Dunque la crisi esiste, come abbiamo già avuto modo di scrivere, ed è grave. E in Italia è molto grave, come abbiamo analizzato su medeaonline. Ma oggi vorremmo unirci a chi fa notare come i media italiani, in più che il governo, non parlino quasi o affatto della crisi, se non in modo veloce e poco approfondito, come fosse una notizia che ogni tanto bisogna dare perché in un paese democratico non si puo’ proprio fare a meno d’informare.
Se accendiamo una qualsiasi televisione estera europea, oltre alle prese di posizioni quotidiane dei principali leader a favore delle imprese e del lavoro, assisteremo a centinaia di trasmissioni  sulla crisi, sul modo in cui i cittadini reagiscono, sulla risposta delle imprese, sulle proposte dei governi per far fronte alla diminuizione della domanda, sulle attese dei cittadini. E non si tratta di trasmissioni il cui scopo è veder litigare due o tre giornalisti che esprimono la loro personalissima opinione, ma di reali inchieste in cui vengono presentati dati, interviste a gente comune, a piccoli e grandi imprenditori, a stimati economisti. Insomma del vero giornalismo.

Persino la pubblicità all’estero si piega all’attualità e mostra mille modi per far fronte alla crisi: « per sconfiggere la crisi compra questo », « per difendere la produzione nazionale compra quest’altro ». Le televisioni francesi ne sono un ottimo esempio. Soprattutto: « per difendere la produzione nazionale ». Al punto da trasformare la pubblicità in una sorta di linea politica contro la concorrenza europea. Ma non si puo’ impedire a dei privati di difendere il proprio interesse, ci mancherebbe altro. Pensate che la pubblicità della Toyota in Francia arriva a sottolineare in sovraimpressione che le auto della nota fabbrica giapponese sono prodotte in Francia. Oppure che la marca Dacia è affilliata alla Renault. Quando si dice che lo spirito nazionale è un criterio di scelta! E funziona : sono tanti i francesi che comprano Dacia col solo pretesto che è fatta dai rumeni con l’intervento dei francesi. E la preferiscono ad altre marche economiche straniere.

Nel caso italiano, quando si è trattato di difendere la maggior industria del paese, la Fiat, la Lega Nord, che come al solito capisce poco di economia e preferisce difendere il pesto del Tigulio all’Iveco di Brescia, ha preferito lasciare al suo destino la casa torinese. La quale, con intelligenza e furberia italica, sapendo soprattutto che non puo’ contare su nessuno e che deve arrangiarsi da sola, ha profittato del momento per ingrandirsi a vista d’occhio. Bene. Senza alcun merito per lo «stato canaglia» naturalmente. Ma male se questo diventa pretesto per sottolineare, parafrasando Marchionne, che la «Fiat è italiana ma non è dell’Italia». Ergo : se si chiudono stabilimenti in Italia è conseguenza della legge del mercato globale. Marchionne, pero’, dimentica che la casa di Torino deve il suo sviluppo nei trenta gloriosi ad una politica d’amicizia con la politica italiana.

Se la Fiat diventerà una potenza planetaria dell’auto a scapito del suo paese d’origine, verrà confermata ancora una  volta la sprovveduta politica di deindustrializzazione europea che la crisi ha mostrato fallimentare e a solo favore delle nuove superpotenze: la Cina, prima di tutto. Ma soprattutto verrà ribadito il totale disinteresse a difendere il lavoro e il potere d’acquisto dei cittadini di uno dei paesi del G8. Che quindi, col tempo retrocederebbe nella «classifica» del benessere. Attenzione pero’! Difendere il potere d’acquisto e il benessere degli italiani non è compito della Fiat, che persegue il suo interesse di azienda, ma dello stato, del governo. Purtroppo bisogna ammetterlo: non sembra la naturale vocazione dello «stato canaglia».

La crisi ha infatti mostrato che i paesi che hanno industrie manifatturriere, l’economia reale quindi, hanno reagito meglio degli altri. Ha poi mostrato che i paesi che decidono della loro sorte, e non quelli che la subiscono, sono più protetti. Un tipico caso in tal senso è la Spagna, nazione che ha conosciuto un grande sviluppo negli anni ‘80 e ‘90, momento in cui gli altri paesi hanno investito molto nel suo nuovo, dinamico mercato. Ma ora c’è la crisi e le aziende straniere se ne ve vanno. E la Spagna, paese che subisce troppo le decisioni dagli altri, presenta forti disagi. Un esempio? Pensate che si era parlato di chiudere l’Iveco di Valencia. Se cio’ accadesse, per gli spagnoli si aggiungerebbe nuova disoccupazione, già al 17,4% in aprile. Sarebbe la triste conferma che altri hanno deciso la loro sorte.
Si : perché l’Iveco è una grande impresa multinazionale italiana di veicoli commerciali, che opera in tutto il mondo, in Italia, in Spagna, in Turchia, in Sud America, in Cina. Ce n’è da essere orgogliosi. Ma gli italiani, la grande maggioranza almeno, non lo sanno. La televisione non lo dice.