Domani vengono quelli della televisione austriaca per intervistarmi sul neofascismo italiano. Ne scrivo spesso, ho pubblicato un libro sul tema che ho intitolato ‘Il filo nero’, per dire qualcosa che può essere spezzato, sotterrato, ma che continua a dipanarsi nella nostra storia.
Che cosa gli dirò? Per cominciare gli dirò che il ritorno dei fascisti, se non del fascismo come regime, è un dato di fatto: ci sono di nuovo, nel governo, nei giornali, nella radio, nell’editoria, nel cinematografo, persino nelle canzoni. Noi antifascisti ci consoliamo dicendo che sono tornati per conto terzi, come negli anni Venti dicemmo che erano arrivati per conto dei capitalisti, del Vaticano, della monarchia, del venerdì nero di Wall Street, ma allora come adesso sappiamo che sono arrivati o tornati perché in Italia c’erano da sempre, dai tempi degli antichi romani o del Rinascimento, delle milizie nere nelle guerre civili.
Ci sono di nuovo e, come sempre, vogliono impadronirsi di tutto, anche del loro contrario, anche dell’antifascismo, come il Gianfranco Fini e il sindaco di Roma, prontissimi a rubarci il mestiere dell’attivismo e del populismo.

Ma come definirlo oggi questo filo nero che rispunta da ogni parte, questa nostra eterna specialità o affinità per cui prima o poi ce li ritroviamo in casa in cerca di un duce o di un impero o semplicemente di un manganello, indefinibili ma realissimi?
Aveva a suo modo ragione il fascista estremo Julius Evola a dire che il reato di apologia di fascismo contemplato dalla Costituzione repubblicana era assurdo, “perché nessuno era in grado di dare una definizione precisa di fascismo”. L’unica cosa certa del fascismo, dei fascisti, è che sono naturalmente sordi, inadatti, nemici della democrazia, “Autobiografia della nazione”, come diceva Gobetti. “Adattamento all’indole storica e alla cultura del popolo italiano”, come diceva Cuoco, o “negati alla democrazia”, come scriveva Prezzolini: “Islandesi, svizzeri, inglesi, americani sono nati democratici. Noi autoritari e faziosi. Che l’italiano sia un popolo democratico è un’assurdità. Forse non sono stato fascista perché ero troppo poco italiano”.
Definizioni sommarie, esagerate, smentite dagli italiani morti per la libertà e la democrazia? Forse sì, ma un sospetto rimane anche in me, se ho intitolato questa rubrica ‘l’Antitaliano’.
La ricomparsa dei fascisti se non del fascismo può essere parzialmente spiegata dalla nostra storia, dalla lunga dominazione straniera e dalla breve esperienza democratica. Ci vuole del tempo per dimenticare i secoli delle fazioni e della violenza e per diventare una nazione unita e democratica. Anche la guerra partigiana fu troppo breve per cambiarci in modo duraturo, troppo breve persino per darci delle canzoni, un inno, costretti per la fretta a ricopiare quelli militari della monarchia, o a trasformare in democratici quelli imperialisti. Il revisionismo storico, la diffamazione della Resistenza a cui è stato difficile opporsi, il successo di nuovi populismi ingannevoli e ladri ci avvertono: nulla si ripete in modo identico nella storia umana.
Un fascismo come quello littorio è impossibile, ma l’autoritarismo, le persuasioni occulte o retoriche o consumistiche, il ‘lei non sa chi sono io’, i milioni di gerarchi in pectore, e soprattutto il piacere di servire i più forti, sono di nuovo fra noi.

[fonte: Giorgio Bocca – l’Espresso]