La crisi non guarda in faccia a nessuno. Neanche alla mafia. Solo che neanche la mafia ha mai guardato in faccia a nessuno. Nel Giappone dal debito pubblico peggiore di quello italiano, pari al 130 per cento del Pil, i gangster della Yakuza si sono messi in coda per ricevere gli aiuti dello Stato come se niente fosse, dai sussidi di disoccupazione alle case popolari, ma, se possibile, persino gli stipendi di invalidità. Il fatto è che con questa crisi sono spariti gli appalti, l’usura non rende più come prima ed è crollato vertiginosamente il pizzo. La Yakuza ha 90 mila dipendenti con il doppiopetto e il mitra, che forse saranno poca roba rispetto a Cosa Nostra, ma che sono sempre un bell’esercito da mantenere. Il giornale giapponese Yomuri scrive che è almeno dal marzo del 2006 che andrebbe avanti questa pratica.

Ora, il ministro della Sanità e del welfare ha proibito qualsiasi pagamento a tutti gli stimati membri della mafia locale, e ha cercato pure di riavere indietro qualcosa. Ma dei 400 milioni di yen già sborsati, solo una piccola parte è stata recuperata, 15 milioni appena, quelli dove i funzionari avevano prodotto le carte per dimostrare che le richieste provenivano dalla mafia. Il resto è finito alla voce del welfare uguale per tutti. Secondo Yomuri, la cifra sarebbe pure superiore a quella attestata dal ministro, e ammonterebbe a 500 milioni di yen. Jake Adelstein, studioso della malavita giapponese, sostiene che «è molto facile per loro dimostrare che possono avere diritto al Welfare: gli basta dichiarare di non avere nessuna entrata e di non pagare le tasse».

Molti «oyabun», i boss della Yakuza, sono evasori totali. Altre volte, invece, solo per avere l’assistenza statale, qualche capo ha scritto delle lettere in cui diceva di essere stato espulso dall’organizzazione, perché anche in questo caso lo Stato è tenuto ad aiutare l’ex criminale. E pensare che Yakuza significa letteralmente «buono a nulla». Solo che per rovesciare la maledizione del loro nome, i signori della mafia giapponese hanno scalato un impero. Adesso non rappresentano soltanto un esercito di 90mila uomini sparsi soprattutto in Giappone, ma anche negli Usa, nell’America del Sud, in Europa, nelle Filippine e in Australia: fino a qualche tempo avevano pure un giro d’affari stimato in quasi 1500 miliardi di yen all’anno (circa 11 miliardi d’euro). Li ha fregati il terremoto economico che ha colpito le banche di Tokyo e i loro intrecci perversi con la mafia giapponese.

Il Paese del Sol Levante è diventato tanto rischioso per i creditori da essere declassato da Moody’s e Standard and Poor’s alla stessa categoria della Slovacchia, e definito da Far Eastern Economic Review «l’Italia dell’Asia» per via del suo debito pubblico gigante. Per loro, non sarebbe un problema. Anzi, all’inizio della crisi le cose andavano perfino meglio: avevano portato affari e truffe all’estero, allargando i guadagni. Oggi, invece, da qualsiasi parte ti giri, è buio pesto. Prima, il governo chiudeva un occhio. In Giappone, non esiste nemmeno il reato di associazione a delinquere. Gli «yakuza» hanno tutti il loro bravo biglietto da visita, con il nome della banda cui appartengono e il grado gerarchico che ricoprono, proprio come se fossero impiegati o funzionari di una qualsiasi corporation. Vanno in giro sempre su macchinoni e sempre elegantissimi, giacca e cravatta, anelli preziosi alle dita, ventiquattrore di coccodrillo, e quel modo di fare un po’ da Al Capone e un po’ da vecchi samurai. Sotto i vestiti, sono pieni di tatuaggi, e il loro corpo è una vera opera d’arte: quando sono morti li si scuoia e la pelle viene conciata, essiccata e poi esposta al Museo del Tatuaggio.

Hanno anche il loro sindacato, e hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Non è che adesso sia molto diverso. E’ solo il tempo che è cambiato. Lo Stato è diventato molto più severo. Ha cambiato le leggi, colpisce duramente la prostituzione e l’usura. Per di più, i capi della Yakuza oggi possono essere processati pure per gli illeciti dei loro picciotti. Anche per questo qualche boss s’è messo a fare delle purghe quasi staliniane per tranquillizzare la sua fedina penale. Che ci volete, va così pure per loro, quando c’è la crisi: calati giunco. Bisogna aspettare che il vento passi.

[fonte: La Stampa]