Con le recenti  polemiche giornalistiche ed accademiche intorno ai “plagi” di Umberto Galimberti (in realtà rielaborazioni, ricontestualizzazioni, riusi, détournements ‒ più o meno nel senso e nell’ottica in cui gli architetti paleocristiani riprendevano, materialmente, un elemento architettonico o decorativo pagano e lo inserivano nella facciata di una basilica, salvandolo così, inconsapevolmente, dalla dispersione e dall’oblio) sembra di essere tornati ai tempi di Enrico Thovez, che scatenava la polemica contro i plagi di D’Annunzio: il quale ribatteva, a ragione, che ogni pagina altrui, se inserita nel contesto dei suoi libri, diveniva qualcosa di completamente diverso, allo stesso modo che Montaigne, altro citazionista frenetico, d’ogni polline, qua e là carpito, seppe fare il suo miele.

Antica, antichissima, e sempre più o meno sterile, la polemica sui plagi. Basti pensare ai furta (specie da Omero, ma anche dai Tragici) di cui veniva accusato nientemeno che Virgilio (e, proprio riferendosi a Virgilio, Macrobio, all’inizio dei Saturnalia, elaborerà la geniale metafora della mellificatio, del miele distillato da più fiori, destinata a lunghissima fortuna, da Petrarca agli umanisti, per i quali l’imitatio e l’aemulatio erano l’essenza del pensare e dello scrivere); o, prima ancora, all’”allusione necessaria”, all’inevitabile ricorso ai modelli antichi, che Giorgio Pasquali indicava come caratteristica fondamentale della poesia ellenistica ed alessandrina. Si è sempre figli di qualcuno, e ognuno prende il suo bene dove lo trova. Si potrebbe dire, di Galimberti, quello che Serra diceva di D’Annunzio: che, anche dopo che avrà pagato i suoi debiti, resterà pur sempre un gran signore.

La cultura è dare e avere, è un passaggio di testimone, una torcia, dice Lucrezio, che corre di mano in mano, e in quel transitare rinnova e ravviva, più puro, il suo fuoco. Io ho qui davanti a me il Dizionario di psicologia di Galimberti, e non so più quante volte l’ho saccheggiato; non tanto per scrivere, quanto ‒  cosa ancor più rara e preziosa ‒  per capire qualcosa di me stesso. Perché il pensiero, l’Intelletto Possibile della metafisica araba, è tutto in tutti, appartiene a tutti e a nessuno, ben al di là di qualche riga ricalcata o riecheggiata; e, come dirà Rimbaud, non si dovrebbe dire Je pense, ma On me pense, non Io penso, ma Mi si pensa.

Venendo al caso  specifico, non vedo cosa vi sia di scorretto o di strano o di nuovo nel fatto che uno scrittore citi e riprenda e rielabori se stesso. Ciò è sintomo, semmai, di un pensiero e di un essere che, nel segno del kyklos, dell’ouroboros, dell’eterno ritorno tanto caro a Galimberti, torna assiduamente su se stesso, assumendo nuove coloriture per il solo fato che gli stessi scritti ricompaiano in contesti speculativi diversi, eppure fondati su una stessa nota dominante, su uno stesso intreccio di Leitmotive ‒  quasi per una ricoeuriana dialettica di ipse e idem, di persistenza e mutamento.

E legittimo è il riuso anche di testi altrui. Paradosso estremo, e celebre, quello di un personaggio di Borges, Pierre Menard, autor del Quijote: il quale, nella più totale buona fede, si immedesima con Cervantes al punto da riscriverne, anzi ricrearne, identico in ogni parola e in ogni virgola, il capolavoro; che è però, per il fatto stesso di essere stato scritto da un’altra persona, in un’altra epoca, in un diverso contesto, un’opera altra ed originale.

Ma, venendo agli aspetti filologici, “crenologici” come si diceva nell’Ottocento, negli scritti di Galimberti le riprese letterali, inerti, senza aggiunte significative, riguardano, in genere, passi esprimenti dati e situazioni di fatto, o notizie largamente note, per le quali è indifferente con quali parole siano espresse. Quando, invece, sono toccati concetti filosofici di un qualche significato e di una qualche portata speculativi, Galimberti introduce, rispetto alla fonte, una variazione magari minima, un clinamen quasi impercettibile, un elemento di détournement direbbero i situazionisti, che comporta uno scarto significativo, e a volte una spia decisiva di pensiero.

Fra questi due passaggi del Tramonto dell’Occidente non c’è autoplagio, ma piuttosto ricorrenza di un Leitmotiv significativamente variato (a proposito di analogie musicali, a Clementi che si lamentava dei plagi Mozart rispondeva: tu sai trovare i motivi, io so cosa farne):

L’essere non è mai “questo” o “quello” nel senso in cui la metafisica connette un predicato a un soggetto. L’espressione “è”, attribuita all’essere, ha sempre  e solo un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua. L’impossibilità di definire l’essere con la logica della metafisica testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della metafisica di parlare senza ridurre ciò di cui parla a ente.

(…)

Il simbolo, infatti, non è mai “questo” o “quello”, nel senso in cui la logica connette un predicato a un soggetto. L’espressione “è”, attribuita al simbolo ha sempre e solo un significato transitivo. Del simbolo si potrebbe dire quello che Heidegger riferisce dell’essere quando afferma che è questo o quello, nel senso che “fa essere (west)” questa o quella cosa, nel senso che la “eventua (erignet)”. L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione occidentale testimonia un’impossibilità linguistica, intimamente connessa con l’incapacità di questa logica di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.

