Alla base del movimento no-global c’è un insieme di gruppi, organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico ed accomunati soprattutto dalla critica al sistema economico neoliberista ed alle sue presunte derive imperialiste ed autoritarie. Anche se è tuttora difficile trovare una denominazione comunemente riconosciuta da tutte le varie anime del movimento, attualmente si usano termini come new global (che ha una connotazione meno radicale) o movimento dei movimenti. In passato è stato più usato il termine “popolo di Seattle” (con riferimento alle contestazioni ivi avvenute nel 1999 durante una Conferenza dei Ministri in ambito Wto). Dire “no-global” significa inevitabilmente porre l’accento su un presunto rifiuto tout-court della globalizzazione, ma così facendo si rischia di mettere in secondo piano uno degli obbiettivi dichiarati del movimento: l’individuazione di una “globalizzazione alternativa” a quella proposta da organismi come il Wto. Questa mancanza di un nome comune, di un simbolo o di una identità ben riconoscibili nega e contraddice i principi e le leggi del marketing moderno. Questo non è certo un problema da poco dato che l’opinione pubblica è, ormai da tempo, assuefatta a certi meccanismi della comunicazione di massa. Il risultato è uno scenario ancora molto confuso fatto di incontri scontro che si ripropongono ciclicamente. Da una parte un movimento di protesta coerente nella propria assoluta incoerenza, dall’altra la perplessità di quanti – e si tratta della maggioranza degli individui – si limitano ad assistere perché non comprendono o piuttosto hanno paura di comprendere troppo.

Aumenta la posta in gioco
La fine della guerra fredda, la crisi dello stato sociale, la crisi dei partiti politici di massa, la caduta delle barriere economiche tra gli stati, la delocalizzazione dei comparti produttivi delle imprese, lo sfruttamento della manodopera nel terzo mondo, il rafforzamento dei monopoli e del potere delle multinazionali, la progressiva perdita di controllo politico da parte dei cittadini sul mondo economico finanziario. In una sola parola: il mondo che cambia pelle. Un evento che si è ripetuto molte volte nella storia dell’uomo, ma questa volta la trasformazione avviene su una scala molto più vasta e coinvolgerà tutti gli abitanti del pianeta. In molti, agli albori della storia del movimento, avevano messo in evidenza l’esistenza di forme striscianti di autoritarismo e militarismo nelle società occidentali: la cosa divenne sempre più lampante con il succedersi delle sanzioni del Wto e dei governi membri del G8. Il movimento no global non ha confini netti, anche se fa riferimento a gruppi e movimenti estranei al mondo politico tradizionale; esso contiene moltissime istanze della società civile, che spesso si esprimono politicamente ed operano in ambiti limitati e con caratteristiche peculiari. Vuole di fatto essere un momento di rinascita della società civile, promuove la democrazia diretta e partecipativa, promuove il consumo critico e lo sviluppo sostenibile, generalmente si dichiara pacifista, ambientalista, antiproibizionista e in larga maggioranza non violento. L’incontro annuale dei membri del movimento di tutto il mondo avviene al World Social Forum. Coerentemente con la propria collocazione al di fuori delle logiche partitiche, le tecniche di azione politica del movimento sono di tipo diverso dalla tradizionale raccolta di consenso finalizzata alla vittoria nel confronto elettorale e si allontanano anche nettamente dalle dottrine che vedevano nella rivoluzione armata il momento centrale dell’azione politica, cui la lotta di classe avrebbe dovuto necessariamente convergere. Gli strumenti di lotta politica del movimento consistono infatti principalmente nel boicottaggio e nell’azione diretta.

Le radici del movimento noglobal
Il movimento anti-globalizzazione ha tratto ispirazione da lavori di scrittori ed intellettuali di tutto il mondo. Ad esempio il libro No logo (2000) della giornalista canadese Naomi Klein è considerato da alcuni il manifesto del movimento. Autorevoli sono considerati dal movimento i libri e gli interventi della intellettuale indiana Vandana Shiva, che si batte per l’autodeterminazione dei popoli indigeni e per il rispetto dell’ecologia, minacciate dagli interessi delle grandi industrie. In Francia il giornale Le Monde Diplomatique è noto per le sue posizioni anti globalizzazione e per aver favorito la nascita e la notorietà dell’associazione ATTAC (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie). Anche l’intellettuale e linguista americano Noam Chomsky è noto per le sue posizioni anti globalizzazione, così come il romanziere e saggista uruguaiano Eduardo Galeano. Molti studiosi ed economisti critici nei confronti del neoliberismo, sebbene non si riconoscano nel movimento, lo hanno ispirato in parte. Fra questi citiamo ad esempio gli economisti statunitensi James Tobin (la cui proposta di tassa sulle transazioni finanziarie, Tobin tax, ha ispirato il movimento Attac) e Joseph E. Stiglitz. Per quanto riguarda le problematiche connesse al copyright il movimento in gran parte condivide la visione di Richard Stallman, principale sostenitore del software libero e del contenuto libero come pratiche di condivisione dotate di significato etico e politico.

Il lato oscuro del movimento
Una delle critiche mosse più di frequente a questa esperienza politica è quella della mancanza di propositività, dovuta alla presunta impossibilità di coordinare le forze politiche che lo costituiscono per poter realizzare un progetto politico a lungo termine. Il movimento è spesso accusato di non possedere realismo politico e di essere ideologicamente una collezione di spinte utopiche talvolta incompatibili tra loro. Critiche di genere diverso provengono da parte di coloro che ritengono che l’esperienza no global, in particolare quella che trova la propria espressione nel World Social Forum, rischi di essere pilotata e strumentalizzata dai nuovi governi socialdemocratici radicali dell’America latina, quello brasiliano e quello venezuelano. I critici più aspri equiparano invece il movimento ad una organizzazione eversiva, persino terroristica, di estrema sinistra, sebbene tra gli scontenti del nuovo ordine economico globale si annoverino anche militanti di destra; ne considerano preminente la spinta violenta, anche in forza di fatti di violenza seguiti a scontri con la polizia avvenuti in occasione delle maggiori manifestazioni, dalla prima grande contestazione di Seattle del 1999 ai più recenti fatti del G8 di Genova del 2001.

Vai agli altri articoli dello Speciale ‘68