Tokyo 2011: il signor Watanabe, malgrado lo tsunami che ha messo in ginocchio il Giappone le radiazioni, è rimasto in città per finire il suo lavoro

Lunedì mattina, ora di pranzo. Watanabe rilassò le spalle, allontanò le mani dalla tastiera, attese che il computer andasse in stand-by e si guardò attorno sorridente. L’openspace era deserto e silenzioso. Quaranta postazioni vuote alla sua destra, quaranta sulla sinistra; tutte ordinate, pulite e pronte per essere usate di nuovo non appena gli altri impiegati fossero tornati in città.
Un monitor da cambiare si mise a sibilare come un serpente a sonagli.
Watanabe allentò la cravatta, s’infilò la giacca e, tossendo senza sosta, uscì dall’ufficio. Doveva fare uno sforzo non da poco per tenersi addosso la camicia di cotone e la giacca che, a contatto con la pelle, bruciavano come tizzoni ardenti. Prese l’ascensore e, canticchiando “The girl from Hipanema” (la musichetta diffusa dall’altoparlante), scese fino al pianterreno. L’atrio vuoto, che poteva contenere diverse centinaia di correntisti e investitori, faceva impressione e anche molta tristezza.
Così grande, così inutile.
Watanabe riprese a grattarsi la mano destra: dalla sera prima il bruciore non gli dava tregua e nessuna pomata era servita a dargli un po’ di sollievo.

Uscì in strada, il cielo era limpido e, nonostante fosse una giornata ventosa, faceva un gran caldo. Il sole accecava e Watanabe si schermò gli occhi con la mano; gli parve di vedere Haruko, era in piedi in mezzo alla strada sgombra. Strizzò gli occhi per vedere meglio, ma non c’era nessuno a parte lui. Sorridendo s’infilò gli occhiali da sole e prese il pacchetto di Hope dal taschino della giacca, si accese una sigaretta e si diresse a piedi verso il Combini più vicino. Fumare era una tortura per i suoi polmoni ridotti in poltiglia, ma non fumare era una tortura peggiore.
Le auto parcheggiate, abbandonate da giorni, erano coperte dalla polvere e avevano un aspetto desolante. Vicino alla banca in cui lavorava Watanabe c’era un grande cinema con manifesti pubblicitari alti quanto un palazzo. Col passare dei giorni, senza nessuna manutenzione, la colla si era seccata e i manifesti si erano prima sfrangiati e poi sbrindellati in mille pezzetti che svolazzavano da tutte le parti.
A Watanabe non faceva nessun effetto sapere di essere uno degli ultimi uomini rimasti a Tokyo, forse l’ultimo. Non ci pensava. I problemi si sarebbero risolti e, col tempo, tutto sarebbe tornato alla normalità. Tutto quello che doveva fare era impegnarsi il più possibile e dare il massimo.
Le superfici a specchio che ricoprivano le sedi delle grandi aziende vicine alla banca di Watanabe riflettevano un paesaggio sepolcrale, le vestigia di una civiltà che sembrava scomparsa per sempre ma che, in realtà, sopravviveva anche in condizioni impossibili come aveva sempre fatto.
Certo, a vederla così, veniva da dubitare che Tokyo fosse ancora una città.
Nessuno avrebbe potuto dire se la gente sarebbe tornata. Ma Internet, che Watanabe consultava al lavoro e la sera prima di dormire, diceva che il mondo era andato avanti, che la vita era andata avanti e quindi si era persuaso che anche Tokyo sarebbe andata avanti. Nonostante il terremoto, lo tsunami, la crisi nucleare, nonostante tutto, il Giappone sarebbe andato avanti. Quella convinzione era, per lui, la migliore prova del fatto di non essere già morto e imprigionato in un aldilà costruito a imitazione della città che rappresentava tutto il suo mondo. Nient’altro avrebbe potuto garantirgli, con altrettanta forza, che le cose non stavano semplicemente così.
Bisognava avere fiducia nel futuro e nel Giappone.

