La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono scolpiti sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

È il 22 febbraio 1944 quando Primo Levi, insieme ad altri 650 ebrei, giunge ad Auschwitz, destinato alla fabbrica di Monowitz; vi rimane fino al 27 gennaio 1945, giorno dell’arrivo dell’Armata Rossa. Dei 650 prigionieri arrivati con lui, si salvarono solo in venti.

Il saggio I sommersi e i salvati costituisce una riflessione dello scrittore circa la sua esperienza, condotta con lucidità e obiettività, senza sentimentalismi, senza indugiare su quei particolari cruenti, drammatici e violenti su cui molta altra letteratura, nonché molta cinematografia, si sono sempre soffermate.

Il percorso che compie Levi, è il percorso ragionato di un uomo che avverte su di sé il peso della consapevolezza d’essersi salvato per una circostanza fortunata, che genera quindi un senso di colpa: perché lui e non un altro?

La circostanza fortuita che consentì a Primo Levi di sopravvivere al massacro di ebrei, durante l’abbandono del campo nel gennaio ‘45, in vista dell’imminente arrivo dei russi, fu l’aver contratto la scarlattina: i tedeschi abbandonarono i malati al loro destino, nelle infermerie.

Benché specifichi di non voler giudicare nessuno, Levi si sente di attribuire una certa responsabilità, di quanto accaduto nella Germania nazista, non solo agli esecutori materiali degli orrori dei lager, quanto piuttosto a quei tedeschi che si finsero sordi e ciechi, di fronte a ciò che stava accadendo a due passi dalle loro case. A quella parte del popolo tedesco, che accettò passivamente, che non si pose domande per paura delle risposte, Levi attribuisce una «colpa collettiva» che definisce «la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo [il popolo tedesco] aveva ricondotto».

Questo discorso vale per i civili, così come per le industrie, molte delle quali preferirono non interrogarsi troppo sul perché della richiesta sempre maggiore di acido cianidrico (per le camere a gas), sul perché fosse aumentata la richiesta di forni crematori, sul perché servisse così tanto tessuto a righe (per le uniformi dei prigionieri). Tutto ciò «doveva far nascere dubbi, e certamente li fece nascere, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno, dalla cecità e stupidità volontaria […].»

La spiegazione del senso di colpa provato dai sopravvissuti è da ricondurre, secondo Levi, anche al fatto che molti di loro, guardandosi indietro, si autoaccusano di aver aiutato poco un compagno, di aver negato una parola di conforto, di aver rubato un pezzo di pane.

Ancora più brucianti le autoaccuse, spesso e volentieri celate o rimosse, di chi avverte su di sé il peso di aver in un certo senso “collaborato” coi tedeschi, di aver svolto per loro “il lavoro sporco”. Molti dei sopravvissuti ai lager, ce l’hanno fatta perché in condizioni di salute migliori, rispetto alla massa. Costoro, dovevano quelle piccole agevolazioni, quelle razioni in più di cibo, al fatto di aver svolto lavori come l’estrazione dei cadaveri dalle camere a gas, l’eliminazione delle ceneri, l’estrazione dei denti d’oro dalle mascelle, il taglio dei capelli alle donne. «Delegare alle vittime stesse una parte del lavoro, e proprio la più sporca, doveva servire (e probabilmente servì) ad alleggerire qualche coscienza […] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talchè, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti […] ».

E ancora, Levi analizza la condizione dell’intellettuale nel lager, le difficoltà di comunicazione che rendevano ancora più soli e distanti i prigionieri, si interroga su quella «violenza inutile» che veniva loro inflitta, e in ultimo, allega lettere di tedeschi ricevute tra il 1961 e il 1964, in seguito alla pubblicazione di Se questo è un uomo in Germania.

Più volte si sofferma sul valore della memoria: essendo il ricordo un mezzo potente, ma labile, è necessario, per non dimenticare, continuare a parlare di quanto avvenuto nella Germania nazista, nonostante, col passare del tempo, diventi sempre più difficile la comunicazione. I giovani sono troppo distanti dalle colpe che furono delle generazioni passate, ma non va dimenticato che proprio i giovani, furono una parte consistente di popolazione che prontamente seguì Hitler, lasciandosi incantare dai suoi pomposi e roboanti discorsi, facendo plasmare le loro menti da quelle “belle parole”.

Inoltre, proprio i giovani rappresentano il futuro di una nazione, quindi è bene che sappiano, che aprano le loro menti, invece di tenerle serrate dalla paura e dalla viltà, per far sì che orrori come quelli perpetrati dai nazisti nei campi di sterminio (dove trovarono la morte milioni di ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti politici e disabili) non si ripetano più. «E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: è questo il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà […] è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori.»

Proprio per questo Primo Levi ricorda la vergogna dei Gulag, il genocidio cambogiano, il disastro della campagna in Vietnam, il Cile, l’Argentina. Tutti episodi lontani dall’unicum che la parentesi nazista costituisce, ma ugualmente drammatici, altrettanto impossibili da ignorare, che ci dimostrano quanto, col passare degli anni, il male non diminuisca e tantomeno scompaia, ma cambi soltanto forma e volto.

  • Foto in apertura: David Alec