Foscolo è stato un filologo curioso e acuto. Scopriamo con l'autore de I Sepolcri il mistero del digamma greco.

A chi volesse scrivere una biografia foscoliana completa delle più saporite stravaganze andrebbe suggerito di leggere attentamente il trattato Sul Digamma Eolico. Si stanerebbe così l’interesse quasi morboso che Ugo Foscolo nutrì sempre per il digamma. Se questo fosse una lettera, un suono, un segno o una leggenda, Foscolo non lo seppe mai. Ma mentre s’indebitava facendosi costruire una villa a tema (il”Digamma Cottage”, che aveva appunto la forma di quell’enigmatico segno) nella brughiera inglese, egli cercò di sciogliere in quarantotto pagine il nescio quid del digamma eolico. Dopo un’introduttiva ripresa della questione omerica così come doveva presentarsi all’epoca, Foscolo si accinge a stabilire la dottrina del digamma eolico, quant’altre mai tormentata e controversa («opus opimum casibus, atrox proeliis, discors seditionibus, ipsa etiam pace saevum»). Due dotti teologi, scrive, fanno derivare il digamma dall’Ebreo o dal Samaritano  Per altri sarebbe corretto parlare di digamma pelasgico, o di digamma greco. «Qualche italiano» tira addirittura in ballo il digamma etrusco, mentre l’Heyne, «sapendo che, conceduto una volta il nome, il mondo concede facilmente la cosa», va dritto al punto e propone digamma omerico. Una volta stabilito che il nome è a posteriori, ci s’interroga sul suo significato. E se Aristotele ed Erodoto si rifugiano in un silenzio imbarazzato e i critici del tempo tacciono, Foscolo riflette risoluto. Egli medita sulle alterazioni che Atene apportò al dialetto ionico per sfrondarne l’eccesso di vocali: dotti retori impiegarono tecniche, leggi, particelle poi svuotate di senso (δε, γε), per raddolcire e armonizzare il fraseggio. Come fu possibile che il digamma eolico non abbia trovato spazio fra questi rimedi? Forse quel già noto arcaismo fece storcere il naso ai più nazionalisti tra gli ateniesi. Certo è che nelle copie primitive di Omero di digamma eolico non v’è traccia, e Foscolo sospetta persino che il famoso Zenone lo abbia deliberatamente omesso, storpiandolo in soluzioni che il nostro autore liquida come ”mostruose”.

Un po’ di storia

Primo tra i Greci a parlare di digamma è Dionigi di Alicarnasso, che non si dà pena di spiegarne il senso: «[i Greci] premettevano a molte parole incomincianti da una vocale la sillaba ou rappresentata da un segno solo. Questo era come un gamma, aggiunte alla retta due linee oblique». La dizione vau o bau è invece da attribuirsi a Varrone. Il primo Cesare che cooperò a quest’intricata ricerca filologica fu Claudio, autore di un trattato sulla necessità del digamma. Dopo sette anni di regno, Claudio ordinò l’adozione del misterioso segno (la litera Claudii) con il valore della nostra V; durante il suo regno sui monumenti si poteva leggere un digamma invertito . Ma Foscolo esclama indispettito che nella storia le varietà di suoni U, V e B (e corrispettivi segni) furono davvero tante. La V consonante non è suono greco, e se per gli Eolici suonava V, per i Dorici suonava B; a Roma la pronuncia era sia B che V. Com’è noto, la V romana poteva modularsi V oppure U, e accanto a molte vocali fitte tra loro si trasformò in B (OctaBianus). Rovistando poi nella tradizione italiana si scoprirà che fino al 1500 sulla penisola uva era scritto uua; questo finché Trissino, alla corte di Leone X, introdusse dieci nuove lettere di cui la sola V sopravvisse. Forse – è il dubbio che si fa strada nella mente di Foscolo – se a Roma U e V fossero rimaste ben distinte, il caso del digamma non sarebbe un affare tanto torbido. Dopo tre anni di vita, il digamma finì sottoterra assieme al suo estimatore, l’imperatore Claudio. I soli a mantenerne viva la memoria furono i Grammatici Veteres, che secondo Foscolo fecero una tal confusione da avviluppare il digamma ancor più nell’incomprensione. Mauro Terenzio supponeva che il digamma eolico fosse una consonante mutevole di suono e posizione; Donato e Sergio sostennero che il digamma fosse un dispositivo ortografico usato dagli Eolici «ut pinguescant [dictiones]». Papiriano battezzava digamma qualsiasi U che suonasse come consonante; Beda suggeriva ai suoi colleghi ecclesiastici di far fronte all’ambiguità di certe parole scrivendo acerbus o aceruus a propria discrezione.

