Il 22 settembre Google ha messo in rete la prima versione del suo browser Chrome. La domanda sorge spontanea: non ce ne sono già abbastanza di browser (i programmi che usiamo per navigare in Internet) in circolazione? La risposta non è così ovvia come si potrebbe credere. Chrome si presenta come un software coerente con la filosofia minimalista di Google: c’è l’essenziale e niente che possa disturbare la navigazione. In pratica, almeno in questa versione, il browser si è rivelato altamente discontinuo come prestazioni: a volte rapidissimo (soprattutto con le pagine del circuito Google), a volte lentissimo. Inoltre da diverse parti è stata criticata la sua capacità di mantenere la sicurezza sui dati personali. Insomma, si tratta di un programma ancora incompleto che Google ha voluto comunque lanciare nella mischia. Perché fare una cosa simile? Forse perché anche Google, come tutte le altre aziende americane alimentate principalmente dalla pubblicità, vedendosi la terra franare sotto i piedi sta cercando in fretta e furia di differenziare le proprie attività. Non è così difficile da credere per un titolo, quello di Google, che in borsa valeva fino a pochi giorni fa circa 500$ e oggi – dopo che il piano statale di salvataggio del NYSE sembra concretizzarsi – si aggira attorno ai 403$. Che cosa accadrà? Difficile dirlo. Nel nostro piccolo abbiamo notato che, dalla data del lancio, gli accessi a Medeaonline effetuati con Chrome hanno superato quelli fatti con Opera (uno storico rivale europe di Microsoft Internet Explorer): 0,90% del totale contro lo 0,23%. Siamo ancora molto lontani dalle quote di Firefox ed Explorer (avvantaggiato rispetto ai concorrenti perché preinstallato in tutti i sistemi Windows), ma è interessante rilevare come sia finita senza troppo clamore la partnership tra Google e la Mozilla Foundation (i creatori di Firefox). Come si dice: gli affari sono affari.