Gino Paoli«Mi è tornata la voglia di raccontare storie, la stessa voglia che 50 anni fa mi portò a scrivere “La gatta”. Per anni mi hanno considerato solo il cantore dell’amore e alla fine lo sono diventato davvero: ma io non so proprio cosa sia, l’amore».

Gino Paoli festeggia i 50 anni di carriera con Storie, il primo album di inediti da 5 anni a questa parte, e a marzo partirà per un tour nei teatri. Ieri sera, all’Auditorium di Roma, il cantautore genovese ha presentato in anteprima i brani del nuovo disco, che esce venerdì e che, diversamente dal solito, si annuncia con pochi brani d’amore e molte canzoni caratterizzate invece da tematiche forti, dallo stupro alla pedofilia, fino all’omicidio per amore e al senso della morte.
La canzone più controversa dell’album è “Il pettirosso” che racconta lo stupro di una bimba di undici anni da parte di un settantenne. C’è un senso di pietà che spiazza.
«Questa canzone nasce dalla pretesa di umanità per tutti e due i protagonisti, anche del mostro. Il vecchio è un border line che non sa cosa è bene e cosa è male. Lo stupro non si consuma fino in fondo, il vecchio ha un attacco di cuore mentre tenta la violenza e la bambina che lo vede a terra morente prova pietà invece di odio, anche perché priva di sovrastrutture. Credo ci sia della pietas greca, la comprensione invece della condanna: solo così in una società si evitano gli sbagli nel futuro. Dovrebbe insegnarci molte cose, se guardiamo agli ultimi avvenimenti».
Tra l’87 e il ’92 lei ha vissuto un’esperienza politica, venne eletto deputato nelle liste del Pci. Come vede la situazione politica di oggi?
«Oggi, molto più che allora, la politica punta al privilegio e al potere più che alla funzione che dovrebbe svolgere. È ormai un fenomeno che riguarda tutti i partiti. Certo, qualcuno che si salva ancora c’è, in entrambe gli schieramenti, ma sono decisamente in minoranza. La politica però è lo specchio di ciò che siamo diventati come italiani. Una soluzione non c’è, nella realtà. La vedo possibile solo su un piano utopico: bisognerebbe ripartire dall’educazione, dalle scuole, dove andrebbe insegnato il senso di responsabilità, e che l’onestà è più importante della furbizia. Andrebbe insegnata soprattutto l’educazione civica».
Cinquant’anni di carriera e non è stato mai tentato dallo scrivere un’autobiografia.
«Una delle cose più importanti del nostro gruppo di cantautori di Genova, e con questo intendo dire io, Tenco, Bindi, Lauzi, De André e più tardi Gaber e Jannacci, è che non ci siamo mai presi troppo sul serio. Per questo penso che non mi considero importante al punto da affidare i miei ricordi ad un’autobiografia».
Per la verità Bruno Lauzi ne scrisse una: in “Tanto domani mi sveglio” racconta di come Luigi Tenco ironizzò una volta sul suicidio che lei aveva tentato.
«Con Luigi c’era una strana amicizia, la definirei un'”amicizia competitiva”, un rapporto simile a quello che c’è tra due fratelli. Lui, visto che ero sposato, non voleva che andassi con Stefania Sandrelli. Per questo ci andò a letto, per dimostrarmi che era una ragazza facile. Fu un motivo di screzio tra noi e l’incontro di cui parla Lauzi si riferisce a quel periodo, quando Tenco si presentò nel bar in cui eravamo, con una pistola in tasca, dicendo a Bruno se io volessi riprovare. Vivo ancora con un senso di colpa il pensiero del suo suicidio: credo che in quella competizione tra noi giocasse un ruolo anche l’imitazione del fratello minore, qual era lui, per il fratello maggiore. Quando appresi la notizia capii subito: si era ucciso strafatto di whisky e di pasticche di Pronox, un mix che aveva scoperto nei viaggi giovanili in Svezia».
E a proposito del suicidio che lei stesso tentò, cosa ricorda?
«Che avevo 27 anni e mi sembrava di avere ormai raggiunto e ottenuto tutto. Il successo rende stronzi, strafottenti, onnipotenti: avevo quattro macchine di lusso in garage, ero straricco, vivevo in un palazzo del Quattrocento e stavo contemporaneamente con le donne più belle d’Italia, la mia prima moglie, Stefania Sandrelli e Ornella Vanoni. “Voglio andare a vedere un’altra cosa”, mi dicevo. Mi sono sparato al cuore con la Derringer 22 quando mi sono accorto che i 50 sonniferi che avevo ingerito non facevano effetto, sono partito verso il cielo con un razzo sul terrazzo. Solo che mi hanno riportato giù».
E da allora molti la considerano un guru cui chiedere segreti e consigli sulla vita.
«Io un guru? Ma io ho solo domande e nessuna risposta. Nella nuova canzone “Due vite” dico che indietro non si può tornare, meglio accettare gli errori. Il gioco è questo e va giocato, pensando che domani sarà migliore. Ognuno deve sempre fare il meglio per quello che può. Non si può cambiare il mondo ma la tua vita sì, e se ognuno fa lo stesso il mondo diventa un posto migliore. Personalmente ho cominciato cercando di metter su una bella casa in campagna in Toscana, per far vivere i miei figli quanto più possibile a contatto con la natura».
Il successo ha sempre travolto tutto e tutti? Mi viene in mente De André, anche lui venne travolto? Lei lo conosceva bene.
«Certo, anche lui è diventato uno stronzo per il successo, a un certo punto della sua vita. Per accettare l’idea di salire sul palco e affrontare il pubblico si scolava bottiglie intere di whisky, e da ubriaco faceva della cagate pazzesche. Una volta prese a sberle il suo manager Sconocchia, e quando la mattina dopo quello gli disse che se ne sarebbe andato, lui cadde dalle nuvole: “Perché, cosa ti ho fatto?”. Puni insisteva che cantasse, lo portò con il motoscafo a Levanto, perché si esibisse nel locale che avevo aperto a Levanto, e lui che aveva già accettato si dileguò a un’ora dal concerto. Accettò di cominciare solo quando Bernardini della Bussola si presentò con un assegno in bianco: lui ci mise la cifra, e così ripianò tutti i suoi debiti».

[fonte: Repubblica.it – Carlo Moretti]