Silvio Berlusconi ha convocato  l’ufficio di presidenza del Pdl per «comunicazioni urgenti» dopo la rottura con Gianfranco Fini. Ieri il presidente della Camera Fini ha ipotizzato di fare suoi autonomi gruppi parlamentari (pronto il nome, Pdl-Italia) se non avrà le risposte politiche che da mesi va chiedendo. Prima della notizia sulle convocazioni urgenti era arrivata una prima convocazione della direzione nazionale del partito per giovedì 22 che stamane aveva fatto dettare a Fini un comunicato distensivo: «La convocazione per giovedì 22 della direzione nazionale del Pdl allargata ai gruppi parlamentari è, sul piano del metodo, una prima risposta positiva ai problemi politici che ho posto ieri al presidente Berlusconi». «Mi auguro – aggiunge – che a partire dalla riunione, cui parteciperò, possa articolarsi una risposta positiva anche nel merito delle questioni sul tappeto, a cominciare dal rapporto tra il Pdl e la Lega».

Fini imputa a premier, governo e Pdl di andare a traino della Lega, accusa accoratamente Berlusconi di non aver tenuto nella giusta considerazione la “dote” portata dalla destra italiana al Pdl. Ecco il tono della sua accusa. «Non voglio più essere dipinto come traditore dal tuo giornale di famiglia se chiedo di contare nel determinare la linea politica di un partito che ho fondato – si accalora Fini – non voglio buttare al macero cinquanta anni della storia politica della destra italiana e lasciare che a decidere sia solo tu con Umberto Bossi. Non voglio più che nel Pdl ci sia gente che tu metti in computo a me e che invece risponde solo ed esclusivamente a te. Non mi hai rispettato e consultato per scelte importanti, mi hai fatto perdere peso politico ed hai cercato di marginalizzarmi. E sulle riforme sono stato informato solo dopo di decisioni prese da te a cena con Bossi». Berlusconi ascolta e cerca, in un primo momento, di minimizzare, sdrammatizzare, garantire che sarà lui il punto di equilibrio e coesione nella coalizione. Vista la vittoria elettorale ed i tanti successi del governo, il Cavaliere vorrebbe convincere Fini che si deve andare avanti con ottimismo e tutto si aggiusterà. Ma è qui, davanti a quello che al presidente della Camera pare una sorta di comizio elettorale, che il co-fondatore esplode: «Non puoi dirmi ancora una volta che tutto va bene. O ti siedi con me e vediamo come fare in modo che io conti realmente nelle decisioni e nel Pdl, o sono pronto a fare miei gruppi parlamentari autonomi,perchè ho la responsabilità dell’area politica che ho portato nel Pdl».

Quello che Fini non dice è che il progetto dei gruppi ha già concretezza: è già iniziata la conta che porterebbe più di 50 deputati e 18 senatori a schierarsi senza esitazioni. Per non parlare della componente “Generazione Italia”, già chiamata in convention per il secondo weekend di maggio a Perugia a sostenere Fini. Ragionando con i suoi, il Cavaliere dice di aspettarsi che, per coerenza, se Fini è davvero intenzionato a formare gruppi parlamentari autonomi, di conseguenza pensi a dimettersi dalla presidenza della Camera. Così come i parlamentari che lo seguiranno, dovrebbero naturalmente tenere in conto che non saranno ricandidati. Intanto Fini mette nero su bianco una nota, nella quale sottolinea di non voler mettere in crisi maggioranza e governo. «Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani – sgombra il campo da equivoci -. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative, ma soprattutto presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell’intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise».

Fini aspetta risposte, ma nei palazzi della politica la tensione è alle stelle. E non aiuta il siparietto del leader leghista Umberto Bossi, che proprio mentre è in corso il teso vertice Berlusconi-Fini, rivendica alla Lega il diritto di «prendersi una fetta delle banche», oltre agli assessorati all’Agricoltura in Lombardia, Piemonte e Veneto. In serata, i coordinatori del Pdl Bondi, La Russa e Verdini stigmatizzano le scelte di Fini, che definiscono «incomprensibili» ed esprimono «profonda amarezza». Quella amarezza che il presidente del Consiglio confida ai suoi parlando di autogol di Fini nel caso in cui dovesse decidere di portare alle estreme conseguenze le sue intenzioni. È il presidente del Senato Renato Schifani a tentare di porre un argine alla complessa giornata: «Quando una maggioranza si divide – invita a riflettere – non resta che dare la parola agli elettori». Ma i finiani Bocchino e Ronchi replicano secchi: si vota solo quando non esiste più una maggioranza che sostiene il governo. E questo non è.

[fonte: La Stampa]