Chi di noi non si è mai lasciato trasportare dall'ebbrezza del viaggio avventuroso, facendosi rapire dalla meraviglia e dal senso del nuovo e dello sconosciuto intrinseci alla scoperta di luoghi esotici e di oggetti dai poteri straordinari?

Chi non vorrebbe lasciarsi sorprendere dalla straordinarietà di qualcosa che – rimasto celato fino a quel punto – si rivela ormai imprescindibile per lo sguardo meravigliato che si vorrebbe ogni giorno?
Tra tutti i viaggi fantastici, in modo particolare due hanno mietuto milioni di lettori in tutto il mondo nel corso del Novecento e la carica immaginativa e significante di quei racconti continua a permeare la vita e la mente di chi si avvicina in modo particolare al genere fantasy (ma non solo): entrambi usciti dalla penna di J. R. R. Tolkien, sto parlando ovviamente di due viaggi paralleli, collegati ma differenti tra loro, ovvero quello di Bilbo Baggins raccontato ne Lo Hobbit e quello di Frodo Baggins, raccontato invece ne Il signore degli anelli.
Il breve saggio di Luigi Zanzi Metamorfosi dei pellegrinaggi dall’età medievale all’età moderna[1] mi ha inoltre fornito una chiave di lettura particolare per scoprire un volto spesso nascosto di questi grandi racconti di viaggio e d’avventura. Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli non sono gli unici casi, certo, ma data la formazione cristiana del loro autore, torna molto utile comprendere come Tolkien abbia fatto un lavoro di ricostruzione non dissimile da chi scriveva La Gerusalemme liberata o da chi narrava il proprio viaggio spirituale e terreno verso la Gerusalemme terrestre e i luoghi santi al Cristianesimo, come quello che possiamo leggere nel Diario di viaggio di Egeria, una donna che visse nei primi secoli dopo Cristo. Il saggio di Zanzi illustra in modo efficace in cosa consista la specificità del pellegrinaggio cristiano occidentale rispetto alle altre tipologie conosciute nel mondo.
A questo punto, voi chiederete di certo: cosa può mai avere a che fare un saggio sui pellegrinaggi con il viaggio d’avventura nei romanzi fantasy?
Sto per illustrarvelo, per lo meno nei punti principali. E non è escluso che, prima o poi, riesca a essere più esaustivo con un articolo ben più lungo di questo.

La peregrinatio

Innanzitutto, vi presento i brani del testo di quel saggio che trovo più interessanti per ciò che mi preme sottolineare. Abbiate la pazienza di leggerlo per intero.

La “peregrinatio”, col suo forzato articolarsi attraverso l’andare all’avventura nel tempo, con il suo misurare nei giorni il compimento di un “iter”, con il suo mirare a una mèta di là da venire, il cui graduale, progressivo raggiungimento comporta una incessante conversione di stati dell’animo, con il suo compenetrarsi con una tensione intenzionale che, con diverso ritmo, ora oscilla verso l’ansia del traguardo, ora si ripiega nella tentazione del rimpianto nostalgico dei luoghi lasciati all’inizio del viaggio […]; con tutti tali imprescindibili aspetti di intrinseca temporalità la “peregrinatio” introduce nell’esperienza religiosa una dimensione di storicità che il pellegrino percepisce in termini essenziali. […] Attraverso il pellegrinaggio la cristianità in Europa fa propria una modalità fortemente “storicizzante” di intendere la vita religiosa, innestando anche le occasioni estatiche e mistiche in un tronco di religiosità “attiva”, immedesimata con taluni “eventi”, avventurata nel tempo, vissuta in una vicenda in cui s’intrecciano, in un nodo indissolubile, molteplici esperienze il cui nesso intrinseco è appunto il “viaggio”. Quasi per sua fragilità l’uomo si ritrae così da un approccio immediato a Dio e si fa viandante in terra per poter vivere un’esperienza del divino che altrimenti lo travolgerebbe e quindi gli sarebbe impedita.

Dunque, incominciamo. Terrò gli occhi puntati principalmente su Lo Hobbit, facendo di tanto in tanto riferimento anche al Signore degli Anelli.

