Sfruttare una crisi economica per cancellare l’identità storica di una nazione e i momenti in cui questa viene celebrata. Impossibile? A quanto pare no. La crisi, e la conseguente manovra economica studiata dal governo Berlusconi, costringono gli italiani (e in particolare la classe media su cui hanno gravato da sempre le spese dello Stato) a grandi sacrifici. Ma il governo Berlusconi non ha perso neppure questa occasione, fregandosene delle circostanze che richiederebbero un altissimo senso dello Stato e rispetto delle istituzioni e della società, per far passare “sottobanco” l’abolizione di diverse feste laiche con la scusa che diminuirebbero la produttività del Paese. In realtà da anni il centro-destra tentava, più per motivi ideologici che per altri, di screditare e far abolire feste civili come il 25 aprile (festa della liberazione dell’Italia del dominio nazi-fascista), il 1 maggio (festa dei lavoratori) o il 2 giugno (festa della Repubblica). L’intenzione era ed è chiara a tutti: prostrare la classe media (già schiacciata dall’aumento delle tasse e dalla diminuzione dei diritti sindacali), i lavoratori (tutti tranne gli evasori che continuano imperterriti ad arricchirsi alle spalle della collettività), l’unità dello Stato, ridurre a vaghi ricordi privi di importanza le basi stesse della nostra Repubblica. Questi sono i presupposti e le condizioni, tocca agli italiani decidere se accettare tutto passivamente o far sentire la nostra voce.
Noi non ci stiamo ed è per questo che ci uniamo all’appello, promosso dall’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) contro l’eliminazione delle ricorrenze abolite dalla manovra economica. Riportiamo di seguito l’appello del Comitato Nazionale dell’Anpi:

Da quanto si apprende dai giornali tra i provvedimenti che il Governo si accinge ad adottare – in relazione all’aggravarsi della crisi – ci sarebbe quello dell’accorpamento di alcune feste “non concordatarie” nella domenica più vicina oppure al lunedì. Ancora una volta saremmo di fronte ad una misura che molti considerano di scarsissima efficacia e poco corrispondente all’equità e alla ragionevolezza, sempre necessarie quando si richiedono sacrifici. Un provvedimento che, guarda caso, riguarderebbe le uniche festività laiche sopravvissute (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno), dotate di grande significato storico e di notevolissima valenza politica e sociale.
L’Anpi, portatrice e sostenitrice dei valori che quelle festività rappresentano, non può che manifestare la propria, vivissima preoccupazione e chiedere con forza un ripensamento che escluda misure di questo genere, prevedendone altre che siano fornite di sicura e pacifica efficacia, non contrastino con valori storico-politici da tempo consolidati  e soprattutto corrispondano a criteri di equità politica e sociale.

L’associazione Articolo 21 ha promosso una raccolta di firme raggiungibile qui. Vi invitiamo tutti a firmare e a fare tutto il possibile (e anche l’impossibile) per far capire a chi ci governa che gli italiani pretendono rispetto per se stessi e per la loro storia. Non siamo consumatori senza cervello, non siamo un popolo di schiavi senza passato e non siamo neppure in vendita e non c’è crisi economica che tenga.