Nell’ingente collezione Peggy Guggenheim di Venezia, composta da pezzi di straordinaria importanza, c’è spazio anche per una ricca sezione di capolavori futuristi. In occasione delle celebrazioni del centenario del movimento d’avanguardia autoctono, le rispettive opere di proprietà del museo sono state accorpate insieme ad altre provenienti da collezioni private in una piccola mostra “dedicata” all’interno del percorso espositivo, nella quale è possibile visionare lavori fondamentali appartenenti alla prima fase creativa (1910-16) del gruppo capitanato da Marinetti.

Un corridoio iniziale funge da anticamera e da inquadramento storico-artistico: trovano posto qui opere di Kupka, Delaunay, Duchamp (cfr M. Duchamp, Giovane uomo triste in un treno, 1911-12) e Metzinger (cfr J. Metzinger, Au vélodrome, 1912 c.a), che testimoniano la presenza di caratteri stilistici simili e di tematiche affini nelle correnti artistiche europee di inizio secolo.
Si passa poi al nocciolo vero e proprio della questione: nel lungo corridoio successivo, formato da una sequenza di stanzette comunicanti, si analizzano i rapporti di similitudine (e differenza) fra i protagonisti indiscussi del panorama italiano. Ecco quindi le sperimentazioni funamboliche di Ardengo Soffici, con i suoi grandi caratteri dattiloscritti “rubati” alla carta stampata. Ecco Carlo Carrà, voce italiana del cubismo internazionale – e francese, soprattutto –, con la sua personale interpretazione de La galleria di Milano (1912) in cui tutto è caleidoscopicamente ridotto a un insieme di sfaccettature  concatenate, come un coacervo di apparenze sfuggenti. È presente anche Gino Severini con il suo Mare=Ballerina (1914), in cui le pennellate increspate a “squama di pesce” rappresentano un riflesso neo-impresionista proveniente da oltralpe. Luigi Russolo, dal canto suo, ricompone sulla tela una relazione ritmica fra soggetto e luce atmosferica attraverso piani di colore giustapposti: il dipinto Solidità nella nebbia (1912) ne è un esempio particolarmente probante, impostato com’è sui toni scalari del blu in progressiva digradazione tonale.

E infine si giunge alle pareti dedicate ad Umberto Boccioni, il cui estro ha forse incarnato l’anima più intima della filosofia futurista, a partire da quella vena divisionista mai del tutto accantonata. Se lo Studio per la città che sale (1910) funge da palliativo, consentendoci di non soffrire troppo la lontananza della più nota versione definitiva newyorkese, in Materia (1912) il pittore trasfigura la madre, che incarna così il principio primo, l’archè, da cui ha origine non soltanto l’esperimento futurista ma l’arte nella sua interezza. Poco o niente, anche nella successiva parentesi concettuale – che peraltro non sembra essersi  esaurita – sfugge da quel principio della sustanzialità prefigurato così convintamente da Boccioni.
I futuristi l’avevano già capito: dall’immanenza non si sfugge e solo essa garantisce, in arte, l’autentica immortalità.

Luca Morosi – 2009 (distribuito con Creative Commons)

Informazioni sulla mostra:

Capolavori futuristi alla collezione Peggy Guggenheim
Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
18 febbraio – 31 dicembre 2009