Questa volta il direttore di Medea mi ha tirato un brutto scherzo. Ma brutto, brutto. Come se nulla fosse, infatti, mi ha detto: «Scrivi un pezzo sugli editori. Bravi, meno bravi e cialtroni»

Ed eccomi qua, quindi, con questa bella gatta da pelare. Già, perché parlare di editoria significa, ovviamente, parlare anche di editori. Ma parlare di editori significa addentrarsi in un mondo oscuro, denso di misteri e di figuri più o meno loschi.
Proviamo quindi a fare un po’ di luce.
Tanto per cominciare, se proprio vogliamo (dobbiamo) parlare di editori, cominciamo col dire che si dividono in due grosse tipologie: quelli a pagamento e quelli gratuiti. Sembra una differenza da poco ma, credetemi, non lo è. Da anni, infatti, in Italia si combatte una guerra silenziosa (e a volte nemmeno tanto silenziosa) tra chi chiede all’autore un contributo per pubblicare e chi, invece, ritiene che una casa editrice dovrebbe credere nel testo che decide di pubblicare e quindi non chiede alcun genere di sostegno economico. Una battaglia, questa, che ovviamente finisce per coinvolgere gli autori stessi.
Gli editori a pagamento sostengono che, in un mercato inflazionato come quello italiano (e almeno su questo non hanno tutti i torti, considerando che quasi ognuno di noi ha un manoscritto nel cassetto) il contributo serva a motivare l’autore, a mostrarne la volontà di credere nel proprio libro e, non ultimo, aiutare la casa editrice a sostenere le spese di pubblicazione. L’editore a pagamento, inoltre, fa leva su alcuni esempi storici del passato, di grandissimi scrittori che hanno pubblicato le loro prime opere contribuendo economicamente. Per come la vedo io, messe sul piatto della bilancia tutte queste considerazioni, il discorso continua a non reggere molto. Ma rimane un giudizio personale.
D’altro canto, infatti, è pur vero che nessuno obbliga la casa editrice a pubblicare e se davvero si crede nei testi sui quali si decide di puntare, allora non c’è motivo di chiedere alcun genere di contributo. Un editore col quale pubblicai anni fa (e che oggi purtroppo ha chiuso), mi espose un giorno il suo punto di vista: «Lo scrittore deve pensare a scrivere, l’editore a pubblicare». Ecco, se lo chiedessero a me, direi che questa frase riassume bene il concetto di come dovrebbe essere l’editoria.
Fatte dunque queste premesse ed esposto a grandi linee il mondo editoriale italiano, traete le vostre conclusioni su chi abbia ragione in questa diatriba. Io la mia l’ho già detta.

Pagare o non pagare?

Chiusa questa parte del discorso, proviamo ad andare un po’ più a fondo alla questione e proviamo a porci l’amletico dubbio: pagare o non pagare? A mio avviso la risposta si può dare dopo aver valutato alcuni aspetti. Compito dell’editore, infatti, è non soltanto realizzare il libro, ma anche supportare (e in alcuni casi sopportare) l’autore in tutto ciò che riguarda il suo testo. Ecco allora che, prima di firmare qualsivoglia contratto con qualsivoglia casa editrice (e al netto del discorso “pagare-non pagare”), secondo me il novello autore dovrebbe avere ben chiaro in mente che cosa si cerca come autori e che cosa è pronto a offrire l’editore.
Perché pubblicare un libro, ormai – e i self ce lo insegnano bene – non è più roba che possono fare solo pochi esperti del settore. L’editore, a mio avviso, deve offrire qualcosa di più, deve, come si suol dire, calare l’asso. Ha perciò il compito di promuovere il testo, di organizzare eventi e presentazioni, di preoccuparsi che il libro sia distribuito nel modo migliore possibile e nel maggior numero di canali; insomma, di fare l’editore. Se invece si limita a realizzare il libro e poi si affida alla speranza che (per qualche motivo inspiegabile) il testo venda migliaia di copie, allora forse non è l’editore giusto e forse sarebbe meglio chiamarlo semplicemente stampatore. Sia che non chieda contributo, sia (a maggior ragione) che lo chieda.
Date tutte queste premesse (lunghe, lo so), come vedete parlare di case editrici è difficile ed è una patata bollente difficile da gestire (nessuno apprezza che venga criticato il proprio lavoro, men che meno gli editori, notoriamente dotati di un pessimo carattere).

Le dichiarazioni pompose

Per quello che posso dire, nella mia “carriera” di autore ne ho incontrati di tutti i tipi. Da quello che mi chiedeva cinquemila euro per pubblicare il mio libro, a quello che mi chiedeva l’acquisto di un “minimo” cinquecento copie; da quello che aveva trovato nel mio testo «…un linguaggio che ricorda un giovane Pavese…» (eh, magari!) a quello che: «Il tuo libro venderà almeno tremila copie, è un capolavoro!».
Diffidate di certe dichiarazioni pompose. Un bravo editore (e non un cialtrone che cerca solo di accaparrare soldi) ha sempre il polso del mercato, non favoleggia mai chissà quali vendite e non fa paragoni azzardati. Un bravo editore vi tiene con i piedi ben piantati per terra e vi chiede sì, un impegno, ma mai economico. Un bravo editore vi chiede tempo e voglia di fare. Perché su una cosa le case editrici hanno ragione: l’autore deve essere il primo a credere nel suo libro. Se vuole pubblicarlo, se vuole farlo conoscere, se vuole entrare nel cuore dei lettori, allora sarà lui per primo che metterà il suo tempo e le sue energie a disposizione di un editore illuminato col quale provare a realizzare un sogno comune.
Nel mondo editoriale italiano, fatto di poche major e di centinaia di piccole case editrici, però questa situazione risulta, se possibile, ancora più complessa. Esistono infatti editori cosiddetti a “doppio binario”, cioè quelli che a volte chiedono contributo, a volte no. Poi ci sono quelli che non chiedono soldi, però pretendono che l’autore compri un certo numero di copie del suo libro. E ci sono anche quelli che chiedono quantomeno che l’acquisto di copie non riguardi il libro dell’autore, ma altri titoli della casa editrice.
Il panorama, insomma, è ricco e variegato. E bisogna stare attenti a come ci si muove per non rischiare di pestare qualche… ricordino. Però i bravi editori esistono. E io ho la fortuna di conoscerne tanti. Sono bravi non solo perché non chiedono contributo, ma anche e soprattutto perché fanno quelle cose che dovrebbe fare una casa editrice seria e competente: dalla promozione all’appoggio dell’autore. Ci sono, e vanno un po’ scovate come gemme rare tra tanti zirconi (che è un modo carino per chiamare quegli editori che considerano l’editoria un modo come un altro per fare soldi, alle spalle degli autori e dei loro sogni, sfruttandone l’avventatezza e anche l’ingenuità).
A tutti coloro che hanno ricevuto o riceveranno una proposta di pubblicazione che non li convince del tutto, io dico solo: in Italia esistono migliaia di case editrici. Continuate a provare e a cercare, prima o poi uscirà quella giusta. E se non dovesse uscire, ricordate sempre che esiste il self-publishing.
Se proprio dovete pagare qualcuno per pubblicare, pagate voi stessi.