Vino e saggezza in una novella di Matteo Bandello

La terra piemontese parla da sempre la lingua di Bacco. Le sue morbide colline, solcate da schiere di filari, sono il fertile grembo di sapori prestigiosi come il Barolo, il Barbera, il Dolcetto d’Alba. Ricchezze custodite dallo sguardo vigile di allampanati campanili, svettanti su borghi impastati di storia.
Uno di questi luoghi è il paese di Castelnuovo Scrivia, situato nella Pianura Padana, proprio al confine con la Lombardia. Qui, sulla sponda destra del torrente Scrivia, nacque nel 1484 Messer Matteo Bandello, autore di una raccolta di storie che può considerarsi l’esempio più illustre della novellistica cinquecentesca. Per intenderci, colui che rielaborò l’Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti di Luigi Da Porto, fornendo a Sir William Shakespeare il lievito madre per la composizione di Romeo & Juliet.
Ecco, Messer Bandello di vino se ne intendeva, tanto da dedicare ad esso tutta una novella, la sesta della Quarta parte della raccolta. La storia – una bella vendetta fatta da’ frati menori contro li mugnai di Parigi, che gli aveano sforzati a ballare – è introdotta da un’appassionata celebrazione del «soavissimo liquore di Bacco».  E forse questo schietto elogio del vino può ancora insegnarci qualcosa.

«Chi non sa» esordisce l’autore «che il buono vino maturo, chiaro e odorato, è uno liquore soavissimo, vero sostenimento de la vita umana, rigeneratore degli spiriti, rallegratore del core e restauratore potente e efficacissimo di tutte le vertuti e azioni corporali?». È indiscutibile «la utilità che il buono vino moderatamente bevuto reca agli uomini», e il nome stesso dell’arbusto che lo produce è «vite, perché nel vero egli dona la vita a l’uomo». E se la Sacra Scrittura definisce il vino moderatamente bevuto come «la esultazione de l’anima e del corpo», la saggezza popolare ricorre a un proverbio tutto allitterante: «il vino è il latte de li vecchi», perché «come il latte nodrisce tutti li piccioli fanciulli, così pare che ne la età senile e decrepita sia il perfetto vino la norritura e mantenimento de la vecchiezza».

Vino sì, ma con misura

Ma prima che un lettore astemio e un po’ bacchettone possa scambiarlo per un novello Dioniso, Bandello corre ai ripari: il vino, infatti, «nuoce infinitamente» all’uomo che lo beva «o for di modo o guasto». Ma attenzione! Il male «proviene dagli uomini che non si sanno governare», poiché il vino «in sé è mirabilemente giovevole a li corpi nostri».

È quindi il modus, la misura, a tracciare la linea di confine tra vizio e virtù. Un concetto già espresso nella raccolta di novelle più illustre e maestosa, il Decameron di Giovanni Boccaccio, risalente alla metà del Trecento. Nella Conclusione della propria opera, Boccaccio si chiede infatti «Chi non sa che è il vino ottima cosa a’ viventi, secondo Cinciglione e Scolaio e assai altri, e a colui che ha la febbre è nocivo? Direm noi, per ciò che nuoce a’ febricitanti, che sia malvagio?» (9-10). È un esempio di buon senso comune, a dimostrazione del principio generale appena evocato dall’autore, secondo il quale l’onestà, come tutte le cose umane, è relativa e vincolata al concetto di misura.
Bandello, memore delle parole del proprio venerabile maestro, scaglia un’invettiva proprio contro i «cinciglioni ubriachi», i quali troppo sovente dimenticano «che ogni estremo ordinariamente è vizioso e nocivo» e che «il soverchio vino bevuto è la amaritudine de l’anima».

Gli effetti del vino

L’autore seguita dunque a descrivere con perizia gli effetti del vino. Per quanto riguarda le virtù, Bandello riconosce che il vino «preso sì come richiede il bisogno de la temperatura de li corpi nostri, conferisce molto al nodrimento del corpo, genera ottimo sangue, si convertisce prontamente a nodrire, accresce la digestione per tutte le membra e parti corporali, fa buono animo, rasserena l’intelletto, rallegra il core, vivifica gli spiriti, provoca l’orina, caccia la ventosità, aumenta il calore naturale, ingrassa li convalescenti, eccita l’appetito, rischiara il sangue, apre le oppilazioni, distribuisce il cibo nodritivo a le parti convenevoli, fa buono e bello colore e caccia fuori tutte le superfluità».

