Anno di elezioni per la Francia. Il 6 Maggio 2012 il popolo francese voterà il suo Presidente della Repubblica, un evento importante per la Francia, che si ripete dal 2002 ogni 5 anni (sostituendo il settennato previsto da Charles de Gaulle) e che segna il momento più importante della vita democratica instaurata con la Quinta Repubblica. Fin qui nulla di strano, un rito degno di un grande Paese democratico, che probabilmente verrà seguito un po’ dappertutto nel mondo con curiosità e un poco di sufficienza. Si vedono apparire nella stampa italiana le prime notizie, nell’attesa di sapere se Nicolas Sarkozy sarà riconfermato o se, come dicono i sondaggi, per la prima volta dal 1981, sarà il partito socialista francese a predominare, nella figura di François Hollande, il vincitore delle primarie avvenute nel 2011. Tendenzialmente le notizie sono un poco superficiali e riportano qualche dichiarazione e qualche aneddoto divertente. Sappiamo poco o nulla delle proposte dei candidati, dei loro programmi, come probabilmente negli altri Paesi sanno poco di quanto realmente accade in Italia, accontentandosi di ridere ricordando le gaffe di Berlusconi. Purtroppo tra Paesi d’Europa ci si conosce poco e qui sta tutto l’interesse di questa elezione.

L’Europa del 2012 non è la stessa che ha visto l’elezione di Nicolas Sarkozy nel 2007. L’Europa è il continente che sta subendo con maggior forza la crisi che dal 2008 si è aperta negli Stati Uniti con i subprimes e sta pagando a più caro prezzo gli effetti della globalizzazione. Una crisi apparentemente non europea, nata dalla speculazione della finanza privata americana (che ha insegnato al mondo occidentale a consumare prima di avere i mezzi per farlo) e si è trasferita nel vecchio continente, puntando dritto sui debiti pubblici. Un percorso in parte logico, perché il debito privato americano è il corrispettivo di quello pubblico degli stati europei, più inclini a fornire servizi pubblici che negli Stati Uniti (la sanità, le pensioni, la ricerca, l’educazione); un percorso che è stato manovrato da mani sapienti, interessate a scaricare sui più deboli i problemi americani. Nel mondo globale il Paese più debole è l’Europa, un continente che non sembra in grado di organizzarsi per affrontare le sfide globali senza snaturarsi ed impoverirsi. E questo è il nodo della questione: qual é il ruolo dell’Europa in un mondo globale che si è andato formandosi con una rapidità impressionante?

L’Unione Europea è nata come reazione alla forza distruttiva della Seconda Guerra Mondiale e si è radicata nei cosiddetti “Trenta Gloriosi” (dal 1945 al 1975), periodo in cui tutti l’Europa occidentale ha saputo costruire un modello capitalistico e sociale che difendeva la proprietà privata e la libertà d’impresa, salvaguardando la solidarietà sociale e l’equità tra i cittadini. Un modello di cui andare fieri e che ha garantito ricchezza e distribuzione del reddito. Questo modello è entrato in crisi dagli anni ’80, e in maniera più decisa dopo il 1989,  quando il modello sociale americano, vincitore della Guerra Fredda, ha imposto la globalizzazione come dato di fatto, il World Trade Organization come unico arbitro, il mercato come solo mezzo di confronto, le multinazionali come protagonisti incontestati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il pensiero liberalista ha preso il potere assoluto, il profitto regola ogni azione, il lavoro si delocalizza dove costa il meno possibile (indistintamente nell’ Europa dell’Est come in estremo Oriente). In questo contesto il consumo dei Paesi occidentali, non potendo più basarsi sul lavoro, si mantiene grazie al debito.

