Esistono mostre monografiche sugli autori che hanno fatto la storia dell’arte, altre ci parlano dei temi che l’arte ha affrontato nella sua lunga storia.
Da qualche mese è stata allestita una mostra su uno dei soggetti più delicati, più gentili (e paradossalmente uno dei più “forti”) che l’arte abbia mai affrontato: il fiore. A Verbania, fino all’11 Ottobre, il fiore ci mostra il suo album di famiglia e dichiara tutta la sua dolce potenza. In collaborazione con mostreinmostra, segnaliamo ai nostri lettori questo evento, consigliando di approfittare di quest’ultimo mese per scoprire la magica forza dei fiori.

“Flower power”, ovvero la storia dell’irrefrenabile potere estetico e sociale dei fiori. Meraviglia dei petali e delle corolle ma anche peso politico straordinario, quando all’inizio dei vertiginosi anni Settanta i figli del Baby Boom tentavano entusiasticamente di divincolarsi da quel vetusto sistema che li aveva imbrigliati fino a quel momento.
Parte da queste premesse la mostra curata da Andrea Busto, direttore del Centro di Ricerca per l’Arte Attuale (CRAA) di Villa Giulia a Verbania, recentemente restaurata e modernizzata al fine di ospitare opere e mostre di grande livello in collaborazione con istituzioni e musei internazionali. Un’occasione importante per vedere riunite le opere (dipinti, sculture, fotografie, video e installazioni) di oltre centocinquanta artisti e per sviscerare le molteplici interpretazioni che questo soggetto ha suscitato nel corso della storia.
L’assoluta malleabilità del fiore, la capacità di attecchire in contesti estremamente variegati e di rivestire una vasta gamma di significati allegorici, lo ha reso un dogma imprescindibile per la sensibilità degli uomini e per la cultura di tutte le epoche, dalla preistoria fino ai nostri giorni.

Per quanto riguarda l’ordinamento della mostra, la scelta optata dal curatore di suddividere in alcuni filoni principali le innumerevoli esperienze di cui si compone questa tematica – pur senza la presunzione di sistematizzarle secondo futili categorie – è di fatto irrinunciabile e consente in ogni caso di mantenere un fondamentale distinguo fra le numerose declinazioni incarnate dalle opere esposte.
Nella sezione La vita silente, per mezzo delle nature morte antiche e degli equivalenti contemporanei di Shirana Shahbazi, Nobuyoshi Araki e Laëtitia Bourget, il fiore sfoggia tutta la propria bellezza con l’esuberante rigoglio di petali e boccioli, in un tripudio di colori da cui promana una grazia contraddetta solo da qualche sparuto accento malinconico dovuto all’ineluttabile ciclicità della vita.
Eros, Hypnos e Tanathos ne indaga invece gli aspetti più intimi ed erotici, rivelando il legame passionale con le pulsioni sessuali più morbose – testimoniate dalle immagini irriverenti di Sue Williams – e con il retroscena inquietante della morte, di cui Andrew Dadson e Rä di Martino restituiscono uno spaccato desolante nella sua inesorabile drammaticità.
Altra vicenda quella degli Erbari, prodromi medievali della ricerca farmaceutica contemporanea e del sistema classificatorio della scienza odierna: ai molteplici volti di questa branca è dedicato un apposito settore del percorso espositivo che si connette in successione a un altro di natura ben più bizzarra e sofisticata, incentrato su quelle Mutazioni genetiche – basate su improbabili commistioni fra specie animali e vegetali – tanto care alla fantasia umana sin dagli albori e ancora più attuali oggi in relazione al passo galoppante della biogenetica e alle barriere etiche che essa comporta.
La storia dell’arte, si sa, è almeno in parte una lunga disamina sul modo di rappresentare il mondo esteriore: talvolta fedelmente, seguendo il principio della mimesis aristotelica, altre volte tramite una rielaborazione individuale filtrata attraverso la concezione peculiare di ciascun artista. È questo lo spirito che anima la sezione intitolata Verso l’astrazione, in cui artisti del calibro di Adrian Schiess e Pia Fries proseguono le sperimentazioni “scompositive” avviate sin dagli anni Cinquanta dai grandi nomi dell’Espressionismo astratto americano, sulla scia inaugurata dalla pittura en-plein-air di Monet nel giardino di Giverny.

C’è spazio, in ultimo, per una riflessione sul rapporto fra la decorazione tout-court e il fiore: geometrizzato, semplificato e stilizzato, esso fin dall’epoca egizia entra a far parte del lessico ornamentale e ne rimane “imprigionato” tanto da essere ripreso con immutato fervore dai capiscuola delle correnti moderne e contemporanee come Andy Warhol, a loro volta capaci di influire sull’immaginario di artisti eclettici quali Christine Streuli, José Maria Sicilia e Ma Jun, che ne rivisitano le forme primigenie e ancestrali alterandole e modificandole secondo la propria cifra distintiva. L’allestimento si snoda su tre piani: l’apparato illuminotecnico e museografico risulta estremamente funzionale e contribuisce a superare il “problema” della tortuosità del percorso che si snoda attraverso le stanze che formavano il percorso cerimoniale della villa signorile. Molto interessante al pianterreno il confronto diretto, attuato grazie a una dislocazione per sale opposte simmetricamente, fra le nature morte della scuola fiammingo-olandese e gli sviluppi novecenteschi dei pittori italiani attratti dalla medesima tipologia, tra i quali si annoverano Felice Casorati, Piero Martina, Filippo de Pisis e Arturo Tosi.

(Luca Morosi – mostreinmostra.it)

Informazioni sulla mostra

Verbania, CRAA – Villa Giulia
Fino all’ 11 ottobre