Oggi medeaonline inaugura la collaborazione con il sito amico fareletteratura.it. Periodicamente la redazione di fareletteratura.it proporrà sulle pagine del nostro web-magazine recensioni di opere appartenenti alla tradiziona italiana e straniera accanto ad opere di poeti e scrittori viventi. La rubrica sarà caratterizzata, a differenza delle altre recensioni di medeaonline, da un approccio maggiormente critico-letterario: l’analisi del testo prevarrà sul giudizio soggettivo, l’aspetto didattico sull’invito alla lettura. Crediamo così di fornire un ulteriore servizio ai nostri affezionati lettori. Iniziamo questa rubrica con una presentazione dell’ultimo libro del poeta italiano Giampiero Neri.

Era da poco cominciata la guerra
la Scuola onorava il primo caduto.
Agli studenti in fila per due
sembrava una festa patriottica,
ma erano stati accolti male
da un vociare confuso,
una donna gridava

Paesaggi inospiti (2009), l’ultima fatica poetica di Giampiero Neri, è sicuramente un libro importante della nostra poesia contemporanea. Dico libro poiché prima d’essere frammento, prima d’essere singoli componimenti ben riusciti, Paesaggi inospiti è innanzitutto un libro di poesia ben riuscito. D’altro canto, la fruizione singola si avverte quasi impossibile: ogni microtesto sembra un fotogramma d’una stessa pellicola.

L’opera rievoca un tempo passato; tutti i componimenti, o quasi, sono dominati dall’uso di tempi verbali passati e il verso si giova, per l’intento rievocativo, di un ritmo molto lento prevalso da sillabe atone rispetto alle toniche, con una distribuzione degli accenti molto dilatata. Non l’immediato dunque nei paesaggi inospiti di Neri, ma un tempo andato che viene rievocato e portato agli occhi del lettore che, grazie all’uso insistito del deittico (questo), vede rotta la distanza con gli spazi che il poeta descrive con una lingua analitica, denotativa, e che proprio per tal motivo spiazza il lettore che si trova, come per paradosso, coinvolto all’interno di descrizioni puntuali in una lingua piana e chiara. La semplicità della lingua di Giampiero Neri è caratteristica peculiare della sua poesia che la rende, proprio per questo motivo, unica. Limita la poesia all’essenza con una lavoro che più che di addizione risulta essere quello di sottrazione, sia dell’opera intera, che dei singoli componimenti, fino a scendere all’accurata lima del singolo verso.

La tendenza della prima parte dell’opera è quella di dar spazio esclusivo ad animali, rocce ed alberi, unici soggetti dei paesaggi inospiti che, al pari di alcuni componimenti montaliani (mi viene in mente L’anguilla), producono metamorfosi interagendo tra loro. Il poeta sembra trovarsi più a suo agio con gli animali piuttosto che con l’uomo, di certo autore di più clamorose bestialità, e forse anche l’atmosfera di attesa tragica, di un immediato pericolo, che sottostà a questa prima parte dell’opera, è preavviso delle immagini che la seconda, “Piano d’erba”, intende evocare.

L’orrore della guerra, già avvisato nella prima parte del libro dall’operato della figura umana ritratta nella “caccia disperata”, e l’esperienza del trauma familiare entrano, universalizzate nell’opera, proprio insieme alla figura dell’uomo (questa volta partecipe attivo) e, come nella prima parte, anche l’esperienza umana è portata al passato, lasciando il lettore quasi sospeso in una dimensione che sta alla soglia tra fiaba, mito e storia.

E quel grande evento tragico che è la guerra, dove il dramma non è solo massificato ma anche del singolo, nella poesia di Neri viene evocato da oggetti, situazioni e figure emblematiche. I “trampoli”, come prolungamento, qualcosa “d’altro da sé”, e ancora, il “mito dei caduti”, celebrati come festa patriottica, o ancora evocato dall’incoerenza ideologica di coloro che, come il giovane portabandiera, passarono sul finire della guerra da una fazione all’altra.

L’essere umano è ritratto, mi verrebbe da dire fotografato, nel suo momento di tracollo, evidenziando quel processo di disumanizzazione messo in atto dalla guerra, quella cesura che la guerra rappresenta all’interno non solo della comunità ma anche, e forse soprattutto, nell’io dei singoli uomini.

  • Foto in apertura: Jef Harris
Era da poco cominciata la guerra
la Scuola onorava il primo caduto.
Agli studenti in fila per due
sembrava una festa patriottica,
ma erano stati accolti male
da un vociare confuso,
una donna gridava