Tra Prisciano e Saffo

Tra i grammatici Foscolo cita poi Prisciano, che si disse certo che il digamma fu introdotto da Cesare e che gli Eolici lo usavano a volte come U consonante, altre come consonante doppia o come sostegno allo iato. Prisciano riporta un Laocoonte scritto e definisce il digamma una nota con o senza aspirazione a seconda del caso. Di fronte alla confusione d’interpretazioni del digamma Foscolo ipotizza che dalla prima letteratura greca agli imperatori romani la lettera non fu rintracciabile in alcun testo di matrice ellenica. E Omero? Se il digamma trovò spazio nella lirica, forse – riflette il nostro autore – esso serviva alla quantità delle sillabe, senza però contribuire al senso. Nei circa 220 versi di Saffo noti alla sua epoca, Foscolo rintraccia solo tre parole in cui il digamma può inserirsi: Il nostro autore (che dell’”Ode della gelosia” pubblicò due traduzioni in tempi diversi) commenta i versi così: «La prosodia e l’immagine si fanno entrambe migliori cambiando l’ultima voce έαγε in  che in questo passo i digammi, impedendo che il verso corra troppo precipitoso, fanno notare a chi ode l’intorpidirsi della lingua di un amante alla subita vista dell’oggetto amato. […] Il primo verso esprime la rapida agitazione e l’estasi dell’anima, a cui tien dietro lo stordimento delle nostre facoltà; rallenta la rapidità domandata dall’armonia imitativa e dalle immagini racchiuse nel verso […].» Anche nei pochi frammenti di Alceo il digamma può impiegarsi senza turbare le regole metriche solo in una manciata di parole, tra cui (vinum). Anche in Esiodo, come notò l’Heyne, l’uso del digamma era dettato unicamente dalle esigenze del metro e dall’arbitrio dell’autore. E anche in Omero – conclude Foscolo – capita che un’etimologia che vorrebbe il digamma non si accordi con la misura del verso. Così l’uomo/guerriero άνήρ (lemma frequentissimo in Omero), che «con più certe ragioni pretende il digamma», nella scorrevole prosodia omerica non può essere assolutamente

