripulì la bocca con un fazzoletto che rimase arrossato dal sangue, poi soggiunse: «Comunque, nel testamento siete menzionata come mia bellissima e amatissima moglie».
«Infatti io sono ancora bellissima. Siete voi ad essere un relitto». Jolanda proruppe in un gemito di furia mal repressa. «Ma guardatevi! Sempre ubriaco! Giallastro, magro come un osso, cogli occhi albuminosi ed il ventre prominente. Dov’è finito l’uomo robustissimo e fiero, dagli occhi neri e vivaci, che per salvarmi ha saccheggiato Panama? Sul fondo di una bottiglia di Alicante?»
«La vostra bellezza è intatta per virtù di qualche sortilegio» rispose Morgan, «se fossimo restati a casa, nella nostra bella tenuta giamaicana…»
«Non avete più le palle di una volta».
«Mia signora!» sbottò un vecchietto simile a Carmaux, ma ancora più anziano. «È forse questo un linguaggio da donzella?»
«Tacete!»
«Van Stiller, vecchio mio, faresti meglio a ignorarla» biascicò Morgan, «è proprio divenuta una strega».
«Ancora con questa storia della strega!» ribatté Jolanda: «Per qualche trucchetto, imparato da zia Sara e da Fritz il fiammingo: poche parole apprese da un vecchio libro. Non vi sembra di esagerare?»
«Mi sono sempre chiesto come avesse fatto vostra madre a divenire la regina di quei selvaggi…»
«Basta con queste insinuazioni. Dovreste ringraziarmi, invece».
«Ringraziarvi?» Morgan drizzò la schiena e puntò un dito adunco a poppa, dove numerosi naufraghi spagnuoli stavano lottando tra i flutti. «Mi avete costretto a venire su queste isole dimenticate da Dio, in mezzo al Pacifico, a cercare un misterioso tesoro! E invece mi sono trovato circondato da una flotta di spagnuoli furiosi e assetati di vendetta!»
Il tono di Jolanda si fece gelido come l’acciaio di Toledo: «Una volta li avreste fatti a pezzi».
«La Nuova Folgore, una fregata a tre alberi, contro un’intiera flotta di galeoni spagnuoli?»
«Non avete più le palle».
«Ma… signora!»Van Stiller era paonazzo.
«Tacete!» sbottò Jolanda. «Non vedete che sto litigando con mio marito? Piuttosto, avete disegnato sulla fiancata della nave l’occhio in fiamme incluso nella stella?»
Van Stiller si rattrappì. «Sì signora…»
«E avete inciso l’istesso simbolo sulle palle di cannone?»
«Sì signora».
Soddisfatta, Jolanda si rivolse nuovamente al marito: «Queste isole dimenticate da Dio nascondono tesori inimmaginabili, e se non vi foste fatto prendere dal panico avremmo potuto esplorarle tranquillamente».
«Ma non vedete quel che sta accadendo?» rispose Morgan, indicando il mare.
Sopra le navi spagnuole s’erano sollevati, neri come l’ebano, informi conglomerati formatisi dal ribollire d’un liquido denso che scaturiva dal mare, in cui talvolta guizzavano lampi verdastri. Alcuni di questi orrori si schiantavano sul ponte delle navi, in mezzo a urla terribili e rumori di legno frantumato. Altri si distendevano in mostruose propaggini, che si attorcigliavano alle carene delle navi, stringendole fino a schiacciarle.
Carmaux e Van Stiller si strinsero l’uno all’altro, più simili a fanciulli spaventati che agli intrepidi corsari che avevano terrorizzato i mari caraibici. Un uomo dell’equipaggio, dopo aver osservato il terribile spettacolo offerto dalla flotta spagnuola, prese la pistola dalla cintola, se la infilò in bocca e lasciò partire il colpo. Morgan guardò il corpo senza vita del suo marinaio, poi fissò la moglie con astio. «Voi e i vostri mostri!»
«Tekeli-li…» lo interruppe Jolanda. «Sono cuccioli. Son solo cuccioli. Figli del mare, come noi». Il suo sguardo si concentrò sull’orizzonte in fuga. «Se almeno avessimo finito di esplorare l’isola… Adesso dovremo attendere che si calmino».
«Morte dell’inferno!» ringhiò Morgan, «Avete risvegliato Belzebù!»
«Ma quale Belzebù! La figlia del Corsaro Nero non ha paura di Belzebù, figuriamoci di qualche seppia volante mangiatrice di spagnuoli!»
«E se alle seppie gli spagnuoli non bastassero?» sussurrò Carmaux.
«In tal caso…» rispose la Signora di Ventimiglia, «gli piazziamo una palla di cannone in mezzo agli occhi».
Morgan sospirò rumorosamente e scrollò il capo. Un marinaio precipitò urlando dalla coffa sulla coperta, con un tonfo sinistro di ossa spezzate.
La nave si allontanò tra i flutti d’inchiostro, mentre le saette che si dipartivano dalle nubi facevano da cornice alle enormi sagome nere intente a frantumare i legni spagnuoli.
Morgan guardò Jolanda e, per la prima volta in vita sua, ebbe paura.

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