Il compimento di un iter

Un forzato articolarsi attraverso l’andare all’avventura nel tempo, con il suo misurare nei giorni il compimento di un “iter”, con il suo mirare a una mèta di là da venire. Nel pellegrinaggio c’è un elemento di forzatura. Il viaggio del pellegrino non può essere preso alla leggera, bisogna considerare tutti i rischi che comportava soprattutto in epoca medievale, seppur fatto nell’ottica dell’ottenimento di una grazia o di un perdono, o come concretizzazione di un pegno sul quale si puntava per un passaggio interiore spirituale (tutti motivi alla base del pellegrinaggio cristiano). Anche quando è fatto volontariamente, quasi sempre, il pellegrinaggio deve rispettare determinati tempi, deve tener conto di condizioni esterne alla volontà del pellegrino, deve accordarsi con fatti e avvenimenti decisi da altri, sui quali deve sforzarsi di regolare il proprio cammino. Ma quasi mai gli è dato di sapere in anticipo quando tutto ciò accadrà.
Il pellegrino conosce solo l’inizio del viaggio; quanto al cosa potrà accadere in esso e al quando, si tratta di elementi al di là della portata del pellegrino stesso.
L’elemento di forzatura è presente al principio di entrambi i viaggi immaginati da Tolkien. Bilbo Baggins viene opzionato (suo malgrado) dal mago Gandalf. Non solo: la vita esterna, con i suoi misteri nascosti nelle profondità della terra (rappresentati dai Nani) che prepotentemente riemergono in superficie con tutto il carico di pericolo che in essi è contenuto, prorompe e invade perfino la sua casa, il luogo della sua stabilità e della sua serenità personale. Per di più, Bilbo non immagina certo che il suo viaggio si mostri temporalmente così impegnativo come poi mostrerà di essere.
E cosa dire, allora, di Frodo Baggins, che si trova perfino più costretto di suo zio in quel viaggio che gli cambierà la vita una volta per tutte? Nel caso di quest’ultimo, come sappiamo, il pellegrinaggio… pardon, il viaggio d’avventura ha una motivazione molto vicina a una sfera sacra e ulteriore come è quella del Male. Il Male (rappresentato dall’Unico Anello) si trova già in casa di Frodo e nel luogo dell’inconsapevole pace in terra, la Contea, e a lui tocca partire per un viaggio verso una mèta così distante e assurda da risultare perfino su un piano totalmente alieno alle proprie possibilità personali (tant’è vero che Frodo parte per portare l’Anello fuori dalla Contea, non certo perché vuole arrivare fino a distruggerlo a Monte Fato).
In entrambi i casi vi è una mèta vaga e imposta da qualcun altro, da raggiungere secondo modalità non stabilite da chi affronta il viaggio. Bilbo deve attenersi in modo particolare ai tempi della scrittura lunare e al momento lunare opportuno che gli permetterà di scoprire dove si trova l’ingresso nascosto della Montagna Solitaria. Frodo aveva immaginato un breve viaggio d’avventura simile a quello di suo zio, ma quando arriva a Gran Burrone scopre, suo malgrado, che lo aspetta molto di più e che il suo tempo futuro diverrà del tutto incerto a causa di un qualcosa di così malvagio e superiore a lui, da dettare tempi e contenuti della sua esistenza immediatamente successiva.

