Eccoci nell’Italia del 2010, nel paese dello Sboom Economico. Che il nuovo anno inizi sotto il segno di Cassandra, del malaugurio, dello iettatore con la sindrome dell’anti-intaliano? Punti di vista. Ma il punto di vista oggi nel Bel Paese non è quello del pessimista o dell’ottimista, è quello dei dati. Inizia su Medeaonline una rubrica dal titolo sarcastico, fanfarone, smargiasso: lo Sboom Economico, ovvero: l’Italia ai tempi dell’inversione di tendenza (scientifico), l’Italia all’inizio della decadenza (perentorio), o l’Italia sgonfiata (iperbolico); scegliete il sottotitolo che volete, uno vale l’altro. E’ l’Italia di oggi. Noi abbiamo scelto Sboom perché questa onomatopea ci pare sintetizzi molto bene il concetto.

Vi ricordate il desiderio futurista della macchina, della velocità? Ebbene l’Italia è stata così per decenni: frizzante, desiderosa di creare e fare, dinamica e dirompente, scandalosa e anticonvenzionale. Vi ricordate il tetto sul Lingotto con le Fiat che sfrecciavano a cento all’ora? Vi ricordate Indro Montanelli seduto sul ciglio di una strada polverosa con la macchina da scrivere Olivetti in grembo durante la guerra di Spagna? Oppure la foga vincente di Enzo Ferrari, l’eccitazione di Tito Stagno nella diretta da Houston o quella di Bruno Pizzul da qualsiasi stadio? Oppure quel tipo (Corradino D’Ascanio) che ha trasformato aerei da guerra in scooter esportati in tutto il mondo? Vi ricordate quelle sedie, quelle poltrone, quegli arredi chiamati con il glorioso epiteto di “design italiano”? Quante ne possiamo citare di fabbriche, di marche, di uomini che hanno arricchito, in senso materiale e morale, questo paese, fornendo a tutti prodotti di qualità e lavoro!… Dalle navi ai treni, dalle cravatte alle scarpe, dall’antipasto al dolce. Tutto.

Tutto finito. Il mito del miracolo economico, del boom è ormai storia antica: è definitivamente terminato da una decina d’anni, travolto dall’incuria della classe dirigente e dal torpore del ceto medio, intontito come un figlio di papà che non vuole più studiare. Non veniamoci a raccontare le storielle della crisi: questo nostro modesto magazine parlava di impoverimento e deindustrializzazione dell’Italia prima del fatidico settembre 2008! Non raccontiamoci che stiamo meglio dei nostri partner europei quando i soli due paesi con i quali valga la pena confrontarsi con un minimo d’ambizione e rivalsa (Francia e Germania), ci stanno comprando tutte le aziende (perlomeno quelle che non hanno già battuto per la semplice legge della concorrenza)! Non veniamoci a raccontare la storiella delle delocalizzazioni facili, quando il gruppo Fiat annuncia la crisi bresciana dell’Iveco (che va benissimo in tutto il mondo) e mantiene i poli industriali dell’Irisbus (che va altrettanto bene) in Francia, paese in cui il cui costo del lavoro non è meno alto che nel nostro.  Il problema è la classe dirigente irresponsabile e menefreghista: dall’imprenditore che uccide aziende funzionanti per volgari tornaconti personali, ai politici riuniti nei salotti televisivi in cui si parla di tutto tranne della realtà della vita delle persone.

Purtroppo i segnali sono desolanti: le aziende chiudono, il lavoro migra altrove, il potere d’acquisto si abbassa (logico, no? …se non si lavora più!), il paese perde prestigio, valore e rilevanza. E’ questione di ambizioni, ripetiamo: cosa vuole l’Italia da sé? Diventare un polo di servizi e finanza come l’Inghilterra? Bisognerebbe pensarci due volte. Vuole forse competere con la Germania come faceva in passato? O magari ambire a diventare un secondo Giappone? In tutta sincerità: non si si direbbe. Vuole costruire l’Europa per tutelare i propri interessi e quelli degli stati fratelli? Anche qui, non è chiaro.  Cosa vuole fare, questo benedetto paese, per difendere il suo stile, il suo lavoro, il suo prestigio? Forse nazionalizzare i settori strategici, come fece per l’energia negli anni ’60 mettendo le basi di una delle più grande realtà energetiche mondiali? Ma quali sono i settori strategici? Questo paese ha idea di quello che vuole fare, quello che vuole essere? Ha una politica industriale? Oppure preferisce inseguire l’illegalità, il lavoro nero, le soluzioni facili e accomodanti, come abbiamo denunciato più volte sulle pagine di questo magazine on line?

Quella delle nazionalizzazioni era naturalmente una provocazione (anche rispetto all’Europa, o all’Alitalia). Forse tutto questo articolo sullo Sboom è una provocazione. Ma i dati no. I dati sono spietati, terribili, e parlano di un paese in via di estinzione, in via di autodistruzione.
Vi racconteremo, dunque, quanto sta avvedendo, con precisione, senza lasciarsi andare in visione liriche come abbiamo fatto in questa introduzione. Vi diremo quali fabbriche chiudono, quanti di posti di lavoro si volatilizzano, denunceremo l’assenza delle politiche a sostegno della ripresa, della famiglia e delle aziende. Insomma: l’assenza della politica. Perché l’Italia è un paese che aspetta. E aspettando muore. Fa sboom