La grande impresa italiana potrebbe essere la prima ad intraprendere una nuova strada. Mentre in tutto il mondo, la parola d’ordine sembra essere delocalizzare, la Fiat, è ad un passo dal ricondurre in Italia le produzioni che aveva portato in Polonia.

La fabbricazione della nuova Panda (modello di grande successo), infatti, potrebbe essere portata a Pomigliano d’Arco. Attualmente, in questo stabilimento sono prodotte la 147 (auto vecchia di 10 anni) e la 159 (dal target molto elevato).  L’investimento che la Fiat ha previsto per il sito campano si aggira sui 700 milioni di euro e garantirebbe lavoro e futuro ai circa 5000 lavoratori impiegati nello stabilimento.

Per dare seguito a questo ambizioso e innovativo progetto, però, la casa torinese pretende che le maestranze di Pomigliano e i sindacati accettino alcune condizioni finalizzate ad accrescere la flessibilità e la produttività dei lavoratori. Turni di lavoro più duri e minori garanzie sindacali. In sostanza, i dipendenti si trovano a dover scegliere fra l’opportunità di continuare a lavorare (con peggiori condizioni) e la chiusura della fabbrica. Lo scontro, pertanto è durissimo, anche se l’esito è scontato, poiché nessuno può permettersi di perdere il lavoro.

Questa di Pomigliano rappresenta un grimaldello che potrebbe aprire nuovi scenari. Da un lato la possibilità per l’Italia di accrescere la propria competitività. Dall’altro il rischio di svilire troppo la dignità del lavoro e dei lavoratori.

Com’era logico con queste premesse la trattativa è stata difficile e, il 16 giugno, si è conclusa con un risultato parziale. Infatti, è stato firmato un accordo con Fim, Uilm, Fismic e Ugl, ma non con la Fiom, che ritiene le condizioni di Marchionne un ricatto.

Secondo il segretario della Fiom Maurizio Landini “ai lavoratori viene chiesto: vuoi lavorare o chiudo la fabbrica? Il lavoratore deve scegliere tra vivere o morire. E’ chiaro che sceglierà di vivere”.  Ma, con le regole di produttività fissate nell’accordo di Pomigliano, “la gente lavorerà peggio e rischierà di fermarsi. Se una volta per soffrire di malattie professionali ci volevano 10-12 anni, ora ne basteranno 3 o 4”.

Per la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, Il no della Fiom è “incredibile”. La Fiat sta realizzando un’operazione “che va contro la storia, prende produzioni dalla Polonia e le riporta in Italia, investendo 700 milioni di euro”.

Più pragmatica la posizione del numero uno della Uil Rocco Palombella: “la cosa principale è firmare un’intesa che può in qualche modo ridurre anche i diritti, ma mantiene in piedi una fabbrica e non il contrario”.

Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ritiene la Fiom “fuori dal mondo”. L’accordo di Pomigliano è sul solco di altre intese: “Saranno 20 anni che ogni nuovo investimento al sud viene effettuato con accordi di start up in deroga, siglati da Cisl, Cgil e Uil, pur di far partire l’occupazione”.

La decisione definitiva, comunque, spetta ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano, che saranno chiamati ad esprimersi sull’intesa siglata dai sindacati con un referendum che si terrà martedì 22.

Se l’accordo sarà accettato la Fiat e l’Italia saranno i primi a compiere un’inversione di tendenza nella localizzazione della produzione. Aprendo anche una riflessione sull’effettiva convenienza delle delocalizzazioni.