Di fronte alle frequenti costanti richieste di salvaguardia dell’identità italiana, sbandierata ai quattro venti come si parlasse di calcio al bar,  medeaonline inizia un percorso di chiarimento intellettuale e morale (innanzitutto rivolto alla comunità italiana) sul cosa significhi “identità italiana“.

L’identità italiana risiede innanzitutto nella salvaguardia e nella promozione della sua immensa, millenaria, cultura, nel suo spirito di tradizione (quello cioè che ci è stato lasciato) e rinnovamento (la capacità di creare dal nuovo). “Essere italiano” significa dover difendere i valori dell’umanesimo che la cultura classica e quella cristiana ci hanno lasciato, significa avere la consapevolezza di possedere una storia comune e condivisa con tutti gli abitanti della penisola che affonda le sue radici elmeno nel 753 avanti Cristo e che si è consolidata con il Rinascimento fino ai giorni nostri. Significa avere la coscienza di essere stati per secoli uno dei punti di riferimento della cultura occidentale, continuando ad avere l’ambizione di mantenere questo primato. Significa difendere e promuovere una lingua antichissima, di origini nobili, nata presto rispetto alle sue consorelle lingue moderne, nata grande (Dante, italiani, Dante!), diffusasi immediatamente come mezzo di cultura internazionale, volano di valori grandi e nobili, di bellezza e moralità.

Significa richiedere alla propria responsabilità civile, e a quella delle persone mandate a dirigerci, una rivoluzione culturale, una svolta mentale: fare della cultura, della tradizione e del rinnovamento, il punto di applicazione della politica sociale e produttiva del futuro. E’ un’esigenza necessaria, insita nelle ragioni più profonde della creatività italiana.

Senza la coscienza di quello che siamo stati, la deriva verso l’abbruttimento, cui assistiamo spesso negli ultimi tempi, è inevitabile. Senza l’ambizione di essere un punto di riferimento culturale per il mondo occidentale (ed oggi globale), l’Italia diventerà, ogni giorno di più, provincia di un mondo contemporaneo consumistico, modaiolo, volgare, appiattito verso il basso. Senza la difesa e la promozione della cultura, il nostro paese non ha più ragione d’essere al di fuori del sopravvivere quotidiano senza infamia né lode.

Difendere la cultura italiana significa difendere ciò che è immateriale: la lingua, le idee, il gusto, lo stile; significa difendere quello che è materiale: i musei, il teatro, il cinema, la musica, il paesaggio (eh, già… anche il paesaggio!).
Purtroppo è l’esatto contrario di quello che si fa. Lo dimostrano gli scioperi degli addetti al mondo del teatro, dell’opera, del cinema,  i tagli continui al fondo unico per lo spettacolo, i musei spesso lasciati al solo impegno di bravissimi (ma con pochi mezzi) dirigenti, il pochissimo spazio dedicato nei mass media alla cultura, i tagli costanti alla scuola, gli scempi urbanistici senza alcuna coordinazione territoriale e nazionale. La lista potrebbe continuare, ma a che pro?

Basterebbe pensare che con un piano ben fatto, ben studiato, graduale e guidato dal buon senso, affidando i ministeri, i sottosegretariati e compagnia bella, a gente competente che da sempre si occupa di cultura (direi “tecnici della cultura”), ci sarebbe da ricavarne posti di lavoro e opportunità d’investimento. Oltre che tanta, tanta bellezza.