Ma a chi beve «senza modestia e senza regola», il vino «infrigidisce per cagione accidentale tutto il corpo, suffocando il calore naturale, come si estingue uno picciolo fuoco cui sovra sia gettata una gran quantità di legna. Nuoce al cervello, offende la nuca e debilita i nervi; onde causa assai sovente apoplessia, cioè la goccia, paralisia, mal caduco, spasimo, stupore, tremore, abbagliamento di occhi, vertigini, contrazioni di giunture, letargia, frenesia, sordità e catarro. Corrompe poi i buoni e lodevoli costumi, perciò che fa diventare gli uomini cianciatori, sbaiaffoni, contenziosi, bugiardi, disonesti, lussuriosi, giocatori e furiosi e sovente micidiali. Guasta la memoria e rende, chi troppo ne ingoia, smemorato. Che dirò io de la podagra, chiragra e tanti altri morbi articolari, che tutti provengono dal troppo immoderato bere? Dicono gli approvati medici che il vino conviene più a li vecchi che a tutti gli altri, con ciò sia cosa che tempra la freddura contratta con la lunghezza degli anni loro. Ma a li fanciulli e a li giovani sino a la età di venti anni non si conviene il vino in modo alcuno, secondo l’autorità del grande Galeno maestro de la era medicina, dicendo egli nei libri suoi del modo di conservare la sanità che il dare bere vino ai fanciulli e ai giovani non fa altro effetto che aggiungere fuoco a fuoco».

I precedenti

È qui opportuno aprire una breve parentesi filologica e comparatistica. Le parole di Bandello ricordano quelle di un testo molto più antico, il celebre De Materia Medica che il medico e botanico greco Pedanio Dioscoride compose nel I secolo d.C. E quella che è solo una rassomiglianza diventa invece una perfetta convergenza se si assume come termine di paragone la principale traduzione in volgare italiano del trattato di Dioscoride, il Di Pedacio Dioscoride Anazarbeo libri cinque della historia, et materia medicinale tradotti in lingua volgare italiana da M. Pietro Andrea Matthiolo sanese medico, con amplissimi discorsi, et comenti, et dottissime annotationi, et censure del medesimo interprete. Si tratta, in sintesi, dei Discorsi di Messer Pietro Andrea Mattioli, pubblicati in prima edizione proprio al tempo di Bandello, nel 1544. Ecco alcune righe tratte dalla pagina 602, dedicata a Vino e sue varie facultà secondo la misura del suo uso:

«È il Vino veramente soavissimo liquore, vero sostentamento della vita nostra, rigeneratore degli spiriti, e rallegratore del cuore, e restauratore potentissimo di tutte le facultà, e operationi corporali: e però meritamente si chiama vite la pianta pretiosissima, che lo produce. Ma non però per questo piglino ardire gli ebbriachi, sentendomi qui tanto lodare il vino: percioché essendo ogni estremo (come si dice) vitioso, quando si bee oltre quello, che bisogna, causa (come poco qui di sotto diremo) horrendi morbi. Et però dico, che bevuto moderatamente, conferisce molto al nutrimento del corpo, genera ottimo sangue, convertiscesi presto in nutrimento, aumenta la digestione in ogni parte del corpo, fa buono animo, rasserena l’intelletto, rallegra il cuore, vivifica gli spiriti, provoca l’orina, caccia la ventosità, aumenta il calor naturale, ingrassa i convalescenti, provoca l’appetito, chiarifica il sangue, apre le oppilationi, porta il nutrimento per tutto il corpo, fa buon colore, e caccia fuori tutte le cose superflue. Ma bevuto senza modestia, e senza regola (come fanno gli ebbriachi) infrigidisce accidentalmente tutto il corpo, soffocando il calor naturale, come si soffoca un picciolo fuoco con una gran quantità di legna. Nuoce al cervello, alla nuca, e ai nervi, e però causa spesso apoplesia, cioè goccia, paralisia, mal caduco, spasimo, stupore, tremore, abbagliamento d’occhi, vertigini, contrattioni di giunture, lethargia, frenesia, sordità, catarro, e tortura. Corrompe dopo questo i buoni, e lodevoli costumi; percioché fa diventare gli huomini cianciatori, baioni, contentiosi, scredentiati, lussuriosi, giuocatori, furiosi, dishonesti, e homicidiali. Guasta la memoria, e fa molti altri abominevoli, e pessimi effetti, i quali lasciarò per hora da banda, per non mi far del tutto malivoli gli ebbriachi. Conviensi oltre a ciò il Vino a i vecchi più che a tutti gli altri; percioché tempra la frigidità contratta con la lunghezza dell’età loro. Ma a i fanciulli, e a i giovani fin all’età di venti anni non si conviene il vino in modo alcuno. E però diceva Galeno all’undecimo libro del modo di conservare la sanità, che il dare a bere il vino a i fanciulli, e a giovani altro non è, che aggiugnere fuoco a fuoco».

Da Siena a Parigi

Anche il lettore meno accorto non avrà difficoltà a notare che, escluse lievissime oscillazioni, le parole del medico senese e quelle vergate da Bandello nella novella IV, 6 sono perfettamente simmetriche. Ora, la prima edizione dei Discorsi fu pubblicata nel 1544, a Venezia. Alla traduzione del testo di Dioscoride, iniziata prima del 1533, il Mattioli aggiunse aneddoti, tradizioni popolari, descrizioni delle virtù medicinali di piante nuove – magari importate dall’Oriente e dalle Americhe o erborizzate dal medico nel corso di ricerche e sperimentazioni. La seconda edizione uscì nel 1548. Il successo fu tale che non mancarono stampe brulicanti di errori, la cui pubblicazione non era stata approvata dall’autore. Pare che ciò abbia spinto il Mattioli a fornire un’edizione latina del libro, i Commentarii (1554), cui seguirono in vita almeno altre dieci edizioni (dalla terza, nel 1558, all’ottava, nel 1565) e numerose traduzioni (in francese, tedesco e boemo).

Il medico senese acquisì un credito enorme, che neppure le accuse di errori e plagi formulate da alcuni specialisti europei riusciranno a scalfire. La sua fama sarà certo giunta alle orecchie di Bandello, per il quale nel 1541 era iniziato il cosiddetto “periodo francese”, gli anni in cui lo scrittore studiò e raccolse le proprie Novelle. Queste ultime verranno pubblicate a Lucca nel 1554 (Prima, Seconda e Terza parte); per la Quarta parte (contenente la nostra novella) bisognerà attendere il 1573, post mortem auctoris.

Dalla penna ai filari

Ma seguiamo il consiglio di Bandello e «usciamo fore di medicina». Per l’autore è giunto il momento di chiudere la parentesi introduttiva e narrare la novella vera e propria. Siamo a Parigi, in Francia, altra terra di vini pregiati – oltre che ultima dimora di Bandello stesso, che spirò a Bazens, in Aquitania, nel 1561.

Narra l’autore che un bel giorno, sulla Senna, un gruppo di mugnai decise di abbandonarsi alle follie dell’ebbrezza uscendo «fora di sentimento». I «molinari» danzavano, saltavano, si dimenavano, tanto che «pareva a punto che celebrassero li baccanali». In quel mentre, passano sul ponte due frati minori e i mugnai, «che dal soverchio vino non digesto erano più che cotti», subito li accerchiano. I poveri frati vengono costretti a unirsi alle danze sfrenate e a tracannare grandi tazze di vino; quando riescono a sfuggire alle grinfie dei mugnai, il loro turbamento è grande. Informato dell’accaduto, il guardiano del monastero medita vendetta. Lo soccorre la Fortuna: al monastero giungono numerosi sacchi di grano da macinare, e per svolgere il lavoro vengono convocati proprio i mugnai dell’aggressione. Circondati da una folla di frati furenti, gli scellerati «asinacci», si troveranno in trappola: spogliati di ogni cosa, saranno flagellati a colpi di cordone, costretti a ballare «una danza che mai danzata non avevano» e a vuotare grandi tinozze d’acqua.
Ecco l’ironica e saporita conclusione di Bandello: «Si divolgò la cosa per Parigi e pervenne ancora a le orecchie del re, il quale se ne rise, parendo lui che fosse convenevole che quale asino dà in parete, cotale ancora riceva. Per la città poi non potevano li molinari fare uno passo, che li fanciulli e altri non gridassero loro dietro: andate, andate, publici ladroni, al monisterio de li cordiglieri, ove troverete del grano de li noderosi cordoni in grande abondanza!».

Tra gemiti e risate, exemplum e novella si sono fusi: la lezione è stata impartita. Al nostro autore non resta che posare la penna e correre col pensiero ai purpurei filari della terra natia.

Edizioni di riferimento
Novelle, di Matteo Bandello, a cura di Elisabetta Menetti, BUR, Milano, 2011

Discorsi ne i sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo Della materia medicinale, di Pietro Andrea Mattioli, Venezia, 1557 [disponibile su books.google.com]

Decameron, di Giovanni Boccaccio, a cura di A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano, BUR, Milano, 2013