Fin dalle prime righe di Eloì eloì (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar) resti colpito dalla saggezza e dalla maturità dell’autore. Alen Custovic, con sguardo limpido e polso fermo, racconta la storia di Emir, un musulmano bosniaco che, approdato in Italia dopo essere stato uno spietato combattente della guerra interetnica, diventa il badante di Armando, un ex sacerdote condannato da un incidente stradale alla sedia a rotelle. Il racconto si svolge su due piani: il rapporto tra i due protagonisti s’intreccia con i ricordi della precedente vita di Emir, il tempo felice in cui la guerra non solo era lontana ma inimmaginabile. Quando il modello dei rapporti tra religioni ed etnie era rappresentato da quello tra suo padre, il musulmano Senad, e il vicino di casa, il cristiano Petar, capaci addirittura di scherzare con affetto delle rispettive fedi in nome di un’amicizia profonda nata durante la guerra partigiana.

Pagina dopo pagina, la penna severa di Custovic svela la ragione fondamentale del dolore di Emir, che poi sarà anche il cemento del suo legame con Armando: la consapevolezza di aver assistito impotente al crescere dell’odio. Averne scorto i germi senza aver avuto la capacità di immaginare l’epidemia che essi avrebbero scatenato. A partire da vicende banali della vita quotidiana, come la discussione tra un musulmano e un serbo alla fine di una partita a carte. Prima una battuta sciocca, poi il riversarsi reciproco di luoghi comuni xenofobi, quindi l’ironia che volge nel sarcasmo e il campanilismo nel razzismo. I ricordi di Emir ricompongono la memoria e nel contempo individuano i danni irreparabili prodotti dalla sua perdita.

Scrive Custovic mettendosi nella prospettiva del padre di Emir e del suo amico Petar, i due ormai vecchi partigiani: “Per i loro figli (…) tutto ciò che aveva fatto rabbrividire ed esultare i loro genitori diventava un’allegoria sbiadita, un universo marginale, atrofizzato di significati (…) A una generazione di eroi così ne subentrava una di arrivisti, a un’epoca di sacrifici un’altra di enormi privilegi”.

Si resta sorpresi nell’individuare le analogie del clima descritto dal bosniaco Custovic con quello che noi tutti respiriamo. Ma la sorpresa maggiore di Eloì eloì (sono, in aramaico, le ultime parole pronunciate da Cristo sulla croce: “Eloì, eloì, lemà sabactàni”, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) è in poche righe del risvolto di copertina. Dicono che questo scrittore è nato nel 1981 (a Mostar) e dunque ha ventisette anni. E’ giunto in Italia nel 1993, quando di anni ne aveva dodici. Ha imparato a scrivere nella nostra lingua, a scrivere così, negli stessi anni in cui, assieme a tutto l’Occidente, ci inebriavamo attorno alla “fine della storia”, al “secolo breve” e agli abbagli del postmoderno.

Ed è forse questa la ragione delle tante analogie. Il bambino Custovic, mentre pativa le conseguenze della smemoratezza, ne respirava una nuova, la nostra, con la precisa coscienza di una possibilità che ancora facciamo fatica ad ammettere: è possibile peggiorare.

La storia, insomma, continua. Non è affatto finita. Ogni evento quotidiano ne è un frammento. Un litigio interetnico per un partita a carte in un bar di Mostar, la schedatura di un bambino rom in una scuola di Milano.

[fonte: Repubblica.it]