La lotta operaia riconquista le prime pagine dei giornali, grazie a 50 persone che da oltre un anno stanno occupando l’Innse Presse di Milano, storica fabbrica metalmeccanica “per salvarla dal fallimento”. “Aspettiamo un intervento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”, dicono gli operai. Secondo loro il responsabile di questa situazione è Silvano Genta, che ha acquistato l’azienda nel 2006 e che invece rifiuta di fare da capro espiatorio: “Se l’azienda è fallita – dice – la colpa è di questi lavoratori che si sono opposti al mio piano di rilancio”.
I sindacati, da parte loro, rispondono per le rime: “Non stiamo scherzando”, dice Roberto Giudici della Fiom, uno dei quattro operai da ieri mattina sulla gru carro ponte, all’interno del capannone della fabbrica. Ultimo atto di una resistenza messa in piedi dai metalmeccanici per impedire lo smontaggio dei macchinari e chiedere la riapertura della trattativa.
Tensione al presidio. Davanti all’ingresso di via Rubattino, spintoni e parole grosse tra gli altri lavoratori e le forze dell’ordine. “Vogliamo delle risposte”, urlano, mentre cercano di sfondare il muro di agenti e rientrare all’interno della fabbrica. E le risposte in effetti arrivano, anche se forse non sono quelle sperate. “Siamo pronti ad aprire un tavolo tecnico senza Rsu. Siamo pronti al dialogo con persone della controparte come consulenti o avvocati, persone pronte a non fare demagogia”.
Silvano Genta chiude così una trattativa forse mai realmente aperta da entrambe le parti. “I sette macchinari ormai sono stati venduti – dice durante una conferenza stampa all’hotel dei Cavalieri di Milano – e su quello non si torna indietro. Io non volevo liquidare la fabbrica, che ho acquistato nel 2006 per 700 mila euro senza che ci fossero altri compratori. Le uniche condizioni per farla ripartire erano quella di delocalizzare la fabbrica in una zona non lontana da via Rubattino e di ricollorare 25 dipendenti per rimpiazzarli con altrettanti lavoratori più qualificati”. Un problema, quest’ultimo, sottovalutato in passato dalla Provincia di Milano, dice l’imprenditore. “Spero che l’attuale presidente Guido Podestà si occupi della ricollocazione”.
Le reazioni. “E’ intollerabile che nella giornata di oggi sia stato impedito alla segreteria generale della Fiom di Milano di entrare nello stabilimento della Innse per parlare con i lavoratori che hanno pernottato sul carro-ponte e per accertarsi delle loro condizioni”, dice il segretario generale della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini. “Impedire ogni contatto tra il sindacato e i lavoratori che si trovano all’interno dello stabilimento – prosegue il sindacalista – costituisce un inconcepibile atto di arroganza”. E agli operai arriva la solidarietà da Dionigi Tettamanzi: “Non è solo una questione di reddito: qui c’è di mezzo la dignità dei lavoratori, spesso considerati come dei rifiuti umani”.
La storia. Quello della Innse è un marchio glorioso. Nata dall’officina Innocenti Santeustacchio, è stata il simbolo dell’industria metalmeccanica all’interno della zona di Lambrate, nell’area ex Maserati. Lì venivano prodotte la Mini e la Lambretta. Poi, nel 2002, la messa in liquidazione e la successiva vendita, quattro anni più tardi, al gruppo Genta, che nel 2008 dichiara la chiusura. Ma gli operai non ci stanno. L’azienda, dicono, è sana. E decidono di occuparla, dandosi i turni e continuando a lavorare. Lo scontro dura da oltre un anno. Fino all’epilogo di questi giorni.

[fonte: Repubblica.it]