Prendete un italiano medio, con un’istruzione media, un reddito medio, un livello di buonsenso medio che vota – come la maggior parte degli italiani – il centrodestra. Nel Belpaese vivacchia arrangiandosi un po’ come può, cercando di sfruttare lo sfruttabile: insomma barcolla sul baratro della povertà ma riesce a stare in equilibrio. Bene, portatelo a ottocento chilometri di distanza dalla (ex) capitale morale della Nazione, più precisamente teletrasportatelo a Barcellona, nell’assolata Catalogna. Superato lo smarrimento iniziale l’italiano – geneticamente predisposto da generazioni a comportarsi così – comincerà a curiosare in giro. Le facce degli spagnoli, in fondo, non gli sembreranno tanto diverse da quelle degli italiani, eppure li vedrà indaffarati in un lento, umile e inarrestabile lavorio che – onestamente – faticherà a comprendere.

L’evidenza dei fatti – trasporti pubblici perfettamente funzionanti (dal 1924 ad oggi – con una dittatura militare nel mezzo – sei linee della metrò funzionanti e una settima in realizzazione contro le tre linee della metropolitana di Milano realizzate a partire dal 1964… bisogna aggiungere altro?), nettezza urbana impeccabile, sicurezza tangibile e lavoro, lavoro, lavoro ovunque – gli farà sgombrare in fretta il campo dai soliti luoghi comuni sugli spagnoli indolenti, pavidi e ritardatari. Si renderà conto di essere finito in una versione alternativa dell’Italia che, per molti versi, apparirà ai suoi occhi surreale almeno quanto un quadro di Dalì. Cosa differenzia dunque la Spagna dall’Italia, si chiederà?

Dato che però l’italiano impara in fretta capirà presto che la risposta sta in una parola sola: organizzazione. Sarà forse frutto di quella sinistra spagnola che, senza neppure vergognarsene, muove verso il benessere un Paese seguendo i principi del socialismo? Sarà che gli spagnoli hanno alzato la testa e si sono ricordati di essere una delle grandi potenze europee? Sarà che, dopo la dittatura di Franco, gli spagnoli si sentono orgogliosi di potere fare grande e rivalutare la propria Nazione? Mah! Chi lo può dire. Fatto sta che all’italiano protagonista di questo esperimento c’è qualcosa che non torna, qualcosa che – per cattiva abitudine – non riesce più a capire.

Nessuno è proprietario dell’informazione in Spagna, nessuno si riempie la bocca col libero mercato e le privatizzazioni, nessuno si sogna di togliere al pubblico per dare al privato, nessuno insomma ci tiene a darsi la zappa sui piedi per arricchire pochi avidi. «Ma allora – dirà l’italiano citando e comprendendo per la prima volta la famosa frase di Fantozzi – mi hanno sempre preso per il culo! Il padronato le multinazionali: per vent’anni mi hanno lasciato credere che mi facevano lavorare solo perché loro sono buoni!» E quindi si domanderà: «Perché non possiamo essere anche noi italiani un po’ spagnoli? Perché non riusciamo a organizzarci come una società normale e non lasciamo perdere gli interessi personali per una buona volta? Lavorando tutti assieme, credendoci tutti assieme, potremmo diffondere il benessere a tutti? Gli spagnoli ci credono, i socialisti ci credono, ma non solo ci credono: ci credono e lo fanno». Ecco, l’esperimento si conclude qui, riportiamo la nostra cavia a Milano, nel nord Italia e lasciamolo nuovamente in balia di un Paese che è così sfasciato che non se ne rende neppure più conto. Buona fortuna italiano medio, ne avrai bisogno.