L’evoluzione del protagonista

Una incessante conversione di stati dell’animo, con il suo compenetrarsi con una tensione intenzionale che, con diverso ritmo, ora oscilla verso l’ansia del traguardo, ora si ripiega nella tentazione del rimpianto nostalgico dei luoghi lasciati all’inizio del viaggio.
L’aspetto più significativo di storie come Lo Hobbit e, ancora di più, Il Signore degli Anelli è l’evoluzione del protagonista che, attenzione, non è dovuta. È pur vero che una qualsiasi storia che non voglia essere piatta ha alla base l’evoluzione del protagonista, ma quando si parla di romanzi d’avventura, il protagonista è solitamente presentato nella qualità di eroe e, in quanto tale, immodificabile nelle sue caratteristiche fondamentali di coraggio e di superamento del limite. Proprio qui si innesta la particolare innovazione del romanzo fantastico d’avventura di matrice “cristiana”, come le opere di J. R. R. Tolkien: un protagonista assolutamente normale diviene eroico in virtù di una forza che sorge dal suo interno, sollecitata però dagli eventi ai quali deve far fronte. A delinearlo come eroe è lo scaturire di questa forza, in una crescita continua necessaria perché si possa giungere alla meta – conosciuta o meno – e che si concretizza in continue variazioni di stati d’animo: dal fascino del mistero e dell’ignoto (la Montagna Solitaria) alla paura (con i tre Troll), dalla gioia per la novità e la scoperta (quando Bilbo decide di unirsi alla Compagnia di Nani) all’angoscia per la lontananza da casa (quando il medesimo si trova ormai vicino alla meta), dallo spavento per il pericolo (fuggendo dai Lupi Mannari) alla furbizia e all’astuzia da mettere in atto per salvarsi la pelle (quando Bilbo gioca agli indovinelli con Gollum o deve fuggire dagli Elfi Silvani). Soprattutto la nostalgia per il luogo natio è fondamentale in questo viaggio, che trova il suo pieno senso solo se è in grado di garantire la riconferma del senso originario del luogo d’origine. Così Bilbo deve per forza di cose tornare alla Contea per godersi la sua ricompensa e per confermare che, in fin dei conti, nel suo sangue circolava un poco d’avventura, il che lo rendeva diverso dagli altri hobbit della Contea. Per lo stesso motivo, Frodo teme che, quando tornerà a casa, nulla sarà più lo stesso, perché il viaggio lo ha modificato nel senso profondo della propria interiorità. Non a caso dovrà lasciare la Contea, diversamente da quanto accaduto a Bilbo in precedenza.
L’aspetto però principale di questo elemento è il sacro insito nella meta di tali viaggi.
Come sapete, sacro deriva dal latino sacer, diviso, separato. Le mete di Bilbo e Frodo appartengono a realtà del tutto separate da quella quotidiana dei due hobbit. La Montagna Solitaria è regno dei Nani ma è per di più occupata da una potenza del Male quale il drago Smaug (il Male attiene alla sfera del sacro); il Monte Fato (ma prima anche Gran Burrone) sono realtà appartenenti a una sfera dell’esistenza differente rispetto a quella quotidiana di Frodo (manifestazioni l’uno del Male e l’altro del Bene). Non dimentichiamo, poi, l’episodio iniziale al Signore degli Anelli dell’incontro con Tom Bombadil, uno dei momenti più spirituali dell’intera produzione tolkieniana e apparentemente scollegato da tutto il resto.
Il viaggio verso il sacro nel romanzo d’avventura trae ovviamente le sue origini dai pellegrinaggi di età medievale, esemplificati – narrativamente parlando – nei grandi poemi rinascimentali e post-rinascimentali, L’Orlando Furioso e La Gerusalemme liberata. Nel primo caso si tratta della battaglia per la salvezza della cristianità contro i Mori (battaglia che è esplicazione esteriore del combattimento interiore a ogni cristiano), mentre nel secondo abbiamo a che fare con la liberazione dei luoghi santi dalla mano dei musulmani. Nel poema dell’Ariosto più che in quello del Tasso abbiamo il progressivo passaggio della sfera del sacro all’interno della quotidianità della vita delle persone, in una dimensione sempre più terrena e concreta che troverà il suo completamento solo nel romanzo d’avventura fantasy e nelle narrazioni cinematografiche successive.
Il passo idealmente successivo nella progressiva evoluzione delle mete sacre al di fuori di se stesse, per ridursi a luoghi più terreni che celesti, è rappresentato dai luoghi utopici, primo tra tutti Utopia di Tommaso Moro, ma poi anche Bensalem di Francesco Bacone (interessante come il nome del suo luogo utopico derivi da Betlemme e Gerusalemme), El Dorado, Shangri-La e il Regno di Prete Gianni, solo per dirne alcuni[2].
Tuttavia, l’approdo per il momento definitivo di questo percorso si trova nel cinema. Due film su tutti lo esemplificano, entrambi usciti dalla magistrale regia di Steven Spielberg. Sugarland Express e Incontri ravvicinati del Terzo Tipo. In Sugarland Express, la fuga del detenuto Clovis, organizzata con l’aiuto della moglie, si trasforma in un compito preciso, il raggiungimento del figlio, tenuto da loro separato, diviso (sacer), compito imposto al detenuto dalla moglie, ma che poi egli fa proprio, e che diviene motivo di salvezza personale (non a caso il protagonista andrà incontro alla morte). In Incontri ravvicinati del Terzo Tipo, l’aura di sacralità delle visioni dei protagonisti, in modo particolare di Roy Neary (un indimenticabile Richard Dreyfuss), è tale da spingerli verso la montagna (Devil’s Tower), dove vi sarà l’epifania degli alieni (totalmente separati dall’umanità). Anche in questo caso Neary sceglierà di… morire metaforicamente all’umanità, trasferendosi nell’astronave madre. In entrambi i casi, la trama è basata principalmente sulle traversie emotive e sociali dei due protagonisti, che assurgono al livello di “eroi” per l’umile fedeltà con la quale si sottopongono a un compito che sfugge perfino alle loro mani. Caratteristica delle narrazioni cinematografiche di Steven Spielberg è, non a caso, l’individuo comune che si trova in situazioni eccezionali.

