Adriano Olivetti e il suo concetto di “comunità di fabbrica” non sono mai mancati dagli articoli di questo magazine. Questo, a mio avviso, è un piccolo merito che va riconosciuto ai collaboratori di Medeaonline: crisi o non crisi, non hanno mai smesso di perorare la causa di un modello sano e produttivo di organizzazione del lavoro, costruito attorno alla persona e non sulle spalle del dipendente e a spese della società. Tanto per intenderci, il secondo modello, quello contro cui ci siamo tanto a lungo battuti, è il modello del gruppo Fiat capace di privatizzare tutti i profitti e di scaricare sui contribuenti italiani, sotto forma di licenziamenti e cassa integrazione, i costi degli errori.  Oggi più che mai sarebbe necessario, anzi indispensabile, che il mercato del lavoro italiano si rigenerasse sul modello Olivetti. Ma com’era organizzata la Olivetti di Adriano e perché dovremmo replicare il suo modello?

Normalmente in azienda, qualsiasi tipo di azienda, si formano delle contrapposizioni insanabili di interessi: la classe dirigente ben retribuita e al soldo della proprietà deve massimizzare i profitti, i lavoratori deresponsabilizzati e sfruttati ricevono un salario minimo e di contro garantiscono prestazioni minime. Queste contrapposizioni sono comode sia alla proprietà che deve giustificare il suo pugno di ferro, che  a un certo tipo di rappresentanza sindacale che non vuole abbandonare le barricate temendo di perdere la propria ragione di esistere. La classe politica italiana, molto attenta alle esigenze degli imprenditori, negli ultimi anni ha smantellato molti dei paletti che regolavano il lavoro in Italia introducendo una flessibilità tutta a vantaggio delle aziende. I risultati di questa politica miope e di questa contrapposizione padrone/lavoratore, al netto della crisi economica, sono sotto gli occhi di tutti. L’indebitamento dello Stato è arrivato a livelli insostenibili dai contribuenti. Gli italiani, a cui da decenni si applica il “modello Fiat”, devono pagare con le proprie tasse i fallimenti dell’imprenditoria italiana e in cambio non ricevono nulla.

Il futuro dell’impresa non può più essere ritardato, anzi deve essere anticipato. Come fare? Applicando il modello della “comunità concreta”. Tanto per cominciare va distrutta e abbandonata l’idea che i lavoratori siano strumenti di lavoro della proprietà, va abbandonata perché antieconomica e deleteria per tutti. I lavoratori sono persone che collaborano a un progetto produttivo comune che è quello dell’azienda per cui lavorano. Questo cambiamento di prospettiva, che potrà sembrare banale, è in realtà essenziale. La differenza tra un lavoratore e una persona è che il lavoratore non ha alcun interesse a fare più di quello per cui è pagato (poco), la persona ha anche esigenze che vanno al di là del denaro e capacità che, se ben indirizzate, non hanno prezzo. Sono le persone che creano innovazione e prodotti vincenti, non i lavoratori. Sono le persone che, con la loro intelligenza ed esperienza, sanno migliorare i processi produttivi fino a renderli perfetti. Ecco perché l’azienda dovrebbe accollarsi completamente il peso economico di tutte le esigenze delle persone che lavorano per essa. Ma quali sono queste esigenze?

L’alloggio prima di tutto. Affitti e mutui sono diventati insostenibili anche per chi ha la fortuna di avere un lavoro, i piani per lo sviluppo dell’edilizia popolare sono fermi da anni. L’impresa non può disinteressarsi di dove vadano a dormire le persone che lavorano per lei. Gli investimenti che molte aziende fanno nell’edilizia dovrebbero tenere conto anche di queste esigenze, non è un peccato affittare o vendere una casa di proprietà dell’azienda a un suo collaboratore. La famiglia poi, tanto sbandierata come valore da tutte le forze politiche che puntualmente se ne disinteressano, non deve essere abbandonata. Gli asili aziendali, le strutture private di sostegno psicologico e medico fornite dall’azienda ai propri collaboratori (e, perché no?, anche agli abitanti della comunità in cui questa azienda opera che sono poi i suoi primi clienti) sono indispensabili e sono anche un tabù che nessuno vuole affrontare. Perché? Perché gli imprenditori sanno che sono tutte iniziative dispendiose nell’immediato, ma il ritorno (anche economico) sul breve periodo è enorme e gli imprenditori, che non perdono occasione per dimostrarsi avidi e miopi, si sono abituati ad applicare la filosofia del “meglio un uovo oggi che una gallina domani”.

