Ricardo Franco LeviEccezionalmente riportiamo di seguito l’intervento di Beppe Grillo sulla proposta di riforma della legge sull’editoria avanzata dal governo di centrosinistra.
Il governo Prodi si propone di burocratizzare e controllare pesantemente la libertà di espressione anche su Internet. Il disegno di legge firmato da Ricardo Levi porta l’Italia a livelli di censura simili a quelli delle peggiori dittature e sicuramente indegni di un paese civile e democratico.
Dal futuro di questo disegno di legge dipende il destino di questo e di milioni di blog e di siti di informazione libera (e non, dato che il disegno di legge prevede di “regolamentare” anche siti di interesse strettamente privato) presenti in Internet. Difficile non chiedersi come mai tanto interesse per la libera circolazione delle idee via internet proprio in questo momento storico, segnato dalla cosiddetta “antipolitica” e dall’insofferenza di molti cittadini nei confronti della classe politica. Internet è forse diventato un pericoloso strumento di sovversione da controllare ed eventualmente censurare?
Se dovesse passare questa riforma le uniche fonti di informazione in Italia diverrebbero quelle ufficiali controllate e controllabili direttamente da quella che si conferma giorno dopo giorno una vera e propria Casta oligarchica. (Vai agli aggiornamenti)

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.
L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.
Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.
Il 99% chiuderebbe.
Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.
Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.
Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.
Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.
Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.

Beppe Grillo

Aggiornamenti: Oltre ad una petizione on-line per convincere il governo a cancellare il ddl Levi, le reazioni alla lettera aperta di Grillo e alla mobilitazione in massa degli utenti italiani di Internet non si sono fatte attendere. «Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli» sosteneva Thomas Jefferson e pare proprio che non avesse tutti i torti.
Assistiamo infatti a una sorta di inedito timore e rispetto per l’indignazione popolare da parte di molti politici italiani. C’è stata una levata di scudi da parte di diversi ministri dell’attuale governo in difesa della libertà di circolazione delle idee in Internet. È un segnale forte e difficilmente fraintendibile: buona parte della classe politica italiana non sa come gestire il proliferare della controinformazione (benché amatoriale) in Internet, se ne sente minacciata. La proposta di legge Levi è un miope tentativo di reazione, il prodotto dell’intelligenza di uomini che faticano a restare al passo coi tempi e pretendono di governare l’Italia e gli italiani del 2007.

Un errore di controllo L’allarme lanciato da Beppe Grillo e ripreso da molti commenti al mio blog è giustificato: il disegno di legge sull’editoria, proposto dalla Presidenza del Consiglio e approvato una settimana fa in Consiglio dei Ministri, va corretto perchè la norma sulla registrazione dei siti internet non è chiara e lascia spazio a interpretazioni assurde e restrittive.
Naturalmente, mi prendo la mia parte di responsabilità – come ha fatto anche il collega Di Pietro nel suo blog – per non aver controllato personalmente e parola per parola il testo che alla fine è stato sottoposto al Consiglio dei Ministri.
Pensavo che la nuova legge sull’editoria confermasse semplicemente le norme esistenti, che da sei anni prevedono sì una registrazione ma soltanto per un ristretto numero di testate giornalistiche on line, caratterizzate da periodicità, per avere accesso ai contributi della legge sull’editoria. Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali, ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog
Ho sempre sostenuto questa tesi, sia in parlamento che nei dibattiti pubblici (anche martedi scorso, rispondendo a una domanda di Fiorello Cortiana).
Il testo, invece, è troppo vago sul punto e autorizza interpretazioni estensive che alla fine potrebbero limitare l’attività di molti siti e blog. Meglio, molto meglio lasciare le regole attuali che in fondo su questo punto hanno funzionato.
Riconosciuto l’errore, si tratta ora di correggerlo. E sono convinto che sarà lo stesso sottosegretario alla Presidenza Levi a volerlo fare.
Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni

