Federico García Lorca, tra i nomi più risonanti della poesia europea del Novecento, scontò con la vita il prezzo della sua “diversità”, come artista e come uomo. Dichiaratamente repubblicano durante la Guerra civile spagnola e omosessuale, una grave colpa per la Spagna conformista dell’epoca,  viene prima catturato dalle guardie civili del comandante Valdés il 16 agosto 1936, poi fucilato all’alba tre giorni dopo nei pressi di Viznar, vicino Granada. Una voce di sdegno si leva unanime da ogni parte del mondo, come quella dell’amico Pablo Neruda, che nulla può, ora, contro l’ottusità della dittatura. Il suo corpo, seppellito in una fossa comune, non è stato ancora riesumato.

Federico era nato a Fuente Vaqueros, in provincia di Granada (5 giugno 1898), dove più tardi si trasferirà con tutta la famiglia e condurrà gli studi secondari. Qui incontra il maestro di pianoforte Antonio Segura che accende nel giovane allievo la passione per la musica, rafforzata successivamente dall’amicizia con il compositore Maluel de Falla. Con de Falla inizia un percorso comune di attenzione per l’elemento tradizionale spagnolo-andaluso, partecipando prima alla conferenza sul Cante jondo, poi alla Festa del Cante jondo tenute a Granada nel 1922 sulla scia di una rivalutazione delle origini gitane.

Lorca stesso scrive la musica per i suoi Cantares populares ispirandosi alle melodie “più profonde” della tradizione andalusa. Distingueva, infatti, il cante jondo, più antico e più autentico, dal cante flamenco, degenerazione del primo affermatosi soltanto nel XVIII secolo. La vena primitiva del canto andaluso si risolve, per Lorca, nella “pena”, che il poeta-musicista identifica con lo stato d’animo della malinconia, sottile sofferenza legata alla figura femminile: «La donna, cuore del mondo, e padrona immortale della “rosa, la lira e la scienza armoniosa” riempie gli spazi senza fine delle poesie. La donna del cante jondo si chiama Pena» (F. G. Lorca, El cante jondo (primitivo canto andaluz), Conferenza di Granada, 1922).

Nonostante la sua poesia in questa fase di attenzione per la cultura granadina è intrisa profondamente dell’elemento spagnolo-andaluso – basti citare Canciones, Poema del cante jondo, Romancero gitano – non per questo Lorca accettava di buon grado che la sua voce fosse confusa col folklore tout court; l’etichetta “poeta dei gitani” lo infastidiva, e questo non certo per disprezzo verso la cultura gitana cui era naturalmente legato, piuttosto perchè fortemente convinto dell’autenticità della poesia quale espressione dell’animo, libera da ogni costrizione di categoria e valida per ogni tempo ed ogni cultura. «La poesia – dice – è il mistero che contiene tutte le cose […] e per questo non concepisco la poesia come astrazione, ma come cosa realmente esistente che mi passa accanto» (F. G. Lorca, in C. Rendina (a cura di), García Lorca. Tutte le poesie e tutto il teatro).

Non a caso, quando nel ’29 è a New York, dalla cui esperienza nascerà Poeta en Nueva York, García Lorca ascolta, sopra ogni altra cosa, la voce degli emarginati, los negros, oppressi dalle ingiustizie della metropoli e del capitalismo che si sgretola sotto il crollo dei mercati. «Io protestavo tutti i giorni – annuncia il poeta nella conferenza di presentazione dell’opera a Madrid (1932). Protestavo vedendo i ragazzini negri […] pulire le sputacchiere di uomini gelidi che parlavano come anatre. Protestavo di tutta questa carne rubata al paradiso […] e protestavo della cosa più triste, del fatto che i negri non vogliono essere negri». Il poeta en Nueva York è un “ribelle”, parla a nome di tutti gli sfruttati, dei “diversi”, dei senza diritto e può farlo perché, come grandino, conosce bene il sentimento dell’estraneità: «Credo – sostiene – che il fatto che io sia di Granada mi permetta di comprendere i perseguitati, essere dalla parte del gitano, del nero, dell’ebreo» (F. G. Lorca, in C. Rendina (a cura di), Garcìa Lorca. Tutte le poesie e tutto il teatro).

In un arco temporale di soli vent’anni, dal 1917 alla sua morte, Lorca ha lasciato all’umanità un patrimonio poetico e teatrale assolutamente straordinario, generalmente articolato in tre fasi: un primo periodo, quello giovanile, di cui fa parte il Libro de poemas, ispirato all’infanzia e alla natura, la campagna di Granada; un “secondo” Lorca, dal ’21 al ’27, dell’elemento folklorico gitano-andaluso; un “terzo”, compreso tra l’esperienza newyorkese e Sonetos de l’amor obsuro che, di tema omosessuale, saranno pubblicato postumi e solo dopo il 1983.

La sua voce lirica è un “fuoco” che scava nelle viscere delle cose, scarnificandole, per poi innalzarle al cielo, immortalando la parola, ora colore, ora timbro, in una cornice stilistica accurata che oscilla tra tradizione e avanguardia. Non si può non lasciarsi trascinare dal ritmo inconfondibile della sua passione per la vita e per l’arte; egli stesso affermava: «Ho il fuoco nelle mani […] lo sento e lavoro con lui perfettamente, ma non posso parlare di lui senza letteratura».

Bibliografia & Discografia

  • Claudio Rendina (a cura di) Garcìa Lorca. Tutte le poesie e tutto il teatroNewton Compton, I Mammut 2009
  • Federico García Lorca, El cante jondo (primitivo canto andaluz), Conferenza di Granada 1922
  • Federico García Lorca, Un poeta en Nueva York, Conferenza di Madrid 1932
  • El corregidor y la molinera. Antiche canzoni spagnole, Manuel De Falla, Federico Garcia Lorca, Musique d’Abord, CD 2005