Le porte automatiche del Combini si aprirono per lasciarlo entrare. L’elettricità era razionata ma, durante il giorno, Tokyo veniva comunque rifornita del necessario per far sopravvivere tutte le macchine che non potevano rimanere senza. L’aria condizionata del minimarket faceva venire i brividi e Watanabe ricominciò a tossire, la radio interna trasmetteva la colonna sonora di un anime che gli ricordò Haruko.
Watanabe scelse con cura il suo pranzo (qualcosa che si potesse scaldare nel microonde) e si servì da solo. Prese anche un manga perché dopo mangiato gli piaceva leggere. Avrebbe potuto andarsene senza pagare, ma bisognava comunque rispettare le regole, così Watanabe mise delle banconote sul bancone e scrisse su una di esse il suo nome, il suo recapito telefonico e quello che aveva comperato.
Era una gran scocciatura non poter usare la carta di credito, ma non avrebbe saputo come fare. Per fortuna la sua banca aveva messo a disposizione dei dipendenti una certa quantità di contante per le spese correnti.
«In circostanze difficili», aveva detto il direttore prima di tornare a lavorare. «La banca e i suoi dipendenti soffrono insieme, combattono insieme e vincono insieme».
Poi, uno a uno, i suoi colleghi avevano ceduto e se ne erano andati dalla città. Avevano tutti famiglia, soffrivano troppo per le radiazioni.
Watanabe non li biasimava, lui però era differente.

Passeggiò fino al parchetto che circondava il microscopico tempio buddista del quartiere, avrebbe mangiato all’aperto, seduto su una panchina. Da giorni non si vedevano uccelli, cani, gatti o animali di qualsiasi genere.
«Nulla sopravvive alle radiazioni», avevano detto gli esperti alla televisione, ma si sbagliavano.
A Watanabe bruciavano gli occhi e non era certo di poter digerire il pranzo, il giorno precedente aveva vomitato sei volte. Però aveva una fame da lupo e si mise a mangiare. Pranzando Watanabe si sforzò di ignorare il crepitio lontano delle esplosioni che, a intervalli sempre più brevi, riempivano il grande silenzio della città. Un videowall pubblicitario appeso al quarto piano della sede di un’industria automobilistica, trasmetteva il solito messaggio: “Abbandonate la città, le radiazioni possono causare malattie gravissime”. Qualcuno in un ufficio aveva dimenticato la radio accesa, ma il segnale era disturbato e non si riusciva a sentire altro che un ronzio senza senso.
«L’ultimo uomo di Tokyo», disse tra sé e sé Watanabe giusto per sentire il suono di una voce umana.
L’ultima persona con cui aveva parlato era stata sua moglie Haruko che era a Osaka con la loro bambina di due anni Akemi e, per telefono, gli aveva detto piangendo che era orgogliosa di essere sposata a un uomo come lui, un eroe.
Sì, aveva usato proprio quella parola: eroe.
Watanabe sorrise imbarazzato, lui si sentiva un semplice impiegato di banca, niente di più. Con il passare dei giorni poi aveva perso persino quella certezza, si era accorto di non avere più una buona memoria.
Aveva parlato veramente con Haruko al telefono o si era sognato tutto?
Lei e Akemi erano realmente ad Osaka?
Quando erano partite?
Quando le aveva sentite l’ultima volta?
Watanabe non riusciva a ricordare, il mal di testa era troppo forte.
Si accese una sigaretta e si mise a sfogliare il suo manga. Lo conosceva già, aveva letto diversi numeri arretrati, raccontava la storia di un ragazzo ribelle che incontrava una ragazza samurai proveniente dall’aldilà. I due facevano amicizia e si aiutavano a vicenda nel difficile compito di condurre, le anime dei morti, in una specie di paradiso, che ricordava molto il periodo Edo.
Anche Watanabe, ai suoi tempi, era stato un ragazzo ribelle, ripensandoci si mise a ridere. Le aveva prese e le aveva date tante volte alle superiori. Poi aveva conosciuto Haruko e aveva messo la testa a posto. Insieme si erano impegnati nel difficile compito di formare una famiglia e crescere una figlia.
Sì, a pensarci bene, Watanabe concluse che anche loro due avevano qualcosa di magico.
Sorridendo si passò una mano tra i pochi capelli radi che gli restavano, volarono via perdendosi chissà dove. Si rimise a tossire, lo stomaco gli bruciava e la testa gli scoppiava.
Si alzò in piedi, guardò l’orologio e gettò via l’ultima Hope.
La pausa pranzo era finita.
«Forza», disse l’ultimo uomo di Tokyo prima di tornare al lavoro.