“Vincere”, era l’imperativo categorico che Silvio Berlusconi aveva imposto a se stesso e alla sua coalizione, in un voto che per lui contava “più per l’Italia che per l’Europa”. “Vincere”, nascondendo sotto una montagna di preferenze i vizi privati (le veline, le minorenni, le feste di compleanno o di Capodanno) e i pubblici tabù (la sentenza Mills, i voli di Stato, le critiche della stampa estera). Ebbene, forse il “Conducator” ha vinto, ma di sicuro il Pdl non ha stravinto. E il suo rivale Dario Franceschini ha perso, ma di sicuro il Pd non ha straperso.
Se lo spoglio notturno delle schede confermerà le prime proiezioni, il premier si aggiudica queste elezioni europee, ma senza riuscire nel clamoroso “sfondamento” che aveva sognato. Questa è la vera, grande sorpresa di questo voto. A dispetto del feroce trionfalismo del Cavaliere e del truce benaltrismo dei suoi giornali, forse “la ricreazione non è ancora finita”. Forse sull’immagine del “pagliaccio sciovinista” (come l’ha definito con un eccesso di sprezzo il Times) il caso Noemi ha pesato eccome. Forse sul profilo del suo esecutivo i problemi dettati dall’impoverimento nelle condizioni delle famiglie e dall’imbarbarimento dei rapporti tra alleati (non solo con il leghismo padano di Bossi ma anche con quello siciliano di Lombardo) hanno pesato eccome.
Per tracciare un bilancio definitivo della nuova geografia politica del voto occorrerà aspettare il risultato delle amministrative che si conoscerà solo oggi. Ma qualche riflessione generale è già possibile. Il Cavaliere incassa tutt’al più una stentata conferma del plebiscito ottenuto un anno fa. Ha trasformato anche questo voto europeo in un referendum sulla sua persona. Ha affrontato la campagna elettorale in condizioni difficilissime, tra scandali politici, forzature istituzionali e disastri economici. L'”ordalia” su Berlusconi, nel Paese narcotizzato dalla propaganda e impaurito dalla crisi, sembra non aver funzionato come doveva.
Per capire perché, bisogna partire dal dato delle politiche 2008. Il Pdl partiva dal 37,4% del 13 aprile. In un anno e mezzo, con una recessione devastante e un riformismo inconcludente, il “partito del Presidente” è accreditato dalle prime proiezioni Rai di un 35%: 2,4 punti in meno delle politiche. Allo stato attuale, resta lontano anni luce dal pirotecnico 45% cui il presidente del Consiglio aveva più volte aspirato. Insieme alla Lega, non arriva affatto allo storico Rubicone di ogni contesa elettorale repubblicana: il 50% dei voti. Il centrodestra, in altre parole, mantiene più o meno le sue posizioni. Anzi, perde perfino qualcosa: Pdl e Lega, insieme, facevano il 45,7% alle politiche, mentre ora si fermerebbero al 44,6%. La distanza tra Pdl e Pd, che alle politiche era di 4,2 punti, si allarga, ma non diventa abissale come i leader della maggioranza auspicavano. Non solo. Se i dati definitivi fossero quelli delle prime proiezioni, persino il derby interno al centrodestra finirebbe male per il premier. Il Carroccio è in crescita, dall’8,3 delle politiche al 9,6% delle europee. Avanza in tutto il Nord. A sua volta, come il Popolo delle Libertà nel resto d’Italia, forse non sfonda tempestosamente gli argini del Po. Ma il Senatur guadagna quanto gli basta, soprattutto in Veneto e forse anche in Lombardia, per battere cassa in una delle prossime cene di Arcore, e per rilanciare la “Questione Settentrionale” a un Pdl che si caratterizza sempre di più come partito meridionale.
Il centrosinistra registra una prevedibile sconfitta, ma evita la temuta disfatta. Il Pd partiva dal 33,2% delle politiche, e arretra al 26,8% secondo le prime proiezioni. È uno smottamento grave, oggettivo. Ma non è una Caporetto, se si pensa che i sondaggi dell’autunno, quando Veltroni gettò la spugna, davano i democratici al 22%. Franceschini non può esultare. Ma può non disperare. Il congresso di ottobre, in queste condizioni, non è ancora un allegro battesimo, ma non è più una cerimonia funebre. Qualcosa si può ancora costruire, tra i calcinacci e non tra le macerie. Se a questo risultato si aggiunge il bottino accumulato da Di Pietro, che veleggia al 7,9% rispetto al 4,4 delle politiche, si ha la sensazione che l’opposizione sia ancora in campo. Pd e Idv, che nel 2008 avevano cumulato un 37,6%, oggi si attesterebbero al 35,6%. Anche in questo caso, 2 punti in meno rispetto alle politiche.
Il calo dell’affluenza alle urne è vistoso: almeno 6 punti in più rispetto alle ultime europee. Se i dati della notte saranno confermati, è chiaro che la “sindrome dell’abbandono” ha colpito non solo gli elettori dell’opposizione (come temevano i leader del Pd) ma anche gli elettori della maggioranza (evidentemente disgustati dal Casoria-gate, che qualche effetto deve pure averlo avuto in queste scelte di non voto). La radicalizzazione dello scontro elettorale, stavolta, ha penalizzato il centrodestra in misura più che proporzionale rispetto al centrosinistra. Certo, si è tradotta anche in un’ulteriore polarizzazione del voto. Ancora una volta, dal panorama politico spariscono le ali estreme: nessuno, né a destra né a sinistra, raggiunge il quorum. E ci sarebbe da ragionare a lungo, in questo caso, sul “voto utile” e sulla pulsione minoritaria dei “duri e puri” che, per non rinunciare alla testimonianza, rinunciano alla maggioranza.
Ancora una volta l’elettorato non premia le ambizioni “terzaforziste” di Casini: l’Udc, secondo le proiezioni, guadagnerebbe appena lo 0,8% sulle politiche. Poco, per chi spera di ricostruire un centro che condizioni il gioco politico con la strategia andreottiana dei due forni.
Se questo fosse davvero il panorama politico che esce dalle urne, i contraccolpi per il governo, anche se non devastanti, si faranno sentire. Le riforme, buone o cattive, si allontaneranno definitivamente. La competizione interna all’alleanza crescerà, insieme alla fibrillazione politica e all’inazione pratica. L’Italia si conferma spaccata a metà. Si ripropone la frattura tra un Nord-Sud in mano al centrodestra e un Centro in mano al centrosinistra. Ma la profezia di Tremonti si avvera solo in parte: è vero che “questo resta un Paese fondamentalmente di centrodestra”, ma è anche vero che il centrosinistra non è ancora condannato a diventare solo “una Lega dell’Appennino”. Il Muro di Arcore resta in piedi. Ma le crepe non mancano. Un’altra Italia, forse, è ancora possibile.

[fonte: Repubblica.it – Massimo Giannini]