La Rete ci ha informato del pasticcio Mi scuso, innanzitutto, per questo leggero ritardo di comunicazione dovuto al fatto che, in questi giorni, mi sono occupato di una conferenza molto importante su infrastrutture e legalità a Napoli. Al Consiglio dei Ministri è successo il solito e l’insolito. Abbiamo discusso del tema del giorno, ovvero una nuova modifica al disegno di legge sul welfare. Una ventina di giorni fa avevamo approvato il disegno di legge di applicazione dell’accordo con i sindacati, poi c’è stato il referendum dei lavoratori che l’ha ratificato con Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietrouna maggioranza dell’80%. C’erano alcune modifiche migliorative condivise dalle parti sociali, pertanto si è fatto un Consiglio dei Ministri per la loro approvazione. Il risultato è stato lo stesso della scorsa volta: due ministri astenuti, due a favore con riserva. Mi è sembrata la solita situazione in cui ognuno ha voluto dire la sua più per motivi di rapporti tra i partiti e i loro elettori che per reale interesse sull’argomento. C’è stato qualcosa di insolito: sono passati alcuni provvedimenti di routine quelli che, come vi spiegai all’inizio della legislatura, sono classificati dagli uffici tecnici di fascia “A”. Nell’ambito di questi provvedimenti, è stato inserita una norma presentata come atta a “ridurre gli emolumenti all’editoria pubblica, per migliorare il mercato dell’informazione”. Tutti abbiamo l’abbiamo approvata. Solo dopo, e solo grazie a Grillo e al suo blog, si è venuto a sapere che quel provvedimento contiene norme volte a impedire a tutti i blogger, a tutto il mondo della Rete, di informare ed informarsi liberamente. Anche al Consiglio dei Ministri bisogna pensarci due volte prima di dire “sì”. Questa è una lezione che ora ho imparato. Io e altri ministri abbiamo ammesso di essere stati male informati: Gentiloni, Pecoraro Scanio, io, Mussi ed altri abbiamo preso atto che questa legge sia da rivedere. Spesso abbiamo letto sui mezzi di informazione tradizionali le parole dei commentatori acculturati che tacciano di qualunquismo e populismo Grillo e il suo blog. Grillo si è accorto in tempo di un’anomalia, l’ha segnalata alla Rete e grazie a voi è stata fatta una catena umana che ha messo in condizione noi di sapere la cavolata che avevamo fatto e quindi di correggerla per tempo. Soprattutto di capire chi, come me, è in buona fede o se c’è qualcuno che non lo è. Vedete che la libera informazione aiuta le istituzioni a fare meglio il proprio lavoro. Bisogna pensarci due volta prima di prendersela con la Rete: è uno strumento che aiuta a governare meglio, se vuoi governare bene.
Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture

L'home page del Times OnlineNonni all’assalto «Assalto geriatrico ai bloggers italiani»: questo il titolo di un articolo del Times che commenta la Levi Prodi, ovvero la proposta di legge che, puntando a regolamentare in modo più severo l’editoria, ha finito per mettere in allarme ed in rivolta il mondo della rete. Sì, perché, se la Levi Prodi diventerà legge, chiunque voglia aprire un blog o un proprio sito internet dovrà obbligatoriamente iscriversi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e sottostare al controllo, alla burocrazia, alle sanzioni e alle tasse, perchè saranno considerate attività editoriali anche quelle esercitate senza scopo di lucro, come i blog. È per questo che anche uno dei quotidiani più famosi al mondo ha deciso di occuparsi dell’argomento e dall’articolo di ieri l’Italia non esce bene: «Considerando gli standard del G8, l’Italia è un Paese strano – si legge – Per farla semplice, è una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati. Tutti gli altri non contano». E così il Times continua, dipingendo Prodi come un “arzillo sessantottenne” che ha battuto un Berlusconi settantunenne alle ultime elezioni, mentre a Napolitano (82 anni) ne aveva già 20 quando i tedeschi si sono arresi alla fine della seconda guerra mondiale.
Secondo il Times, il governo italiano «non sembra capace di adattarsi al mondo moderno» e la spiegazione è semplice: «Anche il vostro Paese funzionerebbe in questo modo se i vostri nonni fossero in carica», sostiene l’articolo. Questa l’introduzione che il Times ci ha riservato, passando poi ad affrontare il tema centrale: la Levi Prodi è descritta come una legge che ha come bersaglio “la vita moderna”, una legge incredibilmente generica che obbliga tutti i bloggers e gli utenti della rete a registrarsi con lo Stato: «Anche un innocuo blog della squadra del cuore o quello di un adolescente che discute dell’iniquità della vita – spiega il quotidiano – saranno soggetti alla vigilanza del governo e alla tassazione (pur non trattandosi di siti commerciali)». «L’intento della proposta di legge, come è stato scritto quando è passata al vaglio del Consiglio dei Ministri, sarebbe quello di mettere il bavaglio ai bloggers, che ormai rappresentano un vero guaio per quelli che sono al potere», continua l’articolo. I blogger, secondo il Times, sono guidati dal «crociato (che alcuni definiscono populista)» Beppe Grillo, «un comico diventato attivista diventato blogger»: secondo il quotidiano, infatti, Grillo è uno di quelli che sanno interpretare e commentare in modo più corretto le vicende italiane sia fuori che dentro al Paese e si batte per un governo più trasparente. L’articolo del Times si conclude con un appello rivolto a Levi e a Gentiloni: «E così mi appello – scrive il giornalista Bernhard Warner – al ministro italiano delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ex giornalista, e Ricardo Franco Levi, il deputato che ha concepito questo sbagliato testo di legge. La soluzione migliore per questo Paese è davvero mettere i giovani in silenzio?».
Paola Monti, Newsfood.com

Dietro front, ma poco alla volta Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Ricardo Franco Levi ha proposto alla Commissione Cultura della Camera un “comma aggiuntivo” al ddl di riforma dell’editoria che esclude i blog dall’articolo 7, quello che vede l’obbligo dell’iscrizione al Registro degli operatori della comunicazione per i siti internet. «Nel comma aggiuntivo all’articolo 7 che lascio all’attenzione della commissione non abbiamo scritto blog ma questo è il senso». Vi propongo di prendere in considerazione un comma aggiuntivo all’articolo 7. È un suggerimento per lavorare insieme, come del resto per tutto il resto del provvedimento», ha detto Levi nell’audizione alla Commissione Cultura della Camera che apre l’iter parlamentare del provvedimento. Il comma aggiuntivo – ha spiegato Levi – dice che sono esclusi dall’obbligo di iscrivere al Roc i soggetti che accedono o operano su internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo. «Vuol dire che sono esclusi i blog che non rientrano in questo comma teso a ridefinire le responsabilità di chi opera su internet», ha spiegato il sottosegretario.
da «La Repubblica.it» del 24 ottobre

Non molliamo! L’arzillo vecchietto Levi non molla. Ha infatti modificato l’articolo 7 della Levi-Prodi con un comma aggiuntivo invece di cancellare l’articolo. Ecco il comma: «Sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al Roc i soggetti che accedono ad internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo che non costituiscono un’organizzazione imprenditoriale del lavoro». Cosa si intende per organizzazione imprenditoriale del lavoro? Chi propone pubblicità dal suo sito, come ad esempio Google AdSense, ricade in questo caso? Chi vende un prodotto on line è un imprenditore del lavoro? Levi cancella questo c…o di articolo 7 e non se ne parli più. Basta con le prese per il culo. Il mondo ride di noi. Il Times in un articolo dal titolo: «Assalto geriatrico ai bloggers italiani» ci definisce come: «una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati». No all’articolo 7, libertà per la Rete. Non molliamo!
Beppe Grillo