Il Cardinale Roberto Bellarmino (figura certo non priva di sfumature, chiaroscuri e risvolti ancóra da indagare, ma pur sempre il Grande Inquisitore, il «martello degli eretici»), nel De scriptoribus ecclesiasticis, rifiutava scandalizzato l’attribuzione (oggi ritenuta valida per ragioni sia linguistico-filologiche che storiche) a San Gregorio Nazianzeno del Christòs Pàschon, La Passione di Cristo, tragedia greca dei primi secoli del cristianesimo, esempio paradigmatico, e ancora largamente misconosciuto, di tragedia cristiana, oltre che archetipo di una solenne e struggente tradizione iconografica, quella del Cristo sofferente.

In particolare, ad urtare la severa coscienza morale di Bellarmino (anch’egli poi santificato) era l’eiulatus Matris Christi, il lamento, dolente, dilaniato, umanissimo, della mater dolorosa, umanamente e profondamente donna e madre, oltre, e forse prima ancora, che strumento di un superiore disegno (eppure, proprio quel lamento acuto e inconsolabile, quella voce lacerata, strappata, come incisa e ferita dal diamante indefettibile della sacralità e del destino, avrebbe direttamente o indirettamente ispirato pagine altissime, dai contàci di Romano il Mélode allo Stabat Mater fino alle laude drammatiche e alle sacre rappresentazioni del Medioevo).

L’autore del Christus Patiens riecheggia e riplasma, in chiave cristiana, più che ricalcarli passivamente (onde è certo riduttivo considerare la tragedia come un semplice “centone”), stilemi, espressioni e concetti chiave della tragedia greca. Accade allora che Cristo, vittima innocente di un potere malvagio e dispotico e di un vile tradimento, ricordi Filottete, Ippolito, Prometeo, puniti proprio per la loro lealtà, la loro castità, o il loro troppo amore dell’uomo, come nel caso di Prometeo (inchiodato alla rupe come Cristo alla croce, figura divina proprio in quanto demònica, sospesa e divisa fra umanità e divinità, fra terra e cielo, pragmaticità delle téchnai e universalità del messaggio etico).

E Maria viene così, sorprendentemente, accostata, attraverso i richiami intertestuali, gli echi, le citazioni, i fili sottili che tramano relazioni e corrispondenze archetipiche, assolute, sovrastoriche, anche a Medea, oltre che a Fedra e ad Ecuba. Queste proiezioni del Femminino sono segnate da quello che Leopardi chiamerà il «dolore antico», Saba il «dolore eterno» che «ha una voce e non varia». Un dolore cieco, smisurato, innominabile, quasi indicibile, solo sfiorato da una voce, da una parola che tendono ad annullarsi, a dissolversi in mero gemito, in fremito indistinto, in grido, in pianto, in silenzio.

Allora la follia incestuosa, la brama cieca di vendetta, lo smarrimento e il lamento impotente di fronte alla sventura, al sopruso, alla «feroce forza» dirà Manzoni, possono, di là da ogni apparente plausibilità, addirittura confondersi e contaminarsi con il dolore più assoluto e puro, la passione più inesplicabile, sovrarazionale ed incorporea, cioè il pàthos di una madre vergine che piange colui che è suo figlio, e insieme ‒ nella persona del Padre celeste ‒ Padre e Sposo. Un dolore che racchiude, amplifica e sublima ogni dolore possibile; una figura femminile che abbraccia, e trascende in chiave simbolica, mistica, anagogica direbbe Dante, ogni possibile femminilità.

Non è questo il luogo per lunghe analisi filologiche. Eppure, nel Christus Patiens l’eros ernous, la «brama del ramo», l’impulso a cogliere il frutto proibito, il pomo dell’albero della Scientia Boni et Mali, insomma la hybris, la hamartìa originarie e letali di un’umanità che vuole, quasi faustianamente, fondare da sé, laicamente, mondanamente, una verità e un’etica, si sovrappongono al malefico éros Iàsonos, all’amore per Giasone che ha «piagato nell’anima» l’incolpevole Medea, stregata ‒ lei maga e profetessa ‒ da Afrodite. In entrambi i casi, una colpa originaria, forse fatale, inevitabile, predeterminata, parte integrante della storia, o della possibilità o della speranza, di ogni salvezza, di ogni redenzione verosimili o sognate, nel tempo umano o in un altro, ulteriore, e più alto.

Per Maria, come per Medea e per Ecuba, dalle lacrime sgorgano altre lacrime, il dolore cade in nuovo dolore; la catena della sciagure segue e replica quella della vita, e insieme ne logora, lungamente, lentamente, di generazione in generazione, ogni anello e ogni nesso.

Giuda tradì Cristo nella stessa misura in cui Giasone tradisce Medea: tanto Cristo quanto Medea, il Maestro e la Profetessa, il Mistagògo e la Maga, avevano rivelato la verità, la luce della salvezza, il phòs soterìas, e altro non ne avevano ottenuto, in cambio, che il tradimento, l’abbandono, la sciagura. Ma Maria, quando chiede di poter sfiorare un’ultima volta il corpo del figlio morto, è lei stessa Giasone, stravolto e devastato, lui così freddo, quasi inumano, dalla strage degli innocenti.

