Nelle nostre campagne molto tempo fa – quando l’energia elettrica era un sogno lontano e molte macchine (quando c’erano) avevano ancora un’anima al vapore – la sera, dopo aver consumato un pasto frugale e spesso insufficiente, ci si riuniva attorno a un fuoco ad ascoltare le storie raccontate dai vecchi. Il repertorio non doveva essere molto vasto, ma le variazioni erano infinite, continue e dipendevano da moltissimi fattori: dal carattere del narratore, dalle condizioni climatiche, dall’atmosfera della serata, dalle persone presenti e da quelle assenti. Ognuno contribuiva a modo suo facendo domande, aggiungendo parti, contestando sviluppi non graditi, deviando il corso delle storie e, a volte, stravolgendole: era un passatempo molto utile e sano di cui potevano beneficiare tutti i presenti senza distinzione di età, sesso, cultura o ricchezza. Tutto questo in barba alle leggi sul copyright.

Spesso i protagonisti di queste storie da focolare domestico erano i morti che tornavano sotto forma di fantasmi o apparizioni o – come nel caso di Carmilla – di vampiri. Il rapporto con l’aldilà è molto cambiato dai tempi dei nostri nonni: molte vecchie superstizioni hanno ceduto il posto a nuove superstizioni, ma l’interesse per il mondo dei morti non è soggetto alle mode. Così pure l’interesse per i vampiri che però, strada facendo, si sono sentiti chiamare in causa in ogni contesto, anche quelli più bizzarri. Il mito del vampiro, fin dalle sue origini, rappresenta in maniera eccellente il punto di contatto tra Eros e Thanatos, amore e morte. Con lo scambio di sangue tra il vampiro e la sua vittima si realizza simbolicamente una relazione totalizzante, una fusione tra due individui troppo perfetta per appartenere al mondo dei vivi. E, infatti, questo genere di relazioni, di solito, sono destinate a finire tragicamente. Nel caso di Laura e Carmilla poi siamo di fronte a una doppia violazione delle leggi della Natura per come le intendevano i lettori contemporanei di Le Fanu. L’erede di Carmilla – il conte Dracula – benché decisamente più cruento nella sua mortifera opera di seduzione, perlomeno non oserà violare i canoni dell’eterosessualità. Ma nel mito del vampiro – e, in particolare, nella storia di Carmilla – c’è un elemento fondamentale, quasi un invito alla sua perpetuazione: l’immortalità. Carmilla muore nel racconto di Le Fanu, ma la sua fine è solo l’inizio de Il corpo di Carmilla.

Il tema dell’immortalità era stato trattato nel 1818 anche da Mary Shelley col suo Frankenstein, o il moderno Prometeo. Lei però – al contrario di Le Fanu che, per Carmilla, era ricorso al folclore popolare – aveva dato molto credito alla Scienza. A dire il vero non è difficile leggere nella storia del dottor Victor Frankenstein un ammonimento a chi – in un’epoca ricca di strabilianti scoperte scientifiche – investiva troppa fiducia nel potere della Scienza. A ogni modo Mary Shelley ha il merito di aver individuato nella Scienza un potere così grande da poter superare i limiti temporali della vita umana. La letteratura inglese del XIX secolo fantasticava due modi diametralmente opposti per raggiungere l’immortalità: la morte e rinascita come vampiro e la manipolazione scientifica del corpo umano. Geograficamente parlando i due autori citati ambientano Carmilla e Frankenstein ben lontano dall’Inghilterra, all’estero: Le Fanu in Stiria, una regione selvaggia dell’Austria, Mary Shelley in Svizzera. Avevano individuato due forze – il folclore e la scienza –, ne intuivano la pericolosità e forse trovarono più rassicurante immaginarle in azione oltre i confini della Gran Bretagna. Ma veniamo a noi, al seguito di Carmilla. Come avrete sicuramente intuito ne Il corpo di Carmilla si agitano proprio queste due forze schierate su campi opposti in una guerra sul continente europeo che è, prima di ogni altra cosa, una guerra tra due modi differenti di intendere le cose. Da una parte abbiamo l’antico impero austroungarico: un blocco monolitico di tradizioni, convenzioni e superstizioni, dall’altra l’impero francese guidato da un Napoleone pronto alla “reconquista” dell’Europa e votato a una modernità a qualsiasi costo.

Il corpo di Carmilla è un romanzo collettivo e quindi aperto alla partecipazione di chiunque voglia candidarsi come autore. Al momento, a dire il vero, la storia è stata portata avanti da me e dalla bravissima Patrizia Birtolo con un intervento notevole di Martina Esposito. Ciononostante il romanzo rimane aperto e collettivo: perché? Perché la storia di Carmilla, così come tutti i classici della letteratura, non è più solo di Le Fanu è diventata di proprietà di tutti e non aveva senso “mettere il cappello” su un suo seguito, anzi sarebbe stata una scelta che oserei definire immorale (negli ultimi tempi abbiamo assistito a diversi disdicevoli casi in cui altri autori, con meno scrupoli di me, non si sono fatti problemi ad appropriarsi dei classici della letteratura). Facendo un bilancio del primo anno di lavoro non posso che dirmi soddisfatto. Non parlo naturalmente della qualità della storia (quella la valuteranno i lettori, anzi la stanno già valutando qui), parlo dell’esperienza in sé che reputo molto gratificante e importante. La storia procede lentamente, ma inesorabile e mi pare si stia sviluppando in maniera naturale. Questo perché il mio compito di ideazione, supervisione e scrittura è stato enormemente facilitato dal fatto di avere avuto a che fare con gente intelligente e di grandissimo talento.

Ho ricevuto suggerimenti preziosissimi dall’ensemble narrativo KaiZen (va detto, senza mezzi termini, che tutto questo non sarebbe mai nato senza lo sprone e le dritte di Jadel Andreetto: deus ex machina di buona parte della letteratura fantastica italiana degli ultimi anni), da Valerio Evangelisti e da Marco Carrara alias il “Duca Carraronan” e da molti altri e i risultati – un poco per volta – stanno arrivando. Il corpo di Carmilla festeggia il suo primo anno di vita e lo fa con Medeaonline (Medea è un po’ più vecchia, ha già cinque anni di età!) il vero “mecenate” di questo progetto! Dopo un anno Il corpo di Carmilla è già diventato un eBook grazie al prezioso lavoro di Sandro Calliera e anche un file pdf adatto alla stampa domestica. Chissà cosa diventerà domani: la mia impressione è che la cosa mi sia sfuggita di mano e che, ormai, viva di vita propria. Del resto era quello che volevamo tutti: scrivere con chiunque voglia partecipare una storia da raccontare la notte accanto al focolare. Fidatevi, è meglio che guardare la televisione.