Prima di affrontare in maniera frontale Federigo Tozzi e, nel successivo articolo, uno dei suoi più importanti romanzi, mi sento in dovere di scrivere qualche riga introduttiva che reputo di fondamentale importanza, non solo per l’autore ma, più in generale, per una sua migliore comprensione e collocazione, da parte del lettore, all’interno della produzione letteraria novecentesca che è forse la più travagliata di tutta la nostra tradizione.

Accenno, senza entrare in dettagli pedanti, a quello sconvolgimento del linguaggio e spinta verso nuove logiche comunicative, delle volte irrazionali, messo in atto dalle avanguardie storiche, in particolare nel primo ventennio del ‘900, che creano una vera e propria frattura nei linguaggi artistici i quali rompono in maniera evidente con il passato; e questo è tanto vero in letteratura quanto nell’arte.

Funzionale tra queste, per comprendere meglio il Nostro, è quella corrente d’avanguardia nata in Germania nel 1905 che prende il nome di espressionismo. Alla ricerca di realtà profonde, l’espressionismo porta in scena gli orrori, le deformità; realtà esasperate che perdono la loro più diretta rappresentazione oggettiva tentando un’indagine profonda nelle pieghe dell’io e dei suoi rapporti col mondo.
E tutto questo in Federigo Tozzi si realizza in una realtà che si sfalda, cedevole, diviene deforme ed ancora si realizza nella «cosizzazione» dell’umano e in un linguaggio che, in particolar modo all’inizio della sua produzione, procede per frammenti, per illuminazioni discontinue (si veda in particolare per questo aspetto, a piacere del lettore, «frammentismo vociano»).

D’altro canto parlare di Tozzi significa altresì parlare di una sorta di naturalismo; dico sorta poiché, per citare Debenedetti, «il naturalismo rappresenta in quanto spiega, e viceversa; Tozzi rappresenta in quanto non sa spiegare». E dunque la realtà esterna entra di prepotenza nel campo visivo di Tozzi, una realtà incomprensibile carica di minacce e risvolti oscuri che coincidono con le sue sofferenze intime ed autobiografiche. Sì, perché Tozzi è uno di quegli autori in cui la scrittura parte necessariamente da uno sfondo autobiografico e quindi è diretta conseguenza la trasposizione della sua vita da disadattato e il ritratto della realtà provinciale senese in toni profondamente negativi.

Una realtà chiusa, asfissiante, quella della della piccola Siena ; terreno di personaggi di fatto inconsistenti, propriamente degli «inetti» (figura cardine della letteratura novecentesca) che vivono, o meglio non vivono, nella realtà nemica, così come estranei e minacciosi sono gli altri uomini in una socialità profondamente lacerata.

Non c’è amore nei romanzi di Tozzi e non c’è spazio per nessun tipo di felicità, e quest’aspetto trova pronta realizzazione stilistica in un linguaggio che non cede di certo a lusinghe melodiche e musicali.

La lingua di Tozzi è di quelle che non si fanno amare e il lettore si trova di fronte a quel bivio consueto, negli autori di questo genere, che è quello che porta alla chiusura del libro o,
superata l’iniziale diffidenza e vinta la lotta, alla conclusione del romanzo.

Una lotta che merita di certo d’essere combattuta per arrivare a quello che c’è di unico e di innovativo nella breve ma intensissima produzione di Tozzi, uno scrittore che, pur avendo avuto scarsissima eco, meritò l’attenzione di autorità come Pirandello e Borgese e che merita d’essere, anche oggi, riscoperto ed apprezzato.