Come Medea, la Maria del Christus Patiens arriva a desiderare la morte, a sentirsi anzi già morta, senza più il desiderio di alzare lo sguardo per vedere la luce (tratto, questo, pennellata psicologica direi, anche virgiliani, comuni a Didone illusa e tradita, e devota, come Medea, ad Ecate, divinità ambivalente, «invocata ad alte grida nei notturni trivi» ‒ «chiamata in alte grida» come, in Dante, Maria stessa nei tormenti fecondi del parto ‒, sorta di manifestazione notturna, stregonesca, ferale, della Grande Madre venerata negli originari culti afro-mediterranei).

Anche se Medea uccide i figli, mentre Maria subisce invece la morte del figlio accogliendola con la stessa disarmata incredulità (singolare e spiazzante dualismo) di Giasone alla notizia dell’eccidio, il loro dolore ha qualcosa di comune: una radice metafisica, assoluta, il radicamento in un superiore ordine provvidenziale. Indirettamente, Maria/Medea, Madre/Morte, destinano il Figlio alla Morte nel momento stesso in cui mettono al mondo una creatura che l’ordine fatale consegna al dolore e al sacrificio, alla serie insensatamente protratta dei pathémata, marcandolo con quell’essere-per-la-morte che è del resto consustanziale alla vita, indipendentemente da chi o da cosa, da quale forza terrena o divina traduca in atto questa possibilità sostanziale e inaggirabile.

L’ambiguità del poetico, e a maggior ragione quella, dialetticamente segnata e connotata, del Tragico, attenuano e sfumano, se non annullano, le opposizioni, le antinomie, le polarità, fino alle soglie della coincidentia oppositorum. La verginità perpetua e la passione incestuosa, l’amore e l’odio, la vita eterna e l’eterna morte, finiscono per sovrapporsi e dissolversi contro la luce abbacinante del vero e dell’eterno, che pure dietro quei sentimenti e quei valori o quelle illusioni universali  trapela, e li fa nebulosamente risaltare, come in un ologramma evanescente.

Tutto ciò avviene precisamente all’interno di una logica e di una dialettica teatrali, drammaturgiche. Nella tarda antichità, fra neoplatonismo e cristianesimo, da Plotino a Clemente Alessandrino, la metafora del teatro del mondo, destinata a lunga fortuna, acquisisce le sue precise, e già moderne, sfumature.

Molte, a volte insospettabili, sono le maschere del Divino. Le stesse persone della Trinità sono, letteralmente, pròsopa, maschere, attraverso cui risuonano, moltiplicati e amplificati, l’unica Voce, il solo Verbo ‒ quel lògos spermatikòs, quella parola-seme, dispersa e feconda, che si è effusa, a volte, anche nei miti classici e sulle scene della tragedia.

Cristo stesso, nella parabola evangelica, può nascondersi dietro il malato, il carcerato, il mendicante. Il Male può celarsi dietro il Bene, e viceversa, la gloria dietro la sconfitta, il rigetto, la gettatezza. Il sacrificio di Isacco, con il suo perpetuo impenetrabile mistero, mostra questa tragica ambiguità in tutta la sua evidenza bruciante e irresolubile.

Ecate, Grande Madre, si è detto. Ecate è imparentata con l’egiziana Neit, la cartaginese Tanit, con Atana/Atena, Ariadne, Astarte: tutte manifestazioni del culto della Potnia, della Grande Madre, traccia, forse, di un matriarcato originario (nel Christus Patiens, il principio maschile è sublime nella sua manifestazione divina in Cristo, infimo invece nel tradimento di Giuda e nell’indifferenza di Pilato, dal linguaggio dìmythos, duplice, ambiguo, dissimulatorio, com’è sempre il discorso del potere ‒ e altrettanto spregevole è, in Medea, il cinismo di Giasone).

Medea è, etimologicamente, Metis, pensiero, profezia, preveggenza, ponderazione, sapienza arcana, ordine orginario, cosmico, quasi preorganico e pretemporale: Misura, Métron, e insieme Maat e Mut, Madre e Morte, limite entro cui la vita dello spirito si sdipana, si svolge, fluisce ‒ e confine ultimo che ne tronca il corso e il divenire.

Medea viene dalla Colchide, confine estremo del mondo, limite estremo, insieme all’Egitto e all’Etiopia, di ogni possibile navigazione, e dunque di ogni possibile conoscenza. E sappiamo da Erodoto e da Pindaro che la Colchide era stata colonizzata da stirpi di colore, come gli Egizi e gli Etiopi della cui remota migrazione è memoria nelle Supplici di Eschilo; un flusso di popoli, quello verso la Colchide (altera Aethiopia, la chiamerò Girolamo, che l’aveva visitata), che è forse prosecuzione, rinnovamento, o proiezione mitica, della primeva origine africana che accomuna, in definitiva, tutte le civiltà.

Con tutta probabilità, la maga, la profetessa, la sciamana venuta dalla Colchide ha la pelle scura. E oscura è la sua sapienza, oscuri i suoi detti. Si dice figlia della Terra e del Sole, di Helios e Gaia (di Ra/El, la divinità solare afro-asiatica che reca nella semivocalica levità del suo nome la leggerezza della luce e dell’etere, e di Geb, la più consistente e corposa radice afrosemitica della Terra).

Divisa fra terra e cielo, incarnazione femminea dell’axis mundi, dell’albero cosmico che mette in comunicazione due abissi, quello della terra e quello del cielo, la mortalità e l’infinito, l’umano e il divino, il tempo e l’eterno, Medea è indecisa, dopo la sciagura, se sprofondare nell’Ade o ascendere al cielo, come poi farà, su  un carro alato che ricorda i miti solari egizi.

Le Madonne Nere, dall’origine remotissima e inesplicata, possono così ricevere nuova, intensa e ancor più oscura, luce.