La prima cosa a cui ho pensato, apprendendo la notizia della morte di Mario Monicelli, è stato al suicidio di Socrate. Monicelli probabilmente avrebbe considerato, con la crudele ironia che lo contraddistingueva, quest’accostamento una fesseria, ma io credo che le cose stiano proprio così. Le circostanze sono, come ovvio, differenti, ma la lezione (tremenda, dolorosissima e importantissima) è la medesima: «Chi di noi vada verso una sorte migliore è oscuro a tutti, tranne che al dio». E al dio, quando e come è stato più comodo a Monicelli, il grande regista ha voluto rimettersi gettandosi nel vuoto. Non ha voluto aspettare i comodi della malattia che lo stava consumando e neppure rendere a noi italiani le cose più semplici: Monicelli amava e odiava questo Paese ed i suoi abitanti. Li ha sbeffeggiati in mille feroci parodie, li ha umiliati, li ha spronati e li ha insultati più e più volte perché credeva che dentro il popolo italiano ci fosse qualcosa di buono. Lui probabilmente negherebbe tutto, ma forse anche il suo suicidio è stato l’estremo tentativo di risvegliarci dal rincretinimento morale e sociale nel quale siamo finiti.

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ieri notte diffondeva questo comunicato: «Mario era un iscritto all’Anpi, ci mancherai e ci mancherà il tuo cinema. Grazie Mario per quello che hai fatto. Il nostro paese è più povero, l’antifascismo italiano è più povero». Molti hanno voluto ricordare Mario Monicelli intervenendo in vari modi e su diversi siti Internet. La televisione italiana – dopo l’annuncio in diretta dato da Fazio a Vieni via con me – ha proseguito la propria programmazione (probabilmente, perlomeno io me lo auguro, recupereranno in questi giorni trasmettendo tutti i lavori del Maestro). I siti dei quotidiani gli hanno dato l’apertura (il Corriere della Sera ha avuto anche il pessimo gusto di pubblicare on-line, oltre alle solite immagini di circostanza, anche la foto del lenzuolo steso a terra e del sangue lavato da poco sul selciato). Fosse morto nel suo letto d’ospedale senza rompere le scatole a nessuno, oggi assisteremmo alla medesima celebrazione di lutto nazionale toccata ai suoi colleghi del cinema, invece Monicelli ha scelto diversamente, ha voluto sfidare l’ipocrisia italiana fino alla fine.

Monicelli disprezzava l’Italia del 2010
e riponeva le sue ultime speranze (poche a dire la verità) sulle generazioni più giovani. Negli ultimi mesi aveva incitato diverse volte alla sollevazione popolare, era arrivato ad auspicare una “bella rivoluzione”, come la chiamava lui. Il suo suicidio arriva in un momento in cui i lavoratori e gli studenti di questo Paese sono in rivolta, scioperano, occupano scuole, fabbriche e monumenti e forse – se non si sono rincretiniti completamente – capiranno che quell’orrendo tuffo dal balcone è stato il suo ultimo messaggio rivolto proprio a loro. Noi che abbiamo sempre cercato la “terza via” venendo a patti con la realtà, cedendo ovunque per conquistare solo un altro po’ di agonia, dovremmo riflettere molto bene sugli insegnamenti di Monicelli, riflettere e agire perché il tempo per pensare ormai è finito.