È passato un anno esatto dal disastroso tsunami che devastò il Giappone nel 2011 e dalla conseguente crisi nucleare. Siamo stati testimoni, più o meno consapevoli, di un evento tragico e importantissimo che ha cambiato per sempre la nostra percezione dell’energia nucleare come fonte sicura. Perlomeno io pensavo così, ma forse mi sbagliavo. Copio e incollo tre stralci, uno da un libro di Paolo Salom (Fukushima e lo tsunami delle anime, Quinta di copertina editore) e gli altri due da due giornali. Lascio a voi qualsiasi interpretazione.

Osaka è diventata una città di frontiera. Ruolo inatteso, che ha preso tutti di sprovvista: la principale metropoli della regione del Kansai, fertile e industriosa pianura seconda soltanto al Kanto (dove si trova Tokyo), è di fatto la retrovia di una zona in stato di guerra. Da un momento all’altro ci si aspetta un fiume di profughi in arrivo. Tutto sarà legato alla percezione del pericolo: il governo dosa gli allarmi, la Tepco – la Compagnia elettrica di Tokyo proprietaria della centrale nucleare di Fukushima – minimizza. Ma intanto a Osaka non c’è una stanza libera in albergo. Chi ha parenti in città, approfitta dell’ospitalità familiare.
Come Harumi Shimazu, pittrice sfollata perché non resisteva alla tensione della capitale, alle notti insonni in attesa della comunicazione definitiva: “Fuggite, la centrale è fuori controllo”. “Sono tornata dai miei”, dice l’artista, “e ho ritrovato il sonno. Mio marito è rimasto a Tokyo. Lui purtroppo non ha scelta: deve lavorare”. Tanti sono nelle condizioni del consorte di Harumi e pochi quelli che possono permettersi di lasciare la propria casa. E d’altro canto: come potrebbero andarsene tutti gli abitanti di Tokyo e dintorni, anche volendo? Nel Kanto, la regione più antropizzata del Giappone, vivono 42 milioni di persone. A una settimana dal sisma, quando ormai la crisi nucleare appare nella sua spaventosa e inarrestabile realtà, un’evacuazione di massa appare l’unica soluzione davvero impraticabile. Chi potrebbe accogliere una tale popolazione? Soprattutto: in che modo potrebbe mai avvenire un simile, immane trasloco, un esodo da far impallidire quello biblico? Quasi un’anno più tardi, a febbraio 2012, verrà rivelato un piano operativo preparato in tutta fretta in quelle ore convulse nel caso l‘inimmaginabile avesse deciso di trasformarsi in realtà. Ma in quei giorni nessuno apre bocca per paura di provocare uno shock troppo grande. E infatti: il governo invita tutti alla calma, a restare il più possibile in casa, a non dare acqua del rubinetto agli infanti. Sembra assodato che se la situazione dovesse peggiorare, l’unico rimedio sarebbe sfuggire alle radiazioni nascondendosi sotto il letto. “Per questo io non ho resistito”, sorride imbarazzata Harumi, come se si sentisse in parte colpevole: per avere disertato? “Mio marito, l’11 marzo, quando la terra ha tremato, era al lavoro. Per ore non siamo riusciti a parlarci, le comunicazioni erano saltate. Poi, verso sera, ci siamo sentiti al cellulare. Un sollievo durato poco perché il pover’uomo non poteva tornare a casa. Le metropolitane erano state fermate per mancanza di elettricità. Noi ancora non avevamo idea di quale fosse il motivo del blackout. Pensavamo al terremoto, non certo che la centrale di Fukushima fosse sull’orlo di un’esplosione nucleare”.(Paolo Salom, Fukushima e lo tsunami delle anime)

Finito l’effetto Fukushima riscossa dell’atomo nelle potenze emergenti (Repubblica 10/3/2012)

Tanto vale che lo ammetta subito: ero un nuclearista. Si tratta, me ne rendo conto, di una posizione largamente impopolare e magari posso aggiungere a una mia parziale discolpa ch’ero favorevole al nucleare senza esserne molto convinto. Esiste un elenco lungo e imbarazzante di Grandi Questioni nei confronti delle quali a un certo punto ho abbracciato questo o quel partito senza spiegarmi esattamente il perché. L’elemosina. Certe varianti della fecondazione eterologa. Il diritto d’autore nell’era del digitale. Il nucleare, per l’appunto. Ogni volta che oso immergermi tutto quanto nella complessità spinosa di questi problemi, ne riemergo carico di istanze contraddittorie che mi appaiono ugualmente valide. In quei momenti sono così volubile che qualunque persona dotata di un minimo di eloquio o di semplice carisma è in grado di portarmi in un batter d’occhio da un’idea a quella diametralmente opposta. […] Però, di base, sotto sotto, direi ch’ero favorevole al nucleare e un po’ lo sono ancora. (Paolo Giordano, Corriere della Sera 26/2/2012)