Pronunciamo la parola “razza” e raramente il pensiero che ci viene è positivo. Perché dall’inizio del Novecento in poi (ma forse c’erano state “avvisaglie” anche prima), a questa parola è stato spesso attribuito un significato spregiativo

Basti pensare a termini quali “segregazione razziale”, la restrizione dei diritti civili, per l’appunto su base “razzista”, molto sentita negli Stati Uniti fino a qualche decennio fa; oppure alla supremazia della “razza ariana”, concetto introdotto da Adolf Hitler nella Germania del Terzo Reich, che poi sarebbe sfociato nell’Olocausto e nello sterminio delle “razze inferiori”. Insomma, razza uguale parola negativa.
Ma esiste un settore, se così vogliamo definirlo, in cui forse la parola razza ha un’accezione tutt’altro che spregiativa. Stiamo parlando dell’universo fantasy, di quell’ambientazione tipica della letteratura in primis (ma anche di videogiochi, fumetti e film da diversi anni a questa parte), in cui il termine è stato introdotto per distinguere creature umanoidi appartenenti a specie diverse: elfi, nani, orchi e goblin agli inizi. Ma poi artisti, scrittori, fumettisti e registi hanno dato libero sfogo alla fantasia creando una varietà pressoché infinita di razze e specie.
E tuttavia, anche oggi che il fantasy è così apprezzato e conosciuto praticamente a qualunque latitudine, resta un dubbio: il termine “razza” ha una valenza negativa anche nell’universo fantastico? Si può pensare a una concezione dei mondi fantasy “razziale” (laddove il termine è ovviamente usato in senso negativo)?

Quale era l’intento di Tolkien?

Per cercare di rispondere alla domanda bisogna fare un lungo passo indietro e risalire al “creatore” del fantasy così come lo conosciamo oggi, all’ideatore delle razze più classiche e tipiche, quelle che, dalla loro comparsa in poi, hanno per l’appunto caratterizzato il genere. Ovviamente stiamo parlando di John Ronald Reuel Tolkien, lo scrittore autore dei due capolavori che hanno imposto i canoni del genere per almeno mezzo secolo: “Lo hobbit” e “Il signore degli anelli”.
A Tolkien, infatti, si deve la “standardizzazione” delle razze principali: gli elfi, anzitutto; ma anche i nani e gli orchi (con la loro “sottorazza” dei goblin). Fu lui a prendere miti e leggende del folklore, nordico per lo più, e a dargli l’aspetto, la fisionomia, la cultura che tutti noi oggi conosciamo e alla quale centinaia di scrittori si sono ispirati nel tempo e nel vano tentativo di emulare la grandezza della sua opera, prima di rendersi conto che bisognava scostarsi dalla sua creazione per poter offrire qualcosa di nuovo.
La domanda che ci si deve porre, però, è: perché Tolkien creò queste razze? Qual era il suo intento? C’era davvero la volontà di dare una concezione “razzista” (nel suo significato negativo) ai suoi libri? Le domande possono magari risultare volutamente faziose, ma la verità è che questi interrogativi vennero a galla già ai tempi in cui Tolkien diede vita ai suoi lavori. E da allora continuano, ciclicamente, a ripresentarsi. Ma quanto c’è di vero in queste interpretazioni?

Un equivoco italiano

Poco. Vale la pena dirlo subito a scanso di equivoci. E a confermarlo è forse l’unica persona che può farlo senza tema di essere smentito: Tolkien stesso. Nel 1945, infatti, il suo primo romanzo, “Lo Hobbit”, fu bandito dalla Germania nazista (e razzista) perché il suo autore, con assoluta chiarezza, dichiarò agli editori tedeschi la sua ammirazione per il popolo ebreo. Con conseguente ira del fuhrer.
Perché allora la sua opera è stata avvicinata spesso agli ideali fascisti e della destra? Il caso in realtà è forse più italiano che globale. Infatti, sebbene questi dubbi siano emersi anche in altri Paesi, solo nel nostro Tolkien è stato così fortemente avvicinato alla destra. A partire dagli anni Settanta, infatti, è cominciato in Italia un processo di appropriazione dell’universo tolkieniano da parte dei movimenti e dei partiti di destra. Perché? Risponde in parte Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai: «La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva». Ma fu, per l’appunto, solo un pretesto con il quale la destra cercò di appropriarsi dell’opera di Tolkien; una volontà, decisa a tavolino, di alcuni esponenti della destra italiana di cercare a tutti i costi delle somiglianze tra la letteratura tolkieniana e la loro visione del mondo. Si cercò, in definitiva, un autore di successo che potesse dare un senso comune ai giovani del movimento, unendoli virtualmente anche dal punto di vista letterario e culturale.

Uniti nell’ora più buia

Ma allora, se l’opera di Tolkien non è di destra, come va interpretato il suo utilizzo così sistematico delle razze? Risposta difficile da dare. Quello che viene da pensare, ma su questo si potrebbe discutere all’infinito, è che la scelta fu dovuta a ben altre motivazioni, che nulla hanno a che vedere con regimi fascisti e segregazioni razziali.
Tolkien, per sua stessa ammissione, amava la natura, i giardini, la vita all’aria aperta. Ed era un esperto del folklore nordico, con il suo contorno di elfi, spiriti, fate ed entità primordiali. La sua volontà era quella di narrare una vicenda epica, grandiosa, lo scontro finale tra il Bene e il Male. Fu probabilmente per questo motivo, dunque, che creò una varietà di razze differenti. E lo fece, a mio avviso, con un particolare obiettivo: quello di mostrare come, nell’ora più buia, tutte le differenze vengono meno e gli individui, che siano elfi, nani o uomini, che appartengano insomma a una razza, piuttosto che a un’altra, si uniscono per combattere un nemico comune. Tutto il contrario, insomma, del concetto di razza inteso come nell’ideologia fascista o nazista. Se là divide, nell’opera di Tolkien invece unisce. E significativo, a tal proposito ci appare lo scambio di battute tra i due delle razze tipicamente in lotta tra loro: elfi e nani. Ricordiamo tutti, infatti, la frase di Legolas a Gimli poco prima dell’ultima battaglia nel finale de “Il signore degli anelli”. «Chi l’avrebbe mai detto di morire accanto a un elfo», dice Gimli. «E accanto a un amico?» ribatte Legolas. Con queste parole Tolkien ci mostra come ogni differenza razziale, ogni lontananza, crolla di fronte a un valore superiore: l’amicizia.

Le potenzialità creative

Fondamentalmente, dunque, le “razze” hanno finito per caratterizzare l’universo fantasy solo per mostrare una varietà di popoli, tradizioni e culture, dando al tempo stesso un “quid” in più: il fascino che deriva dall’utilizzare creature inesistenti che tuttavia ognuno di noi sogna di poter incontrare. Ed è anche questo, a mio avviso, il motivo per cui le differenti “specie” hanno avuto e hanno tuttora così tanta importanza nel fantasy. Perché danno la possibilità a scrittori e artisti di affondare a piene mani in un mondo immaginario, plasmandolo e modellandolo a proprio piacimento, ed esaltando ora una creatura, ora un’altra, a seconda del proprio estro creativo.