La formazione continua è un’altra esigenza dei collaboratori di un’azienda, imparare a fare meglio il proprio lavoro con la pratica e con lo studio della teoria, imparare a riflettere e ad anticipare con la cultura e la sensibilità i problemi senza farsi trascinare quando è troppo tardi. La formazione va fatta non solo curandosi nello specifico delle questioni che riguardano l’azienda, permettere a una persona di coltivare la propria cultura è nell’interesse dell’azienda stessa. Più un collaboratore allarga i propri orizzonti culturali, più l’intera comunità dell’azienda allarga i propri orizzonti culturali e questo le permette di creare prodotti innovativi, di offrire servizi migliori. La cultura aiuta a comprendere la realtà e senza la capacità di comprendere la realtà nessuna azienda può sperare di durare a lungo (a meno di non applicare il modello parassitario della Fiat). Ecco perché le due ore di pausa pranzo in Olivetti erano destinate sia all’alimentazione (altra esigenza della persona che l’azienda non può permettersi di delegare) che alla cultura con incontri, spettacoli, proiezioni e dibattiti. I collaboratori di un’azienda non possono vivere alienati e fuori dal mondo, divisi tra un posto di lavoro opprimente mal progettato e mal inserito in una squallida città, e una casa pagata a stento e a fatica, senza luce e aria, esattamente come una prigione.

La libertà è l’ultima e la più importante delle esigenze di un collaboratore di un’azienda. La libertà di critica, di dibattito, di osservazione, di azione va di pari passo con la responsabilità. La responsabilità è spesso fraintesa, non deve essere quella che deriva dalla necessità di giustificare il proprio stipendio, deve essere quella che deriva dalla volontà di migliorare il proprio lavoro, collaborare attivamente e con successo a un processo produttivo e crescere come persona. Più aumenta la libertà e più dovrebbe aumentare la responsabilità, invece nelle aziende italiane è spesso presente solo la catena di comando. Si applica un modello patriarcale: il capo (quasi sempre un uomo) ordina perché ha ricevuto ordini dall’alto, il lavoratore obbedisce e non può obbiettare nulla. Questo approccio fa si che gli errori decisi ai vertici (che, benché essi pretendano il contrario, non sono infallibili) si ingigantiscano passando di gradino in gradino fino a diventare vere e propri supplizi per i collaboratori e disastri economici per le aziende. Garantendo al collaboratore la libertà di agire all’interno dell’azienda da persona responsabile e coinvolta nel lavoro non si farà solo qualcosa di molto utile a lui e all’azienda, ma si farà qualcosa di indispensabile all’intera società. I collaboratori di un’azienda devono avere una rappresentanza sindacale all’interno dell’amministrazione che dica la sua sulle decisioni aziendali nell’interesse dell’azienda e della società.

Si è parlato di azienda e si è richiamato il modello dell’Olivetti di Ivrea che certamente era una grande struttura produttiva e che poteva far fronte alle spese necessarie al funzionamento della comunità concreta. Attenzione però, l’investimento iniziale era ampiamente recuperato dai guadagni dell’azienda che andava molto bene (fino alla morte di Adriano Olivetti) e funzionava. In Italia però esistono poche aziende di quelle dimensioni e, per la maggior parte, il tessuto produttivo del Paese è formato da piccole e medie imprese. Queste devono necessariamente consorziarsi in comunità concrete legate al territorio in cui operano. I negozi di un certo quartiere, per esempio, devono unirsi per garantire ai propri dipendenti i servizi di cui abbiamo scritto e per garantirsi il ritorno economico e produttivo di cui abbiamo parlato. Legarsi a un territorio è fondamentale ed è quel federalismo buono di cui tanto si è favoleggiato e poco si è fatto nel concreto. Le attività produttive e commerciali infilate in un territorio come un corpo estraneo che lo sfrutta, lo abbruttisce e lo impoverisce, sono cose che dovremmo lasciar fare all’estero. Qui entra in campo il senso di appartenenza prima di tutta alla comunità in cui siamo cresciuti, poi a quella più ampia dell’Italia: dovremmo tutti sforzarci di lasciare ai nostri figli il Paese in condizioni uguali e preferibilmente migliori di quelle in cui l’abbiamo ricevuto.

Cosa deve fare la politica? Educare e disciplinare. Questo significa che deve fare fede all’articolo 1 della nostra Costituzione e porre vincoli sia agli imprenditori che ai lavoratori. Chi vuole fare impresa in Italia dovrebbe adottare obbligatoriamente per Legge il modello Olivetti, chi desidera fare diversamente vada pure a fare impresa all’estero come, del resto, già sta facendo. Lo Stato dovrebbe impiegarsi con tutti i mezzi possibili (economici in primis) per agevolare e avvantaggiare gli imprenditori che adottino gli strumenti della comunità concreta e dovrebbe smettere di dare voce agli interessi, spesso ottusi, sia dell’imprenditoria che del sindacato. Qualcuno ha definito Adriano Olivetti un utopista, un’anima buona che poteva permettersi certi sogni, però su quei sogni oggi dobbiamo giocarci tutti. Non perché siamo disperati e non abbiamo altre alternative, ma perché abbiamo fiducia nelle capacità degli italiani e abbiamo scelto di coltivarle nel concreto. Oggi. Non domani.