In Place de la République a Parigi ha sfilato la speranza

Abito da otto anni a fianco di Place de la République e non l’ho mai vista così stracolma di gente. Migliaia di persone giunte da ogni parte di Parigi, dopo uno stretto giro di post sui social network, per dire no all’inciviltà, al terrorismo, all’intolleranza. Nello stesso momento, le più grandi città di Francia e molte altre nel mondo facevano eco a questa manifestazione spontanea.

La folla è calma, quasi silenziosa, e riempe ogni angolo della piazza ma ci si riesce a muovere. Il flusso di persone è calmo e l’andirivieni dei passanti serve quasi ad alleggerire la pesantezza del clima. Persone di ogni età, di ogni ceto, di ogni etnia si stringono attorno alla statua della Marianna al centro della piazza, simbolo della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità, i valori che sono alla base del vivere civile delle democrazie contemporanee.

I parigini non sembrano arrabbiati, sono sorpresi, indignati per un’azione barbara quanto insensata. Si ha la sensazione di avere vissuto una giornata in cui si è raggiunto il punto di non ritorno, quello in cui tutti i fondamenti del vivere comune siano stati messi in discussione. Sembra che ancora una volta, e forse in modo definitivo, sia stato spezzato quel contratto sociale necessario per la costruzione di una civiltà regolata da valori universali, validi perché riconosciuti da tutti. Di fronte a una tale follia, l’unica soluzione è ricordare quei pochi principi, diversi dal consumismo, che ancora ci tengono uniti. Bisogna gridarli, per non dimenticarli, per renderli ancora una volta attuali e considerarli indispensabili.

Nel silenzio surreale della piazza piena, ogni tanto sale un applauso, un coro: “liberté d’expression”. Ecco un diritto fondamentale, conquistato con fatica, sangue e sudore, che torna alla mente e sulle labbra come irrinunciabile. Non può essere messo in discussione da gruppi oscurantisti, che siano essi politici, religiosi o tecnocratici. Non si può tornare indietro, non si ammazzano dei giornalisti in un Paese democratico. Questo si sentiva in quella folla, quello si percepiva leggenedo sul web le subitanee reazioni dei capi del mondo intero. Il diritto d’espressione garantisce a tutti di dire la propria opinione, chiunque sia, qualsiasi cosa dica. Il settimanale Charlie Hebdo non faceva certo l’unanimità, con quella sua satira sguaiata e senza limiti, eppure era un garante della democrazia, come tutti i giornali, come tutti gli organi di informazione.

Così migliaia di profili sui social network si sono volontariamente oscurati, internet si riempiva di “Je suis Charlie”, la piazza della République risuonava di cori spontanei “Nous sommes tous Charlie”, per piangere le vittime e per difendere a denti stretti il diritto di ogni uomo ad esprimersi. “Not Afraid” dicevano delle scritte luminose poste ai piedi della statua della Marianna, a indicare che di fronte alla follia omicida la ragione può fare ancora miracoli, la parte irrazionale di noi stessi può essere sconfitta, per tornare a sperare in un mondo migliore.

Alla televisione il presidente François Hollande ha evocato la necessità di stare insieme. La sola terapia per fronteggiare quel particolarismo dialagante in ogni parte del mondo, che antepone il comunitarismo all’universalismo, il regionalismo sfrenato ai valori comuni che regolano il vivere insieme. Qui sta la finezza: rispondere ad atti dettati dall’estremismo con una politica identitaria che stigmatizza l’altro, equivale a fare il gioco dei fanatici, entrando nella pratica dei veti incrociati e contrapposti, in anacronistiche crociate ormai inconcepibili per gente che si ritiene, a torto o a ragione, evoluta.

Nel mezzo della folla, passano personaggi pubblici, scorgo Daniel Cohn Bendit, che cammina solo come un passante qualsiasi. Era un compagno di strada della redazione di Charlie Hebdo, gente che amava definirsi “libertaria e libertina”, frutto di una stagione, quella degli anni della Contestazione giovanile, che hanno cambiato il mondo più decine di guerre e rivoluzioni armate. Un simbolo, un presagio di come quella Piazza rappresenti un attitudine alla tolleranza che non può e non deve cambiare, perché la libertà è irrevirsibile, che siamo d’accordo o meno con i risultati che ne conseguono.

In quella piazza, dova la gente camminava con i quotidiani alla mano, dove i giornalisti alzavano al cielo le loro carte Stampa e le loro matite, dove centinaia di candele decoravano il basamento della statua della Marianna, si è capito ancora una volta che il fondamento della democrazia è la partecipazione. Se sono pochi fanatici a fare un attentato, è un popolo intero a fare una piazza. E questa è il fondamento della speranza.

Guardo di nuovo la scritta ai piedi della statua: Not Afraid. No, non abbiamo paura.