L’Europa ai tempi della globalizzazione è un continente confuso. Il processo di unificazione europea si è trovato di fronte al mondo globale prima che potesse essere concluso. Gli interessi di ogni singola nazione e di ogni singola multinazionale hanno prevaricato quelli comuni ai cittadini d’Europa. Ogni Paese ha proseguito in solitudine, senza coordinarsi con i vicini, presunte politiche espansionistiche verso i Paesi emergenti, lasciando carta bianca alle proprie aziende. Ancora una volta, il risultato è sotto gli occhi di tutti:  l’Europa del 2012 è divisa, persa in lotte intestine, senza coordinamento economico né politico, con una moneta in balìa degli speculatori e un tasso di disoccupazione galoppante. In questo contesto i diritti civili e sociali, acquisiti con la fatica del lavoro e il sacrificio delle lotte, sono minacciati ogni giorno, la classe media si sta impoverendo a vantaggio di pochi, il saper fare tecnologico e scientifico costruito nel corso dei secoli si sta trasferendo altrove e rischia di essere perso per sempre. Di fatto l’Europa del mondo globale non sa difendere i propri interessi, è debole e rischia di essere schiacciata da un modello esterno e feroce.

Qui entra in gioco la Francia. In questo contesto apocalittico per le sorti degli europei, le elezioni della seconda economia della zona euro rappresentano un’opportunità da non perdere. Per salvaguardare i valori delle socialdemocrazie europee e dello stato sociale, che hanno garantito ricchezza e prosperità nel secondo dopoguerra, bisogna cominciare a fare scelte elettorali coscienti del ruolo europeo che ogni Paese svolge. È necessario allargare l’orizzonte nazionale a quello continentale, sapendo che, per come è andata la storia, il continente europeo, se resta fedele a se stesso, può farsi difensore dei diritti sociali e civili dell’uomo, può riproporre un modello economico più solidale ed equo, senza adeguarsi al pensiero neoliberale che, per sua necessità, spinge i diritti della maggioranza verso il basso e favorisce il maggiore profitto di pochi.

Per queste ragioni è necessario un cambiamento, a partire dalla Francia. Il rigore tedesco, espresso dal governo di Angela Merkel in questi ultimi due anni di crisi, sta mettendo a serio rischio la stabilità e la sussistenza stessa dell’Europa. L’azione tedesca , intenta a difendere gli interessi di una Germania forte attraverso un euro debole, sembra anteporre le esportazioni dei propri prodotti all’interesse del continente nella sua interezza, e questo sopratutto a scapito dei partner storici: i Paesi vicini, con cui condivide millenni di storia e decenni di lotte civili. Di fronte a questa politica priva di fondamenti europei, è necessario allontanarsi dal pensiero neoliberale che domina da ormai due decenni le scelte politiche ed economiche mondiali, per ritrovare lo spirito sociale e aggregativo alla base dell’Unione Europea. Per fare ciò occorre una nuova coscienza europea e una forte volontà di portare a compimento l’unificazione economica e politica del continente.

Per tali ragioni, di fronte alla rigidità e allo sguardo corto della Germania, appare evidente la necessità di un cambiamento, di uno stravolgimento della logica egoistica dei singoli Stati, quando non si tratta dei quello delle multinazionali. Per farlo, le elezioni in Francia assumono un ruolo fondamentale: il presunto liberalismo di Sarkozy, e la sua incapacità di reagire ai diktat della Germania, potrebbero lasciare il posto ad un nuova e più calzante vittoria della socialdemocrazia francese, cui potrebbe seguire quella dell’Italia nel 2013. Immaginare una vittoria delle socialdemocrazie europee nella seconda e nella terza economia della zona euro, in questo contesto economico mondiale, potrebbe potare a compimento il cammino dell’unificazione Europea, attraverso una maggior integrazione economica, politica e sociale all’interno dei 27 stati membri. È forse l’ultima occasione per non vedere trionfare il mondo spietato e iniquo delle multinazionali globali, e per poter far tornare l’Europa un centro di propulsione di diritti e conoscenze.

In questo gioco delle parti, dove gli attori sono gli Stati dell’Europa, il pubblico deve imparare a guardare la commedia europea nella sua interezza, per non perdere il filo della storia, per non perdersi in un mondo in cui l’unico ruolo di un cittadino sembra essere diventato quello di consumatore a credito. Ormai è chiaro che, in un mondo globale appiattito verso il basso, l’Europa non può più permettersi politiche puramente nazionali; le elezioni sono qui per ricordacelo. Il tempo è arrivato: o si fa l’Europa o si muore!