Se l’essere, in quanto può venir pensato, è linguaggio, come insegna Gadamer, e se la logica è legata, fin da Aristotele, all’ontologia, nella misura in cui ne classifica le categorie e dunque ne regola e ne scandaglia la dicibilità, allora è significativo, ed illuminante, che ciò che per la Logica, per il Logos occidentale è il Simbolo (dunque anche il segno linguistico) sia quello che è, per la Metafisica, l’Essere. E, come insegna Wittgenstein, tanto l’essere quanto il linguaggio, tanto la metafisica quanto la logica, devono infine trovare il proprio fondamento al di fuori di sé (e Gödel, a ben vedere, non farà che dimostrare lo stesso della matematica). Tanto l’essere quanto la conoscenza e il linguaggio devono cercare fuori di sé il proprio fondamento e la propria giustificazione; non sono in grado, in definitiva, di dire e definire univocamente se stessi, senza accennare all’altro da sé. Non un autoplagio che genera incoerenza, ma un ritorno del pensiero su se stesso per acquisire, nella ripetizione, una nuova sfumatura, in quello che Peirce chiamava il continuum semiosico.

Ancora, sempre dal Tramonto dell’Occidente:

Lamentando la limitazione e la povertà del nostro linguaggio, Heidegger invita a percorrere lo spazio del taciuto. Le sue espressioni chiedono che si dischiudano rapporti che vadano oltre quelli conclusi dalla logica occidentale, onde consentire alle cose di aprirsi a una presenza che non si risolva immediatamente nelle rappresentazioni di quella logica. Esse chiedono che si dischiudano  mondi,  che  si  spalanchino  aperture  capaci  di  concedere  al linguaggio un respiro più ampio, e alle cose un senso meno dimentico dei significati non ancora raggiunti dal linguaggio dell’Occidente. Ma per questo sono necessarie nuove parole…

E, nella Terra senza il Male:

Lamentando “la limitazione e la povertà del nostro linguaggio…” e invocando “la creazione di un nuovo linguaggio…”, Jung invita a percorrere lo spazio del taciuto. Le sue espressioni chiedono che si dischiudano rapporti che vadano oltre quelli conclusi dal linguaggio della ragione, onde consentire alle cose di aprirsi a una presenza che non si risolva immediatamente nelle rappresentazioni della ragione. Esse chiedono che si dischiudano mondi, che si aprano aperture capaci di concedere al linguaggio un respiro più ampio, e alle cose un senso meno dimentico dei significati non ancora raggiunti dal linguaggio razionale della coscienza… Ma per questo sono necessarie nuove parole…

Non autoplagio, ma intertestualità autointerpretativa, passo che, pur quasi identico nella sua mera materialità testuale, assume, in diversi contesti, un valore del tutto diverso, ancorché simile; un esempio, si direbbe, di transcodificazione. Ciò che per Heidegger è il Linguaggio, ovvero “casa dell’Essere”, per Jung è l’Inconscio Collettivo. L’uno e l’altro sono avvolti da una cortina di silenzio, da un velame di ineffabilità, di nascondimento, che la parola ‒ quella dell’analista non meno che quella del filosofo ‒ deve cercare di dissipare per giungere alla Alétheia, al disvelamento, al non-nascondimento, nel primo caso attraverso il lavoro analitico, nel secondo mediante lo scavo filosofico condotto sul linguaggio. Se il genio è la facoltà di cogliere connessioni che sfuggono agli intelletti comuni, allora questi non sono autoplagi, ma impronte del genio.

E ancora, Natoli scrive:

Tutti infatti vogliamo ciò che ci siamo anche proposti, però non tutte le cose che vogliamo ce le proponiamo» (Eth. Eud., 1226b, 17-19) […]. La deliberazione calcola anche l’intervallo di tempo che intercorre tra la decisione e la realizzazione, e quindi tutte le opportunità che il tempo concede.

Galimberti, negli Equivoci dell’anima:

Tutti infatti vogliamo ciò che ci siamo proposti, però non tutte le cose che vogliamo ce le proponiamo» (Etica eudemia, 1226b, 17-19). Nello scarto tra volontà e proponimento c’è tutto lo spazio del desiderio che occupa l’intervallo che corre tra il presente e il futuro, tra l’intenzione e la sua realizzazione.

Quello che in Natoli è, secondo l’originario spirito della definizione aristotelica che fa del tempo «misura del divenire secondo il prima e il poi», «intervallo di tempo» entro cui matura una decisione esistenziale, in Galimberti diviene invece, con sfumature heideggeriane e forse anche lacaniane, «spazio del desiderio», «apertura» di una «gettatezza» e di un «progetto» e, del pari, «scarto tra volontà e proponimento», discrimine sottile per cui transita una metamorfosi concettuale prima che esistenziale.

Galimberti, Il corpo:

La maggior violenza è per noi la morte che ci strappa dalla nostra ostinazione di veder durare quel corpo che noi siamo… Sopportiamo a fatica la condizione che ci lega a un’individualità casuale e mortale.

Bataille, L’erotismo:

La maggior violenza per noi è nella morte che, appunto, ci strappa dalla nostra ostinazione di veder durare quell’essere discontinuo che siamo… Sopportiamo a fatica la condizione che ci inchioda a una individualità casuale, a quella individualità mortale che siamo in effetti.

L’essere discontinuo diviene il corpo: la temporalità dell’esser-ci e del divenire si corporalizza, si concretizza, schopenhauerianamente, nella sfera carnale, sensibile, fenomenica. E quell’inchioda, con le sue implicazioni quasi cristologiche e sadiane, si attenua in lega, nel contesto di un argomentare più pacato.

Minimi dettagli, si potrà dire: dettagli che però rivelano come un passo quasi identico, con lievissime ma decisive mutazioni, e inserito in un diverso contesto generale, divenga opera originale.

Si può concludere con Debord:

Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Esso stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta.