Non fatevi ingannare dal titolo, ve lo dico subito: restiamo sempre in tema di libri e letteratura

Perché questa volta il direttore di Medea mi ha affidato un compito gravoso: trattare della “parabola” del fantasy italiano. Roba mica facile per chi, come me, è autore di questo genere, ma anche e soprattutto appassionato lettore. Come al solito ci provo, sperando di dire cose sensate (l’età, si sa, avanza e, di contro, la serietà arretra).

Anzitutto c’è da dire che il fantasy in Italia, almeno per quella che è stata la mia esperienza, è un genere che ha vissuto fasi alterne. Diciamo che fino a venti-venticinque anni fa il fantasy era visto come roba per ragazzini, che quindi le case editrici “snobbavano”, per lo meno se eri italiano. Gli stranieri, invece, lo ricordo bene, andavano forte. E vanno forte tuttora.

Il punto di svolta

Poi qualcosa è cambiato. Non saprei dire se sia stato un caso o se sia intervenuto qualcuno o “qualcosa” che ha modificato gli equilibri. Però, circa vent’anni fa, il Paese si è accorto che anche gli italiani potevano e soprattutto sapevano scrivere fantasy.

E il boom c’è stato con la saga di Licia Troisi – ormai unanimemente riconosciuta come la “regina del fantasy” nostrano. Possiamo essere d’accordo o meno, ma tant’è… – che ha letteralmente divelto i cardini che fino ad allora impedivano di puntare su autori italiani.

Non è corretto dire che da allora in poi la strada sia stata in discesa, anche se mi piacerebbe poterlo sostenere. Però non possiamo negare che lo scarto è stato netto.

Non che da quel momento in poi le grandi case editrici abbiano cominciato a cercare solo fantasy – anzi, ma di questo parleremo più avanti –, ma se non altro il genere è stato “sdoganato” e ci si è resi conto che si poteva dare una chance anche agli autori italiani. E, in parte, anche che il genere non era necessariamente e solo diretto ai ragazzini, ma che poteva piacere anche a una larga fetta di pubblico più maturo.

Il boom del fantasy italiano

Ricordo bene come il primo decennio degli anni Duemila, immagino proprio trainato dal successo della saga della Troisi, sia stato caratterizzato dalla pubblicazione di un buon numero di titoli fantasy italiani. Non starò qui a citare i nomi degli autori, mi limiterò però a dire che anche editori importanti, che non si erano mai minimamente avvicinati al genere, gli diedero spazio. E seguendo quella che sembrava una moda tra le “grandi major”, andò a scovare alcuni autori giovanissimi di cui pubblicare il romanzo.

Come troppo spesso succede nel nostro Paese, se mi è concesso dirlo – ma tanto lo farò lo stesso, abbiate pazienza –, siamo passati dal totale disinteresse per un argomento, al tentativo frenetico di recuperare seguendo una moda, senza stare a guardare bene a che cosa si dava spazio, ma solo con l’obiettivo di coprire un “vuoto cosmico” che fino ad allora c’era stato e che nessuno si era minimamente preoccupato di colmare.

E qui mi concedo una piccola digressione che è anche indiscrezione. Tempo fa un’amica, che per anni era stata editor di una grossa casa editrice, mi confidò che, proprio nel periodo del “boom del fantasy adolescenziale”, assistette di persona a un episodio che credo la racconti lunga sulla confusione di quegli anni e sul tentativo di porvi rimedio senza stare a guardare troppo per il sottile.

Mi disse che il suo allora direttore editoriale entrò «infuriato» (lei usò un altro termine, ma non stiamo a sottilizzare) nella stanza degli editor. Ne prese uno per la collottola e urlandogli in faccia gli disse: «Vai in magazzino dove accatastiamo i libri che ci arrivano in valutazione. Trovami un fantasy qualsiasi scritto da un ragazzino o da una ragazzina e pubblichiamolo, che qui stiamo restando indietro rispetto alla concorrenza». L’editor in questione eseguì, del resto che altro poteva fare?