Gli scavi archeologici

Foscolo prosegue la sua indagine spostandosi sul campo delle fonti materiali: il digamma figura su medaglie e monumenti, ma si trascinò sempre dietro quella sua ombra di mistero e anomalia “tanto da metter paura agli stessi antiquari più arditi”. Usato con valore numerico su certe monete tarde, il digamma fu da alcuni sovrapposto al 6, siccome nell’alfabeto originario avrebbe occupato la sesta posizione. Gli scavi archeologici dell’epoca di Foscolo provano che il digamma sopravvisse in Grecia ora come F, ora come F, H o , e in Etruria persino come . Il nostro autore cita a esempio l’iscrizione elea, su cui figurano molti digamma obliqui. L’iscrizione viene fatta risalire al VII a.C.: dunque il digamma si conosceva già ai tempi d’Omero, ma forse lo si considerava ormai un arcaismo. Quest’ipotesi è avvalorata dalla convinzione che la trascrizione dei trattati tribali fosse compito dei sacerdoti, ministri che Foscolo classifica come indefessi tradizionalisti, ai suoi tempi come a quelli di Omero. A questo punto Foscolo inizia a temere che i reperti siano prove insufficienti nell’investigazione filologica intorno al digamma: come può la lingua dei poeti corrispondere ai mille mila dialetti parlati nelle tribù? Ma il nostro autore non demorde e raduna le idee. Innanzitutto, una lettera simile alla F occupava nell’originario alfabeto greco il sesto posto, proprio come “in alcuno degli alfabeti orientali, nel latino, e nelle lingue d’Europa viventi”. E’ poi assodato che il greco F rappresentava le articolazioni aspirate di F, H, B e V, combinate tra loro dal mescolarsi dei coloni asiatici ed egizi che portarono in Grecia la lingua teutonica usata da Omero. In seguito al suo approdo nel Lazio la F venne spesso pronunciata come B e H (trafo per traho), e in alcune voci H, F, V furono prontamente sostituite dal digamma (come la greca Estia,  , che Virgilio invocherà Vesta). E ancora: quando l’H fu aggiunta alle sedici lettere greche originali le fu riservato proprio il sesto posto del digamma; essa andò a indicare un’aspirazione gutturale e una dentale.

Tra confusione e speranza

Rispetto a queste ultime considerazioni le lingue vive offrono spunti interessanti: l’H unita a P o T dà luogo al th di theatre e al ph di philosophy. Il th divenne poi Θ, che somiglia “a un’H ritondata”, scrive Foscolo. Lo stesso avvenne per ph, divenuto Φ. Le sorti del digamma affondano le radici in queste torbide metamorfosi primordiali: l’F giunse col tempo a essere solo una nota ortografica, un segno arbitrario d’aspirazione o di prosodia. E la confusione degli alessandrini rispetto al digamma sarebbe dovuta secondo Ugo Foscolo alla somiglianza e allo scambio avutisi nelle fonti tra le figure F, H e . Nel bel mezzo di questa riflessione a Foscolo inizia a girare la testa. Con una punta di esaurimento nella penna egli filosofa che quantomeno la questione del digamma insegna che «nulla perisce quaggiù, e che ogni cosa sostiene di continuo una serie di patetiche trasformazioni». S’inaugura quindi un nuovo snodo del saggio, dove Foscolo passa in rassegna i pareri di tutti coloro che come lui si scervellarono sulla questione del digamma. Primi fra tutti gli inglesi: fra i docti viri di Britannia che cercheranno di sottrarre alla polvere il digamma si dimena il Bentley, convinto che il F fosse in Omero una consonante prefissa a voci inizianti per vocale. Con la scomparsa del digamma – sospetta il Bentley – un vuoto si creò tra vocali vicine e nei versi omerici si accumularono gli iati tanto sgraditi all’orecchio ateniese. Autoproclamandosi “digammi ultorem”, il Bentley spirò lasciando la patata bollente nelle mani del Dawes. Costui dimostrò che Eolii e Ionii intendevano il digamma con due diversi valori, e che siccome Omero era ionio non si può parlare di digamma eolico nelle sue opere. Il Dawes traduce il Vau nello ionico W: questa teoria risultò bislacca a molti dotti d’Europa e specialmente a tedeschi e italiani, in ragione della loro pronuncia del W. Qui Foscolo si fa una risata: «se anche radunassimo una dozzina di professori di greco di varie Università e facessimo loro ripetere un verso della Iliade, nessuno lo intenderebbe fuori di quello che lo dicesse!». Ma il nostro autore smaltisce i postumi di questa lieve ironia con nuovo sconforto e confessa che l’argomento comincia a produrre un effetto narcotico sui suoi sensi. Subito Foscolo si riprende, aggrappandosi a una citazione ariostesca: Non è lontano a discoprirsi il porto. Al lettore non resta che sperare.

