Dopo novecento anni, è possibile l'unità fra cattolici e ortodossi? A che punto siamo?

Rispondere a queste domande è molto complesso, perché le difficoltà si sviluppano su due diversi piani, e per riunire le due Chiese bisogna che entrambi siano affrontati e risolti.

Le ragioni politiche del scisma

Il primo impedimento è politico. Nel 325, il concilio di Nicea, oltre a stabilire il “Credo Niceno” che condanna definitivamente l’arianesimo come eresia, approva la già esistente organizzazione delle sedi episcopali secondo le province civili dell’impero romano. Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme costituiscono la Pentarchia. Queste sedi erano autocefale e paritetiche fra loro, nel senso che nessun vescovo esercitava un potere particolare sui suoi colleghi. La chiesa occidentale, però, sviluppò il concetto del primato del vescovo di Roma, in quanto considerato successore dell’Apostolo Pietro. Il vescovo di Roma, inizia, così, a reclamare la propria “naturale” autorità anche sui quattro patriarcati orientali (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme) che erano disposti a concedere al Patriarca d’Occidente un primato solo onorario e a lasciare che la sua autorità effettiva si estendesse solo sui cristiani d’Occidente.
I testi evangelici mostrano chiaramente che l’apostolo Pietro ha un ruolo di primo piano rispetto agli altri undici apostoli. Gesù in diversi passi ha indicato Pietro come una figura di riferimento. Dopo che Gesù è salito al cielo, infatti, gli apostoli, si sono rivolti a Pietro per avere una guida in alcuni momenti importanti. Prima della loro morte, gli apostoli si sono scelti dei successori (i vescovi). Il successore dell’apostolo Pietro ha continuato a godere di maggiore autorità e fu chiamato, per distinguerlo dagli altri vescovi, Papa. Il Papa è quindi il capo della Chiesa perché è il successore dell’apostolo Pietro.
Inoltre a rafforzare la figura del Papa contribuì il suo particolare ruolo politico dovuto alla mancanza di autorità causata dalla caduta dell’impero romano. Era il Papa, infatti, a incoronare re e imperatori che solo così venivano legittimati. Carlo Magno venne incoronato imperatore durante la messa di Natale dell’800 da Papa Leone III.
Per gli Orientali, nel periodo che ha preceduto il grande scisma d’oriente, il Papa non era considerato il capo di tutta la Chiesa. Per loro i vescovi erano tutti sullo stesso piano, ma se proprio doveva esserci un capo, doveva essere il patriarca della città più importante, della città in cui risiedeva l’imperatore ancora esistente, ossia il patriarca di Costantinopoli.

Le ragioni teologiche

Il secondo impedimento è, invece, di natura teologica e più precisamente Trinitaria.
Per contrastare l’eresia ariana (che affermava che la prima e la seconda persona della Trinità non sono coeterne ed uguali) il clero spagnolo, nel 587, introdusse arbitrariamente il Filioque nel Credo Niceno: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio (Filioque, appunto) e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti”. Alla chiesa d’Oriente tale inserzione parve alterare non solo il credo universale, ma anche la dottrina ufficiale della Trinità, creando una irrazionale “doppia paternità” dello Spirito Santo.

Una storia di scomuniche

A questi due motivi di scontro, nel corso dei secoli se ne aggiunsero altri minori. Ad esempio Roma si rifiutò di designare il patriarca di Costantinopoli come “ecumenico” (cioè “universale”), perché tale titolo era riservato ai patriarcati fondati da uno degli apostoli. Nonostante gli attriti e le incomprensioni, però, la chiesa si era mantenuta unita. Tanto che nel 1054 Papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida per tentare di appianare le divergenze. La visita, invece, terminò nel peggiore dei modi. Le incomprensioni e le differenze si acuirono al punto che il 16 luglio 1054, il cardinale Umberto depositò sull’altare di Santa Sofia una bolla di scomunica contro il patriarca Michele Cerulario e i suoi sostenitori, atto che venne inteso come una scomunica a tutta la Chiesa bizantina. A questo atto, Cerulario rispose in modo analogo ritenendo doveroso scomunicare Umberto di Silvacandida e gli altri legati papali. Le Chiese, inoltre, attraverso i loro rappresentanti ufficiali, si anatemizzarono l’una l’altra, dando vita a quello che oggi noi conosciamo come il Grande Scisma. Non esisteva più una sola grande Chiesa, ma una Chiesa cattolica e una Chiesa ortodossa, ognuna delle quali rivendicava per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana.

Dogmi non condivisi

Da quel momento le due Chiese furono indipendenti l’una dall’altra, e questo comportò un acuirsi delle differenze. La Chiesa d’oriente, non raccolse alcuni dogmi della Chiesa d’occidente che pure avrebbe potuto riconoscere in quanto molto prossimi al suo sentire. Gli ortodossi, infatti, pur avendo per la Madonna grande rispetto, venerazione e considerazione non riconoscono il dogma dell’Immacolata Concezione proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 e quello dell’Assunzione di Maria in Cielo proclamato da Pio XII il 1º dicembre del 1950. Naturalmente, visto che le Chiese ortodosse sono autocefale, non riconoscono il dogma dell’infallibilità del Papa definito solennemente durante il Concilio Vaticano I, nell’anno 1870.

Il riavvicinamento, da Paolo VI a papa Francesco

Le due Chiese rimasero separate per circa 900 anni. Il primo riavvicinamento si ebbe il 5 gennaio 1964, quando il Patriarca di Costantinopoli Atenagora I e Papa Paolo VI si incontrarono a Gerusalemme. Il loro “abbraccio di pace” e la loro dichiarazione di riconciliazione furono il primo atto ufficiale congiunto delle due chiese dallo scisma del 1054.
Anche Giovanni Paolo II fu un forte sostenitore del dialogo ecumenico. Nel maggio del 1999 incontra a Bucarest il Patriarca rumeno Teoctist. E nel novembre del 2004 restituisce parte delle reliquie dei patriarchi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli. I suoi gesti di apertura faranno sì che Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, insieme con altri capi delle Chiese autocefale orientali, presenziò ai funerali di Papa Giovanni Paolo II, l’8 aprile 2005. Questa fu la prima occasione dopo molti secoli nella quale un Patriarca ortodosso ha assistito ai funerali di un Papa, ed è considerata da molti un serio segno della ripresa del dialogo verso la riconciliazione.
Benedetto XVI incontrò il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I a Istambul nel novembre del 2006. L’incontro portò a un vertice tenutosi a ottobre del 2007 a Ravenna, fra una delegazione cattolica guidata dal cardinale Kasper e una delegazione panortodossa guidata dal metropolita Zizioulas del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Frutto di tale vertice fu un documento congiunto che, testualmente, fa del Papa “il primo dei patriarchi”. Questa affermazione, risolvendo l’aspetto politico dello scisma, ha aperto la strada a una possibile riunificazione della Chiesa cattolica con quella ortodossa. Il problema è che a formularla sono stati gli ortodossi di Costantinopoli. Le Chiese ortodosse, però, come dicevamo prima, sono autocefale e quindi ognuna parla per sé. Attualmente, oltre al patriarcato di Costantinopoli ci sono molti altri patriarcati (in un certo senso tutti indipendenti): Alessandria, Grecia, Romania,  Serbia, Russia, Bulgaria. Il più importante per peso politico e numero di fedeli è quello di Mosca e di tutta la Russia, ossia del Patriarca Kirill (Cirillo).
L’incontro di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca Kirill a L’Avana, quindi, va valutato alla luce di questo lentissimo processo di avvicinamento delle due Chiese. L’incontro, però, non ha fra le sue finalità dichiarate quello di un possibile riavvicinamento fra le due Chiese, e, soprattutto, non si è parlato né del riconoscimento del Papa come il primo dei patriarchi, né di altri punti di disaccordo. Quindi, seppure presentato come “storico”, non permette di sperare in una reale riconciliazione. Al massimo, dal momento che nessun Papa aveva mai incontrato il patriarca di Mosca, si può considerare come un inizio, come un primo approccio al problema.

Le ragioni del Patriarca russo

Bisogna anche considerare le motivazioni che hanno spinto il Patriarca Kirill. Con ogni probabilità, con questo evento ha cercato di raggiungere due differenti obiettivi:
1) prestigio personale e realizzazione di una egemonia moscovita sull’ortodossia;
2) sostegno al governo russo.
L’incontro ha rappresentato il tentativo di prevalere sugli altri leader ortodossi per imporsi come capo dell’ortodossia e per acquistare rilevanza internazionale dopo essere stato messo in ombra dal patriarca di Costantinopoli. Infatti dal 1964 l’unico interlocutore ortodosso della Chiesa cattolica è stato il patriarcato di Costantinopoli. Inoltre è stato un mezzo per contrastare la voglia di indipendenza della Chiesa ortodossa ucraina.
Data la vicinanza del patriarcato di Mosca con lo Stato russo, il gesto del patriarca di Mosca tende a rinforzare l’influenza della Russia sulla scena mondiale, rilanciandone l’immagine internazionale dopo il discredito dovuto ai suoi interventi militari in Siria e in Ucraina.
Per Papa Francesco, essendo il primo Papa ad incontrare il patriarca di Mosca, l’incontro è stato un successo ecumenico e diplomatico. Anche se per raggiungerlo, ha dovuto scontentare la Chiesa greco-cattolica ucraina che si è sentita tradita dal comportamento del Papa.
Sciogliere questo groviglio di interessi politici, personali e teologico-dottrinali è certamente un compito difficilissimo e, soprattutto, dai tempi lunghissimi. Pertanto l’incontro va ridimensionato come importanza e considerato nella sua giusta prospettiva: è un primo passo e niente di più.

Verso una riunificazione?

Forse non si arriverà mai a una riunificazione della Chiesa cattolica con quella ortodossa, perlomeno non attraverso le vie ufficiali e della diplomazia. Nulla vieta ai singoli fedeli, però, di sentirsi in comunione con i fedeli delle altre Chiese che, comunque, professano la loro stessa fede in Gesù.
In questo Mondo, che possiamo definire post-cristiano, dobbiamo riscoprire le indicazioni di sant’Agostino per il mondo pre-cristiano. Il santo di Ippona, infatti, riprendendo san Paolo, ritiene che l’unità non vada ricercata nelle istituzioni, ma in Cristo. Perché la Chiesa rappresenta il “Corpo Mistico” di Cristo. I battezzati nel Signore ne costituiscono le membra, mentre il capo è Gesù stesso. Come il corpo umano, tenuto insieme dall’anima, è costituito da diverse membra ognuna con funzioni diverse, così il corpo mistico, tenuto insieme dallo Spirito Santo ha diverse membra, ognuna utile come lo sono gli occhi, le mani e le altre parti che formano il corpo umano. In questa collaborazione, dove ogni parte ha una sua funzione vitale, può ritrovarsi l’unità della Chiesa. Sarà quindi, la comune fede in Cristo a riunire i cristiani e non i documenti ufficiali.