Storie di viandanti

Quasi per sua fragilità l’uomo si ritrae così da un approccio immediato a Dio e si fa viandante in terra per poter vivere un’esperienza del divino che altrimenti lo travolgerebbe e quindi gli sarebbe impedita.
Forse qui sta la chiave stessa di un progressivo passaggio verso la sfera terrena vissuto da ogni forma di espressione in precedenza esplicitamente religiosa. La cosiddetta secolarizzazione, che tocca ogni aspetto della vita e della cultura occidentale, prevede tra i propri meccanismi proprio il trasferimento di ciò che un tempo era riposto in un aldilà di vario genere e varia definizione (ma principalmente di matrice cristiano-monoteistica, soprattutto nella triade battaglia interiore-salvezza-paradiso) a una sua espressione tutta terrena, talvolta vissuta come immagine di ciò che verrà dopo, ma altre volte ridotta a unica opzione di salvezza possibile (a livello filosofico, l’operazione di liberazione delle masse operaie e dell’uomo all’interno del sistema capitalistico immaginata da Marx è proprio di questo tipo).
Letterariamente parlando, sia lo Hobbit che il Signore degli Anelli presentano questa caratteristica: il divino è inaccessibile se non tramite ciò che in terra lo può rappresentare nel grado più alto e nelle caratteristiche più belle e contraddittorie. Che siano gli Elfi, che sia l’Unico Anello, che sia Sauron o Shelob, che sia il viaggio vissuto come trasformazione interiore che richiede il definitivo completamento con il passaggio alla terra dei Valar, che siano gli Istari o qualunque altra realtà o esperienza situata su un piano d’esperienza totalmente differente rispetto a quello nel quale normalmente si muovono i piccoli protagonisti delle due storie di Tolkien, la realtà di Iluvatar, accessibile direttamente solo tramite il racconto mitico delle prime pagine del Silmarillion e poi solo attraverso i suoi rappresentanti nella Terra di Mezzo, la realtà di Dio, dicevo, diventa irraggiungibile.
L’unico modo per arrivare fino a Lui in modo definitivo è lasciandosene travolgere. Questa, infatti, è la chiave di lettura del viaggio finale di Frodo Baggins. Il suo viaggio con l’ultima nave degli Elfi verso l’Occidente non è altro, come tutti ben sanno, che una lettura simbolica dell’ultimo viaggio dell’essere umano, quello che – tramite la morte – lo ricongiunge con ciò che a tutto ha dato origine. È quello l’ultimo atto del pellegrinaggio di Frodo (e, se vogliamo, anche del pellegrinaggio di Bilbo) per la Terra di Mezzo, ciò che in fin dei conti mette l’ultimo tassello di significato a una storia personale modificata e “deviata” dal mettersi in viaggio verso mete sconosciute, e che ben altro contengono oltre all’evidenza terrena della mera avventura.

[1]   Contenuto in L. Zanzi, Sacri Monti e dintorni. Studi sulla cultura religiosa e artistica della Controriforma, Jaca Book, Milano 2005.
[2]   Un’ottima guida a tali luoghi mitici è quella di Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013.