I classici

L’indagine filologica prosegue addentrandosi nella selva di effetti prodotti dallo iato sulle orecchie degli autori più noti. Se i più antichi versi latini ne sono assediati, il numero di iati si assottiglia procedendo da Lucrezio a Lucano. Foscolo si dice certo che il greco, più ricco di vocali, abbia usato con più frequenza lo iato. Del resto le stesse lingue moderne offrono un confronto interessante: se l’inglese contrasse spiritus in spright rigettando le vocali, l’italiano disdegnò le consonanti e del marshall fece un maresciallo. Pare che a Dante e Milton lo iato andasse a genio, e che lo stesso Tucidide ne facesse grande uso, certo più di Platone, che doveva invece far udire nei suoi dialoghi «lo schietto eloquio de’ filosofi». Foscolo a questo punto destina tutta la sua attenzione a Omero. Nei poemi omerici il filologo s’imbatte in uno iato particolare, che forza la voce a posarsi su determinate sillabe: questa modulazione per Foscolo aiuterebbe l’attore a esprimere tutto il pathos delle parole. Ecco che «proprio dall’uso delle vocali conseguiva la lingua greca grandezza di stile!», esclama Foscolo. Di questo dovrebbero tener conto gli emendatori: Foscolo esorta il lettore di versi greci, quale che sia la sua competenza, a usare sempre il proprio orecchio, a inseguire la musica. «E poco importa ch’ei non riesca a piacere altrui, purché piaccia a se stesso». I sensi – raccomanda Foscolo – devono essere i principali tutori del traduttore, anche a scapito della piena comprensione. E siccome è evidente che sono le lingue meridionali ad aver mantenuto più vocali, Foscolo ammonisce i critici settentrionali che si apprestano a riparare l’ortografia omerica: badino bene a non lasciarsi fuorviare da correzioni suggerite dal loro idioma! Avvertimento che Foscolo estende anche al Bentley e all’Heyne.

In conclusione

Tornando a Omero: come può la melodia primitiva derivante dall’uso di iati essere conservata inserendo il digamma? Dalla coerente unione di vocali e consonanti scaturirebbe piuttosto armonia! Per poter espungere lo iato da Omero, bisogna prima chiarire se i suoi versi risalgano al primo stadio della lingua. Ma la ricchezza delle voci e la costruzione dell’esametro fanno supporre che Omero non sia un artefice della lingua greca, ma solo colui che la innalzò all’eccellenza. Il sommo poeta greco doveva dunque essere provvisto di tutti gli strumenti linguistici necessari a costruire perfettamente il verso. Così Foscolo dà ragione al Bentley: lasciare lo iato non fu arte d’Omero, ma più probabilmente le consonanti sulle sue copie furono grattate via dal tempo. E quest’ipotesi sarebbe ben più convincente se ci si unisse a Foscolo nel dichiarare che, invece di una consonante, nei testi mancava una nota ortografica o prosodica destinata «a temprare il suono delle consonanti e delle vocali»: il digamma, segno arbitrario alla mercé del cantore. Con un ultimo sforzo della stanca penna Foscolo trae queste conclusioni: «Che se riguardiamo il digamma nei poemi omerici come una semplice indicazione da aggiungersi o no, secondo che vuole la prosodia, già non possiamo negare di riconoscerlo nell’antichissimo , che deve origine e forma al greco F, e che senza dubbio fu convertito nei due segni contrapposti fra loro [‘ ’ ] indicanti le derivazioni e le pronunce da lungo tempo perdute senza speranza di ritrovarle. [Questi segni] operavano sopra l’orecchio, togliendo l’effetto spiacevole dell’iato nella declamazione e nel canto». Ma la tesi di Foscolo si leva su supposizioni ancora troppo fragili, tanto che il nostro autore corre ai ripari e rinuncia alla soluzione, sempre che «Omero stesso non sorga dall’urna a recitare i suoi versi».