La prima caduta

Direi che questo esempio la dica lunga su come questa corsa selvaggia abbia finito per generare il risultato opposto. A mio modestissimo parere, infatti, si è così dato spazio a testi non di qualità, solo sull’impulso di una moda.

E la reazione del pubblico, lo ricordo bene perché ne facevo parte anch’io, è stata abbastanza sdegnata. Col risultato che il fantasy italiano è tornato nel dimenticatoio.

Ma non del tutto. Infatti, seppur accantonato in fretta e furia per via di scelte errate e affrettate, il genere aveva aperto un piccolo spiraglio dove, col tempo e la lungimiranza di alcuni, si sono andati a inserire testi e autori finalmente validi, che si sono conquistati la loro meritata nicchia di lettori e di riconoscimenti.

Passato questo terremoto durato circa un ventennio, in cui è successo di tutto e il contrario di tutto, come detto, le cose sono cambiate. Non quanto gli appassionati – scrittori e lettori – si sarebbero aspettati, ma quantomeno la situazione ha permesso un’apertura a un genere che fino a un paio di decenni prima non c’era o quasi, quantomeno nella sua “versione” italiana.

La situazione attuale

Oggi, a mio avviso, c’è maggior consapevolezza da parte di ogni elemento della “catena”: nelle case editrici, negli autori e, non ultimi, anche nei lettori. Le prime si sono rese conto che, pur con molta difficoltà e solo andando a scovare il titolo indovinatissimo, un romanzo fantasy può avere il suo momento di gloria e portare notevoli soddisfazioni all’editore che decide di puntarci.

Gli autori, dal canto loro, hanno capito che il genere andava “svecchiato” e che continuare a riproporre a ruota variazioni dell’inimitabile d irraggiungibile Signore degli Anelli, infarcite dei cliché del genere, non avrebbe portato alcun risultato.

Così si sono rimboccati le maniche, hanno studiato e hanno cominciato a percorrere sentieri meno battuti, più originali e inesplorati. In fondo, una delle cose più belle del fantasy è proprio che pone un solo limite: quello della fantasia dell’autore (anche se non finirò mai di ripetere che questo dettaglio non significa che si può scrivere di tutto in barba alla coerenza e alla logica).

I lettori, infine, hanno affinato il loro palato e se da un lato si sono fatti – giustamente – critici, dall’altro hanno cominciato a dare una possibilità anche agli autori italiani con, vale la pena sottolinearlo, ottimi risultati.

Roba per anglosassoni e teutonici?

Ho la fortuna di conoscere tantissimi autori nostrani che hanno talento da vendere e le cui opere non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri. Questo, dunque, mi fa ben sperare, perché troppo a lungo il panorama editoriale italiano ha vissuto di “esterofilia galoppante”, con quell’idea un po’ snob e un po’ antipatica che il fantasy fosse materia solo per anglosassoni e teutonici e che gli italiani potessero solo scopiazzare, senza mai raggiungere certi livelli.

È un’idea che respingo totalmente: in Italia abbiamo autori bravissimi, di grande talento e ingegno, che possono scrivere fantasy bene – se non meglio – dei colleghi stranieri. All’estero si dice: «Italians do it better». Da noi invece vige il concetto opposto: «Strangers do it better». Be’, questo non è affatto vero, e vale sia per la scrittura, che per qualunque altro settore.

E allora fatemi concludere con una piccola provocazione: nel nostro Paese ci sono più scrittori che lettori, quindi non sempre si può avere la fortuna di scegliere il giusto titolo e il giusto autore. Ma come per ogni cosa, se la prima è andata male, bisogna continuare a tentare perché, non lo ripeterò mai abbastanza, il talento è una dote che agli italiani – scrittori e non – non difetta.